La Sindrome del Burn-Out: riconoscerla e gestirla.

 

La Sindrome del Burn-Out, o Sindrome da Esaurimento Emotivo, è una condizione che si può verificare in chi svolge professioni di aiuto (quali, per esempio, educatore, infermiere, operatore socio sanitario..) ed è relativa alle conseguenze derivanti dal lavorare con categorie di persone problematiche e sofferenti. In queste circostanze può infatti accadere che gli operatori si trovino nella condizione di dover rispondere a certi bisogni non sempre soddisfacibili e ciò determina, dopo un certo lasso di tempo, uno stato di logoramento e stress psicofisico che li rende meno attenti e disponibili nei confronti degli utenti, determinando la possibilità che si verifichi un calo professionale e psicologico che, a lungo andare, può deteriorare i rapporti interpersonali.
Da un punto di vista psicologico, l’esaurimento emotivo genera un senso di impotenza acquisita in chi lo sperimenta, dovuto alla sensazione di non essere più in grado di rispondere positivamente alle eccessive richieste provenienti dall’ambiente e di non poter far nulla per modificare il senso di oppressione che ne deriva, il quale tende poi a sfociare in una serie di manifestazioni fisiche, psicologiche e comportamentali.

Come riconoscere i campanelli d’allarme?

Se svolgi una professione d’aiuto ed hai la sensazione di sentirti eccessivamente stanco, nervoso, oberato di lavoro e “sul punto di esplodere”, è importante che tu presti attenzione ad alcuni sintomi che potrebbero indicare l’inizio di un Burn-Out, al fine di riconoscerlo in maniera tempestiva per intervenire il prima possibile.
La sintomatologia da esaurimento emotivo si caratterizza per la presenza di:

Sintomi fisici di cui, i più frequenti, sono relativi a mal di testa, disturbi gastrointestinali, insonnia, cambiamento nelle abitudini alimentari;
◊ Sintomi psicologici tra cui senso di colpa, negativismo, alterazioni dell’umore, scarsa fiducia in sè, irritabilità, scarsa empatia e capacità di ascolto;
◊ Reazioni comportamentali esclusivamente sul luogo di lavoro come, ad esempio, assenze o ritardi frequenti, tendenza ad evitare contatti telefonici o a rinviare gli appuntamenti;
◊ Cambiamenti di atteggiamento nei confronti dei pazienti relativi a chiusura al dialogo, cinismo, distacco emotivo nonchè indifferenza ai problemi dell’altro.

Queste manifestazioni, di per sè, sono reazioni generali che possono verificarsi in risposta a qualunque situazione stressante, ciò che le rende specifiche del burn-out è il fatto che si verificano solo nella sfera lavorativa e ne peggiorano, ovviamente, la qualità.

Quali sono i fattori che predispongono maggiormente al rischio di sviluppare un Burn-Out?

Esistono alcuni fattori che rendono certe persone più vulnerabili di altre al rischio di sviluppare una Sindrome da esaurimento emotivo, ecco quali sono:

♦ Condizioni lavorative: in particolare, il sovraccarico delle richieste legate al ruolo, impossibilità di svolgere un lavoro vario ed interessante, mancanza di stimoli sul piano cognitivo e affettivo;
Variabili demografiche: pare che appartenere al sesso femminile, avere un’età media e maggiori anni di anzianità alle spalle, siano fattori che incidano maggiormente sulle manifestazioni del fenomeno;
Variabili individuali: ovviamente, non tutte le persone reagiscono a fattori stressanti allo stesso modo. In genere, tendono ad essere particolarmente vulnerabili al burn-out coloro che tendono ad essere remissivi nei rapporti con gli altri, che presentano difficoltà a distinguere tra coinvolgimento personale e professionale, che ricercano approvazione e tendono ad aver ed una scarsa fiducia in sè.
♦ Fattori culturali e storico-sociali: anche certe caratteristiche concrete che caratterizzano la relazione operatore-utente in un determinato momento storico possono mettere alla prova i sistemi di valori tradizionali, contribuendo al venir meno di ruoli e strutture sociali che prima si caratterizzavano come riferimenti sicuri.

In tutte queste circostanze può avvenire che il burn-out venga adottato dagli operatori come una sorta di “strategia” per fronteggiare la situazione di stress lavorativo dovuto ad uno squilibrio tra richieste ed esigenze lavorative da un lato e risorse disponibili dall’altro.

Come si interviene sul Burn-Out?

Il burn-out è un fenomeno che, a partire dagli anni ’80 è stato ampiamente studiato rendendolo, ad oggi, una manifestazione ampiamente conosciuta e, pertanto, non più “inevitabile”.
Ciò permette di individuare importanti strategie di intervento efficaci che consentono di intervenire sia a livello preventivo che a livello di riduzione del disagio in atto, nel momento in cui i sintomi di stress siano già presenti.
Possono essere particolarmente utili alcune strategie di stampo cognitivo-comportamentale, in particolare sembrano ottenere buoni risultati tecniche di rilassamento (quali il Training Autogeno), di gestione dello stress e del tempo ed il rafforzamento di alcune abilità sociali quali, ad esempio, l’assertività.
Inoltre, altre possibilità di intervento, soprattutto a livello preventivo, sono quelle ottenibili a livello collettivo, sull’intero staff e caratterizzate da formazione degli operatori e da continui interventi di supervisione promossi dal contesto lavorativo.

La Sindrome da Esaurimento Emotivo può avere delle serie ripercussioni su chi la sperimenta che possono invadere diverse sfere di vita, da quella personale a quella sociale e lavorativa intaccando anche la salute fisica, oltre che quella mentale.
Per questo, nel momento in cui ci si riconosce nella sintomatologia descritta è sicuramente consigliabile parlarne con il proprio datore di lavoro e, se necessario, richiedere un aiuto specialistico per ricevere supporto e gestire al meglio la problematica prima che un carico di stress eccessivo si trasformi in un esaurimento vero e proprio.

Riferimento Bibliografico:
– Zani B., Cicognani E. (2000), Psicologia della salute. Il Mulino, Bologna.

Accettare i cambiamenti..che fatica!

Sebbene la gran parte delle persone si senta rassicurata nel momento in cui percepisce di poter controllare gli eventi, ognuno si trova costantemente nella condizione di dover affrontare il cambiamento.
Che si tratti di avvenimenti più o meno gradevoli, da un licenziamento all’acquisto della casa dei propri sogni, i mutamenti mettono sempre di fronte alla dura realtà che, nostro malgrado, non sia possibile controllare gli eventi i quali, molto spesso, si susseguono senza la possibilità di poterli dominare.
Quando ciò avviene, la prima reazione è tendenzialmente quella di opporvi resistenza in quanto il cambiamento spaventa essendo vissuto come qualcosa di estraneo, poco familiare e indomabile. Proprio per questo, anche nei casi in cui la situazione attuale provochi una sofferenza, la prima risposta tende ad essere quella di adoperarsi per lasciare le cose immutate, trattenendo il più possibile persone, situazioni, luoghi o oggetti per quanto risultino, talvolta, addirittura scomodi.
Restare aggrappati a ciò che si conosce è, senza dubbio, rassicurante ma diventa, al contempo, molto limitante perchè favorisce la tendenza a rimanere radicati ad un passato che non può essere modificato, anzichè proiettare la propria mente verso un futuro ancora tutto da scoprire e da plasmare.
Imparare a rompere certe rigidità, aprendosi all’imprevisto e sviluppando un approccio più flessibile alla vita è un dono enorme che ognuno può fare a se stesso che permette di concedersi infinite possibilità di crescita e rinnovamento.

Come ci si può aprire al cambiamento senza avere paura?

∗ Inizia dalle piccole abitudini quotidiane ∗ Ovviamente, soprattutto nei casi in cui il cambiamento venga vissuto con forte timore, l’accettazione delle variazioni che avvengono nella propria vita devono essere accettate a piccoli passi. Per questo può essere utile iniziare da cose “banali” come, ad esempio, spostare la disposizione dei mobili nella propria casa, fare spesa in un supermercato differente da quello abituale, cimentarsi nella preparazione di un nuovo piatto mai cucinato prima e così via….trovare attività ed esperienze nuove permette, di per sè, di aprirsi a possibilità sconosciute.

∗ Accetta il cambiamento ∗ Può sembrare banale, ma non lo è. Spesso ciò che rende più difficile in assoluto rinnovarsi senza opporre resistenza, è proprio l’incapacità di rinunciare a dominare le situazioni. Non è ovviamente possibile avere controllo su tutto ciò che avviene intorno a noi e cercare di contrastare costantemente qualcosa che non può essere dominato, può avere effetti anche molto logoranti sul proprio benessere.
É per questo che, di frequente, lasciare andare fa molto meno male che continuare a trattenere; molto spesso, “mollare la presa” e fidarsi dell’incerto può essere l’unico modo per ottenere sollievo e ritrovare la serenità.

∗ Fidati delle tue capacità ∗ Le cose intorno a te cambiano e tu, spesso, non le puoi controllare, è vero..ma non dimentichi una cosa importante? Tu possiedi una grande varietà di risorse e, la gran parte delle volte, vengono fuori proprio quando sei messo alla prova. Non aver paura, quindi, pensa che, nel momento in cui la vita ti metterà di fronte ad una situazione nuova, tu troverai il modo per affrontarla nel migliore dei modi, l’hai sempre fatto, solo che non c’hai mai fatto caso.

∗ Sii paziente ∗ L’ accettazione del cambiamento non va di pari passo con la fretta: abituarsi a qualcosa di diverso da ciò che si conosce richiede infatti del tempo ed è giusto, pertanto, seguire i propri ritmi senza essere impazienti imparando, in questo modo, a vivere ogni cambiamento non come un limite, ma come un’opportunità.

Iniziare a seguire questi piccoli suggerimenti, permette di realizzare quanto, abitualmente, venga naturale opporsi al cambiamento (in genere si tende a seguire sempre il solito tragitto per andare a lavoro o a privilegiare, per esempio, lo stesso mezzo di trasporto) ma quanto costituisca, al tempo stesso, una grande occasione di crescita personale e conoscenza di sè, degli altri e del mondo.

Riferimento Bibliografico:
– Hasson, G. (2016). Mindfulness, 100 esercizi per una vita più serena. Antonio Vallardi Editore, Milano.

Cosa si nasconde dietro la paura di amare?

Paura d' amare 2 - Psicologo Psicoterapeuta Firenze

A partire dall’ adolescenza e, in genere, per tutto il resto della vita, si è soliti stabilire relazioni affettive con un’ altra persona. Man mano che si cresce, tali legami emotivi tendono a diventare sempre più intimi ed impegnativi, maturi, caratterizzati dal bisogno di condividere, a tutti i livelli, la propria vita con la persona che si ama.
Per alcuni stabilire e mantenere un rapporto ad un livello profondo, vissuto come limitante e costrittivo della propria libertà ed autonomia, può risultare davvero difficile ed è per questo che, anziché costruire qualcosa di concreto con una persona, nel momento in cui il legame si fa troppo intimo ed intenso, coloro che vivono i rapporti come limitanti tendono a scappare ed a ricominciare altrove preferendo una relazione più superficiale e senza responsabilità.
Questo atteggiamento, che viene letto da chi osserva come infantile scatenando, di frequente, reazioni di sofferenza e rabbia nei confronti di chi lo mette in atto, nasconde però una problematica che può generare angoscia in chi la vive che, nonostante questo, non riesce ad interromperla.

Di cosa ha paura chi ha paura di amare?

Si può ipotizzare che la personalità che caratterizza colui che siamo soliti definire “Don Paura d' amare - Psicologo Psicoterapeuta FirenzeGiovanni” (tale tendenza può essere presente sia negli uomini che nelle donne ma riguarda, più frequentemente, chi appartiene al sesso maschile), sia di tipo fobico; ossia caratterizzata da un attaccamento ansioso del bambino nei confronti del genitore, il quale mantiene ed incoraggia un atteggiamento iperprotettivo, ostacolando, fin da piccolo, il naturale bisogno del bambino di esplorare il mondo e sviluppare sicurezza di sé.
Ed è così che l’ evitamento si caratterizza come la modalità preferita per affrontare il mondo.
Evitare tutti quegli eventi e quelle situazioni che vengono percepiti e vissuti come pericolosi permette di ottenere un controllo su tutto ciò che potrebbe essere lesivo ed arrecare quindi un danno alla propria incolumità fisica..e non solo!
Inizialmente, infatti, le paure che il bambino prova sono rivolte prevalentemente al mondo esterno e quindi la sua attenzione è totalmente focalizzata sugli eventi pericolosi e sui messaggi allarmistici che potrebbero danneggiarlo, confermando la sua percezione di persona vulnerabile che, in quanto tale, può essere facilmente ferita da tutto ciò che c’è fuori, e quindi anche dagli altri.

Come appare chi ha paura di amare?

Sebbene nasconda dentro di sé un grande timore di essere, in qualche modo, danneggiato, agli occhi esterni chi teme le relazioni, tende ad apparire, molto spesso, come una persona aperta ed estroversa, brillante e sicura di sé. Questa apparente sicurezza, però, tende in genere a nascondere un’ attenta e accurata selezione delle persone a cui si relaziona delle quali sente la necessità di avere un controllo sempre per non rischiare di venirne danneggiato.
Ed è quindi, già a partire dall’ adolescenza, che costruisce un “raggio di azione” nel quale, sebbene limitato, riesce ad essere brillante e sicuro di sé ma, al di fuori del quale, evita ogni situazione per non rischiare di venire ferito.
Nel momento in cui stabilisce una relazione amorosa, sviluppa un bisogno di controllare il partner e tale necessità, unita alle frequenti critiche da parte dei genitori ed alla difficoltà di coinvolgimento emotivo (considerato un segnale di debolezza), fa spesso assumere un atteggiamento da “lasciatore”.
Quando la situazione viene vissuta come troppo costrittiva perché, iniziando a diventare intima, determina richieste eccessive o nella circostanza in cui ci sia il rischio di venire abbandonato, la scelta privilegiata è, di solito, quella di provocare l’ interruzione del rapporto, diventato ormai troppo “compromettente” e quindi “pericoloso” perché, si sa, quando ci si innamora, si diventa vulnerabili.

Quindi chi ha paura di amare non può amare?

Penso che sia più corretto affermare che, allo stesso modo con cui la personalità fobica sente il bisogno di controllare i pericoli esterni per preservare la propria integrità fisica, sviluppa anche la necessità di controllare i propri stati interni. Ciò gli impedisce di darsi il tempo per esaminare le proprie emozioni e non gli consente di riconoscerle, di esprimerle e di accettarle, soprattutto quando si presentano con forte intensità come avviene nel caso delle relazioni amorose ed è questo che lo porta ad evitare collegamenti tra ciò che prova internamente, ciò che pensa e ciò che accade mettendo un muro tra sé e gli altri.

La paura di amare può essere superata?

Pura d' amare 3 - Psicologo Psicoterapeuta FirenzeAlla base della paura di amare ci sono timori molto radicati che, essendosi sviluppati già nei primi anni di vita, hanno condizionato il mondo di interpretare il mondo interno ed esterno, strutturando la personalità dell’ individuo. Per questo, imparare a leggere i propri vissuti da un punto di vista differente da quello a cui si è abituati (e che condiziona, da sempre, il modo di dare un senso al mondo), è un processo sicuramente non semplice e non rapido, ma non impossibile da realizzare.
Un percorso psicoterapeutico, teso ad analizzare la propria storia personale e le idee che hanno caratterizzato la propria esistenza al fine di leggerle in una prospettiva differente e più costruttiva, può aiutare chi ha paura di amare ad abbandonare la maschera che indossa, imparando ad aprirsi, pian piano, alle proprie fragilità, accettandole, condividendole e mostrarsi per ciò che è davvero (agli altri ma, soprattutto, a se stesso).

Riferimento Bibliografico:
– Reda, M.A. (1986), Sistemi cognitivi complessi e psicoterapia, Carocci Editore. Roma

Perchè non tutte le persone gestiscono lo stress allo stesso modo?

stress

Lo stress è una reazione piuttosto familiare che riguarda tutti in quanto ognuno di noi, quotidianamente, ne fa esperienza.
Nonostante abbia un valore adattivo (per approfondire clicca qui) la percezione che ognuno ne fa nel momento in cui lo vive è generalmente sgradevole anche perché, quando persiste a lungo, può determinare una serie di tensioni e fastidi fino a trasformarsi in ansia vera e propria.
Sebbene esistano diversi fattori ambientali che possono determinare l’ insorgenza dello stress e che possono variare in base al livello di gravità (dalla morte di una persona cara alle seccature quotidiane) stabilire che cosa si caratterizza come un fattore stressante risulta più complesso di quanto non sembri.
Pare infatti che oltre a stimoli ritenuti negativi, anche avvenimenti positivi, come ad esempio l’ organizzazione di un matrimonio o la nascita di un figlio, possano generare una tensione ed un logoramento in quanto richiedono un processo di adattamento da parte dell’ individuo.
Inoltre, un altro aspetto fondamentale è relativo al fatto che le persone reagiscono con modalità molto diverse tra loro rispetto alle sfide a cui l’ esistenza le pone di fronte ed è per questo che dinanzi ad uno stesso evento stressante la reazione di due persone può anche essere molto diversa.

Perché l’ impatto di uno stesso evento può essere più o meno stressante a seconda di chi lo vive?

Secondo Lazarus è impossibile definire in maniera obiettiva quali siano gli eventi o situazioni che possano, di per sé, essere definiti stressanti; molto più importante è invece focalizzarsi sugli aspetti cognitivi dello stress. Ciò significa che non è tanto un evento ad essere stressante o meno, quanto la percezione che ognuno ha di poterlo o meno fronteggiare. In poche parole: se mi pongo di fronte ad una situazione avversa fiducioso di poterla destreggiare egregiamente, riuscirò a gestirla in maniera serena e tranquilla, al contrario, se il pensiero predominante è quello di sentirmi inadatto alla situazione, la vivrò con un forte carico emotivo, logorandomi.Stress

Una certa esperienza viene quindi vissuta stressante nel momento in cui la persona avverte un divario tra le richieste poste dalla situazione e le risorse che possiede per poterla affrontare. Solo nel momento in cui  sente di poterla gestire al meglio, lo stress è minimo; quando la sensazione di impotenza di fronte ad un evento dà la sensazione che sia insormontabile origina lo stress.
Ciò dimostra quanto l’ atteggiamento personale sia in grado di fare la differenza nel livello di stress che si sperimenta e questo ha un impatto fondamentale, anche sulla propria salute.

Quindi si può imparare a gestire lo stress?

Fortemente associato al concetto di stress ed alle modalità personali scelte per fronteggiarlo c’è quello di coping che si riferisce proprio alle strategie utilizzate per rapportarsi all’ evento avverso.
Questo processo implica un’ attività cognitiva che, di fronte all’ evento mette in atto una duplice valutazione; in particolare, quando si manifesta un evento stressante, le persone cercano di stabilire il significato e l’ impatto che questo può avere sul proprio benessere, in seguito viene messa in atto una “verifica” sugli effetti delle risposte ottenute sulla base dei cambiamenti messi in atto.
Numerosi studi dimostrano come esistano strategie più o meno adattive, soprattutto  in quanto la scelta dell’ una piuttosto che l’ altra, pare essere in grado di produrre un atteggiamento particolarmente vincente e, di conseguenza, più rilassante.
Se vuoi scoprire quali sono, clicca qui.

Riferimenti Bibliografici:
– Davison C., Neale, J. M. (2000), Psicologia Clinica. Zanichelli Editore Spa. Bologna.
– Zani B., Cicognani E. (2000), Psicologia della salute. Il Mulino, Bologna.

Il pensiero che fa sentire inadeguati: l’ “impotenza appresa”.

La “Profezia che si Autoavvera” dimostra come l’ opinione che ognuno ha di se stesso e la modalità con cui dà un significato al comportamento altrui, influenzino completamente il modo di porsi e, di conseguenza, producano effetti differenti sulle situazioni che vive.
Ciò comporta, per esempio, che un atteggiamento sorridente e di apertura nei contesti sociali, scatenerà con buone probabilità simpatia e interesse negli altri, attivando una serie di eventi per cui, sulla base dei feedback positivi ricevuti, ci si sentirà sereni e brillanti nelle relazioni con gli altri ottenendo sicurezza e determinazione.
Quando la tendenza prevalente è però quella di interpretare gli eventi in maniera negativa la “Profezia che si Autoavvera” assume un’ accezione contraria che viene meglio definita come “Impotenza Appresa”.
La premessa alla base di questo concetto è quella per cui, attraverso traumi ed esperienze negative su cui l’ individuo ha cercato di esercitare un controllo, si è determinata in lui la sensazione di essere incapace di agire e controllare la propria vita, generando un senso di immobilità che può, talvolta, determinare una totale demoralizzazione.
Impotenza AppresaSecondo Seligman, il senso di impotenza si sviluppa proprio nel momento in cui, di fronte ad eventi angoscianti in cui non si ha possibilità di controllo, si tende a perdere la fiducia nelle proprie capacità e ciò può portare allo sviluppo di sintomi depressivi.
Tale modalità è particolarmente presente nelle persone che hanno una personalità strutturata in senso depressivo (per approfondire, clicca qui) che le porta a sentirsi spesso in colpa per i risultati non raggiunti e ad attribuirsi, quindi, uno scarso valore.
Fondamentale, a questo proposito, è la modalità con cui si reagisce di fronte agli insuccessi in quanto a determinare il senso di impotenza non è tanto la riuscita o meno di fronte ad un obiettivo, quanto la spiegazione che la persona dà del proprio insuccesso; in particolare, il senso di impotenza appreso si sviluppa in chi ha uno “stile attribuzionale depressivo”.

In cosa consiste lo “stile attribuzionale depressivo”?

In genere, le persone tendenti a sviluppare il senso di impotenza appresa, tendono ad avere un pensiero generalizzato per cui di fronte ad un fallimento, anziché circoscriverlo alla situazione tendono ad alimentare pensieri (errati), quali “Non faccio mai bene niente oltre che attribuirsi completamente la colpa per quanto avvenuto “Ho sbagliato perché sono stupido”.
Il fatto, quindi, di attribuire gli eventi negativi della propria esistenza a cause globali, stabili ed autodeterminate porta a vivere la gran parte delle esperienze quotidiane come infelici e determina un impatto negativo sulla propria autostima.

Come uscire dal meccanismo dell’ “impotenza appresa”?

Rompere questo circolo non è una cosa semplice soprattutto perché tende a svilupparsi prevalentemente all’ interno di un assetto di personalità che poggia spesso su un’ immagine di sé, costruita nell’ infanzia, erroneamente valutata come persona di poco valore e caratterizzata da risorse limitate.
Tali convinzioni, generalmente molto radicate, sono difficili da modificare e talvolta necessitano di un aiuto specialistica teso a comprendere le origini e costruire un assetto di pensiero più consono a quella che è la realtà.
Può comunque essere di aiuto, una volta presa consapevolezza di questa dinamica, cercare di compiere un’ auto-analisi ogni qual volta ci si trovi a vivere un insuccesso, cercando di esaminare le convinzioni erronee e distruttive che aumentano il senso di fallimento.
Ad esempio: “È proprio vero che non faccio mai nulla di buono? Mi ricordo quella volta che..oppure “Non è vero che sono stupido, altrimenti quella volta non avrei preso quel buon voto, semplicemente stavolta non mi sono applicato perché sto attraversando un periodo di forte stanchezza”.

Reinterpretare la realtà nella maniera più obiettiva possibile, così come focalizzarsi sulle vittorie e sui pregi piuttosto che sui fallimenti ed i difetti, possono essere comportamenti  d’ aiuto nell’ evitare di amplificare un singolo errore generalizzandolo e facendolo divenire totalizzante e distruttivo.

Impotenza appresa 2

Riferimenti Bibliografici:
– Davison&Neal (2004), Psicologia Clinica, seconda ed. it., Zanichelli Editore, Bologna.

La ruminazione mentale: quando staccare la mente dai pensieri sembra impossibile.

Ruminazione

Capita che certi pensieri o ricordi si insinuino nella mente in maniera continua e costante, creando circoli viziosi da cui pare impossibile uscire. Ed è così che la mente si stanca e si affanna per cercare di bloccare questo meccanismo, che può essere definito di “ruminazione mentale”, e che consiste nell’ incapacità di fermare il susseguirsi, rapido e stancante, di idee e dubbi che fluiscono ininterrottamente senza possibilità di interromperli.
Il processo di ruminazione è collegato al bisogno di controllare i propri sentimenti di apprensione e tristezza ed infatti tale segno è presente in alcune problematiche di ansia e nella depressione, caratterizzate dalla tendenza di chi ne soffre a focalizzare il pensiero in maniera esclusiva su esperienze emotive negative, valutando in modo distorto sia se stessi che l’ ambiente circostante.
Al di là dell’ aspetto patologico, caratterizzato da un disturbo vero e proprio, però, la gran parte delle persone sperimenta quotidianamente esperienze di questo tipo, soprattutto nei periodi caratterizzati da forte stress.Ruminazione2
Chi rumina, in genere, “rimastica” mentalmente episodi del passato, continua a rianalizzarli, a domandarsi  perché le cose siano andate in modo piuttosto che in un altro, continuando a giudicare la scelta fatta e vivendo sempre nel dubbio di aver sbagliato o di non aver, comunque, fatto la cosa giusta.
È chiaro che si tratta di una modalità di pensiero disadattiva in quanto, essendo concentrata su “ciò che poteva essere” non consente di guardare avanti e di sviluppare, quindi, buone soluzioni per risolvere i propri dilemmi ma implica anzi una perdita di energia, focalizzandosi sul desiderio di modificare un passato che, per definizione, è immodificabile. Quando tale circuito diventa consistente in termini di frequenza e di intensità può diventare anche molto molto stancante per chi lo vive, che ha la sensazione di “fondersi la testa a forza di pensare”.

Come si può rompere tale circolo vizioso?

Di sicuro non è una cosa semplice né, soprattutto, immediata anche perché la ruminazione è un meccanismo in buona parte automatico e, come tale, viene percepito come incontrollabile.
Va però detto che, a differenza delle ossessioni vere e proprie (ossia quei pensieri, immagini ed idee invasive che si presentano costantemente in modo irrazionale e accompagnate spesso da comportamenti – compulsioni – tesi a ridurre il disagio che ne deriva), possiedono la caratteristica di essere parzialmente “controllabili”.
Proprio facendo leva su questo aspetto può risultare utile cercare di “razionalizzare” il contenuto dei pensieri provando ad analizzarlo nella maniera più oggettiva possibile.
Cosa più facile a dirsi che a farsi per chi ha difficoltà a “staccare la testa”….ma non, per questo, impossibile.

Ecco alcuni suggerimenti per gestire le “ruminazioni mentali”….

  • Trovare elementi di distrazioneCapita che tali modalità si mettano spesso in moto nei momenti di noia e stress, ecco allora che la prima strategia che può essere utile per mettere a tacere questi pensieri fastidiosi, sia quelli di raggirarli, distraendosi. Ascoltare la musica, guardare un film, chiamare un amico che non si sente da tempo, fare un puzzale, un cruciverba, una passeggiata..qualunque cosa sia in grado di spostare la mente altrove.
  • Analizzare il pensiero in maniera logica. Quando la ruminazione riguarda, ad esempio, pensieri depressivi quali “Non c’è niente che vada per il verso giusto, tutto finisce per essere un disastro”; mettere nero su bianco, in modo obiettivo, quelle che sono le risorse ed i successi raggiunti nella vita, realizzando così che, effettivamente, non si è di fronte ad un fallimento totale.
  • Imparare a monitorare quelli che possono essere definiti “monologhi negativi” di pensiero. Individuare cioè, quei monologhi interiori caratterizzati da una vena vittimistica e distruttiva, questo consente di capire dove inizia “l’ inghippo”.
  • Sviluppare un pensiero positivo. Ogni volta in cui, per esempio, la ruminazione ruota intorno a pensieri tipo “Perché capitano tutte a me?”, può essere utile chiedersi se sia davvero così.
    Davvero non esiste nessuno, tra tutti quelli che conosci, che hanno dovuto rapportarsi ad imprevisti spiacevoli nel corso della propria vita..? Può darsi che a loro, così come a te, accadano sia cose belle che cose brutte, ma forse tu tendi a focalizzarti solo sulle esperienza spiacevoli.

Come detto poco fa, mettere in atto questi “esercizi” è cosa tutt’ altro che semplice, soprattutto nel caso in cui questa modalità di osservare se stessi ed il mondo circostante sia profondamente radicata; in questi casi si può pensare di rivolgersi ad un professionista con l’ aiuto del quale esplorare le proprie modalità di funzionamento al fine di modificarle.

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Riferimento Bibliografico:
– Davison C., Neale, J. M. (2000), Psicologia Clinica. Zanichelli Editore Spa. Bologna.

 

 

 

 

 

 

Cambia la postura..e aumenta la fiducia in te!

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Avere sicurezza di sé è una caratteristica fondamentale per vivere serenamente ma, nonostante questo, riuscire a raggiungere un’ accettazione di se stessi e delle proprie capacità, mostrandosi fieri e decisi, è un obiettivo tutt’ altro che semplice da raggiungere.
Sebbene i meccanismi da cui si sviluppa la stima di sé siano molto profondi e vadano ricercati nei primi scambi con le figure di attaccamento non approfondibili in questa sede, è comunque vero che, modificando certi modi di fare e di rapportarsi, è possibile sentirsi più calmi, sicuri e sintonizzati su ciò che si sta vivendo, mostrando agli altri, ma prima di tutto a se stessi, un’ immagine di persona determinata.
Abbiamo già visto quanto il linguaggio non verbale sia talmente spontaneo da avere la capacità di trasmettere informazioni senza che noi stessi, spesso, ce ne rendiamo conto (se vuoi approfondire, clicca qui) e proprio sulla base di questo è possibile in qualche modo “esercitarsi” a trasmettere un’ immagine di persona sicura di sé.
Alcuni studi hanno infatti mostrato come la postura sia in grado di influenzare il funzionamento del cervello, in particolare, assumere una postura che denoti sicurezza (spalle dritte e petto in fuori) modifica i livelli di testosterone e cortisolo nel cervello, “convincendo” il cervello di essere fiero di sé.
Ecco perché, modificando le proprie posture ed i propri gesti, si può cercare di influenzare il messaggio che il cervello riceve; ovviamente, quello che si deve fare non è adottare modalità innaturali e sgradevoli, si tratta semmai di modificare alcune modalità familiari (spalle chiude o sguardo verso il basso, per esempio) per verificare come corpo e mente si comporteranno di conseguenza.. 🙂

Cosa si deve fare, nella pratica, per mostrarsi sicuri?

  • Impara a stare diritto con la schiena, sia che tu sia in piedi che seduto, una postura ben eretta rimanda un senso di sicurezza e prestigio
  • Tieni la testa diritta, è importante che lo sguardo sia parallelo al suolo affinchè ci si senta fieri di sé (e gli altri ci percepiscano tali)
  • Lascia le spalle rilassate, le spalle tese rimandano, appunto, tensione, disagio e quindi senso di insicurezza
  • Distribuisci il peso su entrambe le gambe, questo ti permetterà di avere una posizione più “ferma”
  • Se stai seduto, rilassa le braccia appoggiandole ai braccioli della poltroncina, adottando un atteggiamento di apertura e relax
  • Non evitare lo sguardo degli altri, guarda l’ interlocutore negli occhi..senza esagerare, ovviamente..
  • Abbassa il tono della voce e parla più lentamente, tale atteggiamento vocale trasmette un senso di tranquillità e sicurezza.

Premesso che non è possibile controllare tutta la comunicazione non verbale, non va comunque dimenticato che, adottando alcuni accorgimenti, è possibile determinare dei cambiamenti nei pensieri, nei sentimenti e nel comportamento.

Riferimenti Bibliografici:
– Hasson, G. (2016). Mindfulness, 100 esercizi per una vita più serena. Antonio Vallardi Editore, Milano.

Ipocondria, ovvero l’ ansia di ammalarsi.

Ipocondria3
L’ ansia possiede una grande varietà di sfaccettature che la porta a manifestarsi in modi e situazioni diversi dando origine a diversi tipi di fastidiosi sintomi, più o meno intensi e frequenti.
Si può ipotizzare che alla base della tendenza a sperimentare frequentemente l’ ansia si sia strutturata una personalità fobica. La convinzione su cui si basa tale organizzazione è quella per cui il mondo sia caratterizzato da pericoli imprevisti e la credenza che ne consegue è quella che per sopravvivere ad esso sia sempre necessario essere in uno stato di allerta tale da non farsi trovare mai impreparato di fronte ad una possibile minaccia.
Ciò può determinare lo svilupparsi di diverse sintomatologie su base ansiosa, sia rivolte verso l’ esterno (come avviene, ad esempio, nelle fobie), sia orientate internamente (come si verifica nell’ ipocondria).
Vorrei, in questa sede, affrontare quello relativo ai timori ipocondriaci.
La persona nota come ipocondriaca vive costantemente nell’ angoscia di avere o di contrarre una grave patologia e la preoccupazione risulta essere talmente elevata che, di fronte ad un segno o ad un sintomo anche blando, il primo pensiero, che non può che determinare una grande angoscia, è che si tratti di una malattia severa.Ipocondria2
Il disagio che ne consegue e che sperimenta chi soffre dell’ ansia di ammalarsi proviene, più che dal sintomo, dall’ apprensione per il significato attribuito al sintomo stesso anche perché, di frequente, ciò che viene scambiato per un indizio patologico è in realtà una semplice alterazione fisiologica e pertanto innocua e sperimentata comunque dalla gran parte delle persone. Nel caso, invece, in cui sia realmente presente una condizione medica la preoccupazione raggiunge dei livelli eccessivi e sproporzionati rispetto alla gravità della stessa.
In generale chi soffre di ipocondria è particolarmente vulnerabile al tema della malattia in senso generico: che lo riguardi o meno, tende infatti ad allarmarsi eccessivamente riguardo alle patologie, anche solo sentendo dire che qualcun altro si è ammalato o leggendo una notizia legata alla salute. Di fronte ai dubbi inerenti il proprio stato di salute, non esiste alcun tipo di rassicurazione medica che possa alleviare i sintomi, non solo non riescono a ridurre le preoccupazioni dell’ individuo ma tendono anzi, spesso, ad aumentarle. Comportamenti tipici a tal proposito sono quelli di controllare costantemente il proprio corpo, andando alla ricerca di “anomalie” o cercare in modo ossessivo informazioni sulla presunta malattia.
ipocondria4Questa ansia costante ed eccessiva, diventa talmente totalizzante da caratterizzarsi come l’ elemento centrale dell’ identità e dell’ immagine di sé, caratterizzandosi come l’ argomento di conversazione principale e come la reazione tipica di fronte agli eventi di vita stressanti diventando, nei casi più conclamati, fortemente disadattiva anche per quanto riguarda le relazioni sociali.

Quali sono le cause di questo disturbo?

Come accennato all’ inizio, in maniera analoga a quanto si osserva nella gran parte delle problematiche relative alla sfera ansiosa, si può ipotizzare che il disturbo ipocondriaco getti le basi su una personalità fobica (se vuoi approfondire, clicca qui).
In particolare, essere cresciuti in un contesto familiare iperprotettivo e ipercontrollante caratterizzato dalla tendenza a comunicare ansia in maniera più o meno diretta anche attraverso reazioni fisiche (come ad esempio tremore, forte sudorazione, tono di voce rapido), contribuisce a formare un’ immagine di sé come persona fragile e vulnerabile, bisognosa di cure e di attenzioni particolari.
Nel caso specifico dell’ ipocondriaco tale aspetto ansioso si caratterizza, già nella fanciullezza, con un’ immagine di sé come persona vulnerabile da un punto di vista fisico e pertanto bisognoso di cure e attenzioni particolari a causa della propria debolezza.

Superare l’ ipocondria..si può?

La prima difficoltà che si incontra nel buon proposito di uscire da tale condizione che genera disagio è sicuramente quella di realizzare ed accettare il fatto che la problematica abbia una base psicologica in quanto la tendenza del paziente ipocondriaco è tendenzialmente quella di rivolgersi a strutture mediche al fine di ottenere una diagnosi soddisfacente piuttosto che ad un professionista della salute mentale.
Una volta superato questo ostacolo, può essere d’ aiuto decidere di iniziare un percorso psicoterapeutico teso a comprendere le motivazioni che stanno alla base dell’ ansia relativa al costante timore di contrarre malattie, prendendo in questo modo coscienza delle dinamiche che lo sottendono al fine di adottare nuove modalità di gestione dell’ ansia e abbattere l’ immagine di sé come persona debole e vulnerabile.

Riferimenti bibliografici:
– American Psychiatric Association (2014), DSM-5, Raffaello Cortina Editore.
– Reda, M.A. (1986), Sistemi cognitivi complessi e psicoterapia, Carocci Editore. Roma

Chi sono i “donatori di energia positiva”..? Scoprilo e prova diventarlo anche tu!

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Siamo fatti di energia. Anche quando non ce ne rendiamo conto rimandiamo (a noi stessi e agli altri) una carica energetica che può essere positiva o negativa.
A chi non capita di avere delle giornate “nere”..? Quando ci si sente stanchi e tristi sembra non andarne dritta una, avendo un “livello energetico” molto basso si tende ad essere negativi, a piangere, urlare, lamentarsi togliendo, talvolta senza neanche rendersene conto, energia vitale a se stessi per primi e, non di meno, alle persone che ci stanno intorno. Questo perché, negli scambi relazionali che intratteniamo ogni giorno, inconsapevolmente, ognuno di noi emana energia che può avvicinare o, al contrario, tenere distanti le persone con cui ci si rapporta. Provate a far mente locale e pensate a come vi sentite dopo esservi relazionati ad una persona sorridente o, al contrario, ad una persona annoiata.
Non avete come la sensazione di sentirvi alleggeriti o, al contrario, appesantiti in seguito ad incontri di questo tipo?
Del ruolo dei vampiri emotivi e dei modi attraverso i quali indeboliscano sia se stessi che gli altri abbiamo già discusso, non bisogna dimenticare, però, che esistono anche persone che sono in grado di trasmettere un senso di benessere e di energia positiva, da cui ognuno può imparare molto.
Le persone positive sono coloro che riescono a godere il buono della vita, che di fronte alle difficoltà non si lasciano prendere dal panico ma tirano fuori grinta e ottimismo, aspetti che si configurano come caratteristiche fondamentali per una buona riuscita nella vita.energia-positiva2

Riuscire a circondarsi di queste persone è importante perché, grazie alla loro flessibilità e alla loro propensione al benessere, si mostrano in grado di risollevare il morale quando ci si sente giù o dare buoni consigli e trovare soluzioni quando pare impossibile. Inoltre, cosa di non minore importanza, quando si trascorre tempo in compagnia di persone positive, i confini di ciò che è possibile si espandono e questo permette di considerare nuove opportunità, aprendosi al mondo con entusiasmo.

Come capisci di avere a che fare con donatori di energia positiva?

◊ In loro compagnia ti senti bene: la loro capacità di cogliere sempre il meglio da ogni situazione, il loro sorriso contagioso, la capacità di godere di ogni cosa li circondi trasmette un senso di benessere e tranquillità che rasserena chiunque stia loro vicino.

◊ Ti aiutano quando sei in difficoltà: i donatori di energia positiva rispettano gli altri e tendono la mano ogni volta che possono senza chiedere nulla in cambio, sono generosi e gentili ed è per questo che tendono ad avere relazioni sane.

◊ Ti fanno ridere: ridono tantissimo e, si sa, la risata è contagiosa! 🙂
Ogni volta che ti rubano un sorriso insegnano a non prendere né se stessi né la vita troppo seriamente, approfittando anzi di ogni occasione per ridere e favorendo, in questo modo, il benessere fisico e mentale.

◊ Ti perdonano quando sbagli: le persone positive sanno che riuscire a perdonare è una capacità fondamentale  per stare bene in quanto, ogni volta che non ci si riesce, si finisce per accumulare rabbia che, come ripetuto più volte, nuoce alla salute più di quanto non si pensi. È molto più vantaggioso, invece, imparare dai propri e dagli altri errori, lasciando andare ed evitando di ripeterli.

Come diventare, a tua volta, un donatore di energia positiva?

pensieri-positivi3♦ Osserva..e impara: Sicuramente conoscerai una o più persone che possiedono le caratteristiche appena menzionate, allora focalizzale..e usale come modelli! Coltiva l’ ottimismo, sii disponibile e aperto agli altri, ridi, perdona.

♦ Sii riconoscente: anche in quelle giornate in cui niente sembra filare per il verso giusto, non lasciarti prendere dal pessimismo; anziché concentrarti su ciò che manca, concentrati su ciò che hai, apprezza le persone e le cose che ti circondano, cogline il bello e apprezza tutto ciò che possiedi.

♦ Trova nuovi stimoli: incontra nuove persone, inizia una nuova attività, esci dalla tua zona di confort e sii curioso di scoprire cosa può riservarti la vita.

♦ Non giudicare: avere un atteggiamento giudicante ti rende rigido e severo; anziché focalizzare il pensiero sugli altri, concentrati su di te, su come sei, su come vorresti essere e su cosa puoi fare per  migliorarti.

♦ Goditi la vita: non farti togliere energie da cose frivole, godi il presente, concediti  tempo per te e fatti qualche piccolo regalo, coccolati.

♦ Non ti arrendere mai:  per ultimo, fondamentale, non abbatterti mai davanti ai fallimenti. Come diceva Edison “Non mi scoraggio perché ogni tentativo sbagliato scartato è un altro passo avanti”.

Sei d’ accordo..? 😉

Riferimento Bibliografico:
– Hasson, G. (2016). Mindfulness, 100 esercizi per una vita più serena. Antonio Vallardi Editore, Milano.