Cambia la postura..e aumenta la fiducia in te!

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Avere sicurezza di sé è una caratteristica fondamentale per vivere serenamente ma, nonostante questo, riuscire a raggiungere un’ accettazione di se stessi e delle proprie capacità, mostrandosi fieri e decisi, è un obiettivo tutt’ altro che semplice da raggiungere.
Sebbene i meccanismi da cui si sviluppa la stima di sé siano molto profondi e vadano ricercati nei primi scambi con le figure di attaccamento non approfondibili in questa sede, è comunque vero che, modificando certi modi di fare e di rapportarsi, è possibile sentirsi più calmi, sicuri e sintonizzati su ciò che si sta vivendo, mostrando agli altri, ma prima di tutto a se stessi, un’ immagine di persona determinata.
Abbiamo già visto quanto il linguaggio non verbale sia talmente spontaneo da avere la capacità di trasmettere informazioni senza che noi stessi, spesso, ce ne rendiamo conto (se vuoi approfondire, clicca qui) e proprio sulla base di questo è possibile in qualche modo “esercitarsi” a trasmettere un’ immagine di persona sicura di sé.
Alcuni studi hanno infatti mostrato come la postura sia in grado di influenzare il funzionamento del cervello, in particolare, assumere una postura che denoti sicurezza (spalle dritte e petto in fuori) modifica i livelli di testosterone e cortisolo nel cervello, “convincendo” il cervello di essere fiero di sé.
Ecco perché, modificando le proprie posture ed i propri gesti, si può cercare di influenzare il messaggio che il cervello riceve; ovviamente, quello che si deve fare non è adottare modalità innaturali e sgradevoli, si tratta semmai di modificare alcune modalità familiari (spalle chiude o sguardo verso il basso, per esempio) per verificare come corpo e mente si comporteranno di conseguenza.. 🙂

Cosa si deve fare, nella pratica, per mostrarsi sicuri?

  • Impara a stare diritto con la schiena, sia che tu sia in piedi che seduto, una postura ben eretta rimanda un senso di sicurezza e prestigio
  • Tieni la testa diritta, è importante che lo sguardo sia parallelo al suolo affinchè ci si senta fieri di sé (e gli altri ci percepiscano tali)
  • Lascia le spalle rilassate, le spalle tese rimandano, appunto, tensione, disagio e quindi senso di insicurezza
  • Distribuisci il peso su entrambe le gambe, questo ti permetterà di avere una posizione più “ferma”
  • Se stai seduto, rilassa le braccia appoggiandole ai braccioli della poltroncina, adottando un atteggiamento di apertura e relax
  • Non evitare lo sguardo degli altri, guarda l’ interlocutore negli occhi..senza esagerare, ovviamente..
  • Abbassa il tono della voce e parla più lentamente, tale atteggiamento vocale trasmette un senso di tranquillità e sicurezza.

Premesso che non è possibile controllare tutta la comunicazione non verbale, non va comunque dimenticato che, adottando alcuni accorgimenti, è possibile determinare dei cambiamenti nei pensieri, nei sentimenti e nel comportamento.

Riferimenti Bibliografici:
– Hasson, G. (2016). Mindfulness, 100 esercizi per una vita più serena. Antonio Vallardi Editore, Milano.

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Psicologia di gruppo – “Io e l’ Altro”.

gruppo-psicologicoLa crescita psicologica passa attraverso tantissime vie.
Nell’ immaginario comune, quando si avverte l’ esigenza di iniziare un percorso di crescita personale, si pensa alla relazione diadica tra psicologo e paziente all’ interno di una cornice intima e ristretta in cui, nel rapporto con un professionista, si arrivano ad acquisire nuove consapevolezze di sé.
Ovviamente questa idea è corretta, ma non è l’ unica.
Partendo dal presupposto che esistono tantissimi tipi di gruppi psicologici o psicoterapeutici che si pongono obiettivi e modi anche molto diversi tra loro di lavorare, esplorare le proprie dinamiche all’ interno di un contesto gruppale fornisce, soprattutto in certi casi, un grande arricchimento al proprio percorso di crescita individuale.
La personalità di ognuno è quasi interamente il prodotto delle relazioni con gli altri e molto spesso la sofferenza si sviluppa proprio nel momento in cui queste interazioni vengono distorte. Ciò è in grado di spiegare da una parte perché partecipare ad un gruppo psicologico dia, di per sé, sostegno e forza, dall’ altra permette di comprendere quanto possa essere utile trattare certe dinamiche all’ interno di un contesto relazionale.
Come accennato, esistono tantissimi tipi di gruppi psicologici (o psicoterapeutici), che muovono da premesse e tecniche diverse e si pongono obiettivi differenziati, sulla base della loro strutturazione: si va da gruppi di rilassamento (ad esempio quelli di Training Autogeno) ai gruppi terapeutici che, a seconda delle tecniche utilizzate, abbracciano caratteristiche anche molto diverse tra loro (basti pensare ai Gruppi Gestàlt ed ai Gruppi Analitici), ai gruppi di sostegno, a diversi tipi di gruppi psicologici e di crescita personale.

Cos’è il Gruppo Psicologico “Io e l’ Altro”..?

Questo gruppo, progettato e condotto da me e dalla collega, Dott.ssa Giulia Lorenzini, si pone come obiettivo principale quello di favorire nei partecipanti una maggiore consapevolezza di sé nelle relazioni sociali, rafforzando la capacità di esporsi all’ altro, cosa tutt’ altro che semplice per la gran parte delle persone.gruppo-io-e-l-altro
All’ interno di un contesto rassicurante, vengono proposti giochi psicologici che permettono ai partecipanti di sperimentare se stessi in relazione agli altri, esplorando e cogliendo aspetti di sé spesso sconosciuti fino a quel momento, prendendo coscienza del fatto che l’ immagine di se stessi che appare all’ altro è spesso molto diversa da quella che ognuno di noi ha l’ impressione di dare.
Gli spunti di riflessione che nascono da questi stimoli hanno la grande potenzialità di favorire l’ introspezione, la crescita personale e la stima di sé e, influenzando il modo di percepire se stessi, permettono di produrre cambiamenti nel modo di relazionarsi all’ altro, prima all’ interno del gruppo e poi fuori, nei contesti della vita quotidiana.

L’ inizio del prossimo gruppo è previsto per mercoledì 5 aprile 2017 in via Fra’ Bartolommeo, 24 (Firenze).

Per maggiori informazioni:

ѱ Dott.ssa Giulia Lorenzini
Psicologa Psicoterapeuta
Tel: 334.3114986
Mail: giulia.lorenzini@eximite.it

ѱ Dott.ssa Ilaria Visconti
Psicologa Psicoterapeuta
Tel: 339.6034157
Mail: doc.ilariavisconti@gmail.com

Riferimento Bibliografico:
– Sullivan, H.S. (1953). The interpersonal theory of psychiatry. New York: Norton

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Provare disagio nelle situazioni sociali: quando la timidezza si trasforma in ansia.

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Certe situazioni sociali, come sostenere una conversazione, incontrare nuove persone, telefonare a qualcuno o partecipare ad una festa, possono generare timidezza nella gran parte delle persone in quanto espongono alla relazione con gli altri, con la conseguente possibilità di venire osservati e, talvolta, giudicati.
Generalmente, i benefici che derivano da queste circostanze sono superiori agli svantaggi quindi l’ idea di conoscere persone nuove, divertirsi e trascorrere serenamente il proprio tempo sono ritenute motivazioni valide per affrontare il leggero imbarazzo iniziale e decidere di cominciare una nuova esperienza, in tranquillità.
Quando però tali esitazioni si trasformano in timori talmente grandi da generare vera e propria ansia al punto da compromettere la qualità della vita a livello personale e relazionale può darsi che siamo di fronte ad una situazione nota come “ansia sociale”.
Si parla di ansia sociale quando la leggera preoccupazione relativa alle situazioni sociali o a quelle in cui è richiesta una performance si trasforma in vera e propria paura e pare essere determinata in buona parte dalla tendenza ad interpretare certe situazioni in maniera distorta. Nello specifico, anziché essere vissute come divertenti e stimolanti, tali circostanze sono lette come minacciose e imbarazzanti, condizionando il modo di vivere se stessi e la propria capacità di relazionarsi a chi sta di fronte.
Il bisogno di fare a tutti i costi una buona impressione agli altri, collegata all’ insicurezza circa la possibilità di poterci riuscire, porta l’ individuo a formulare una serie di convinzioni su se stesso sminuenti e, vista la tendenza a focalizzare l’ attenzione su di sé anziché osservare le risposte degli altri, non si concentra sui riscontri (generalmente positivi) provenienti dall’ esterno, ma solo sulle proprie convinzioni distorte che non fanno che ridurre ulteriormente l’ autostima.

Quali sono le convinzioni controproducenti di chi soffre di “ansia sociale”?

ansia-socialeTra le credenze, le supposizioni e le regole errate alla base del pensiero di chi soffre di ansia sociale alcuni esempi sono: “Sono stupido/a”, “Se gli altri si accorgono che faccio un errore penseranno che sono un fallito/a”, “Devo apparire sempre perfetto/a”.
Avere pensieri così forti e negativi su se stessi e su come ci si deve comportare nelle situazioni sociali aumenta inevitabilmente l’ ansia in quelle circostanze, generando un circolo vizioso che spinge l’ individuo ad evitare tali situazioni sia impedendo a se stesso di mettersi alla prova che non dandosi la possibilità di dimostrarsi che gli esiti tanto temuti possono anche non verificarsi. Se solo riuscisse a trovare il coraggio di parlare in pubblico, per esempio, chi soffre di ansia sociale, potrebbe rimanere piacevolmente stupido dal realizzare di essere perfettamente in grado di farlo; l’ ansia però, in queste circostanze, è talmente paralizzante, da impedire di mettersi alla prova.

Quali sono le soluzioni?

Esistono una serie di tecniche, derivanti dall’ approccio cognitivo comportamentale, che possono essere utili per sbloccare la situazione.

  • Psico-educazione. Istruire le persone che soffrono di ansia sociale relativamente alla natura della propria agitazione è utile per metterle a conoscenza e rassicurarle relativamente alle sensazioni sgradevoli che stanno provando.ansia-sociale-1
  • Strategie cognitive. Dato che una delle cause principali dell’ ansia sociale è la presenza di pensieri distorti, risulta utile aiutare la persona a focalizzarsi su di essi e, soprattutto, sul modificarli in “positivo, aprendo la mente ad alternative meno ansiogene e giudicanti.
  • Esposizione. Per ridurre la paura è fondamentale confrontarsi direttamente con ciò che si cerca di evitare; ogni volta che avviene un confronto con ciò che si teme e si realizza che non succede nulla di nocivo, l’ ansia tende a ridursi automaticamente. Sebbene questa tecnica sia fondamentale è anche quella a più alto contenuto emotivo, pertanto è importante che l’ esposizione avvenga gradualmente.
  • Tecniche di rilassamento. Le tecniche di rilassamento quali il Training Autogeno, per esempio, risultano di grande aiuto per abbassare la soglia di ansia generale e sono particolarmente utili in prossimità dell’ esposizione.

Ritengo che l’ uso di tali tecniche sia molto utile per aiutare la persona a sbloccarsi di fronte a certe situazioni sociali riducendo il livello d’ ansia ed imparando ad aprirsi al mondo.
Nonostante questo, osservando la problematica secondo un approccio comparato, ritengo che, affinchè l’ individuo possa raggiungere benefici a lungo termine sia essenziale approfondire il lavoro terapeutico focalizzando l’ attenzione sulle motivazioni alla base delle proprie insicurezze e timori, analizzandole e comprendendole al fine di prenderne coscienza e realizzando così una crescita personale.

Riferimento Bibliografico:
– Antony M. M., Rowa K. (2010), Disturbo d’ ansia sociale. Giunti O.S. Organizzazioni Speciali – Firenze.

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Cosa comunichi agli altri senza rendertene conto..?

“Non si può non comunicare” è il primo assioma (cioè principio) relativo alla comunicazione umana introdotto da Paul Watzlawick che esprime in modo esaustivo il concetto fondamentale secondo il quale in ogni circostanza, che se ne abbia intenzione o meno, sia impossibile per chiunque non trasmettere informazioni di se stesso.
Sebbene la tendenza sia infatti quella di associare la comunicazione alla parola, nella pratica la gran parte delle informazioni che gli altri acquisiscono rispetto a noi (e, ovviamente, viceversa) viaggia attraverso un canale molto più inconscio e meno controllabile noto come comunicazione non verbale.

In che modo si parla agli altri di se stessi?

• Aspetto fisico •

Il modo con cui ci si presenta fisicamente fornisce una sorta di biglietto da visita rispetto a ciò che siamo e mostra, inevitabilmente, aspetti della propria personalità o del proprio ruolo sociale che non sfuggono agli osservatori; di conseguenza, certi aspetti del proprio fisico mal trascurati o non valorizzati vengono valutati dagli altri e possono provocare distacco o, al contrario, approvazione.

• Contatto oculare •

Si dice che gli occhi siano lo specchio dell’ anima, probabilmente a ribadire il concetto che, se può essere relativamente semplice mentire con le parole, diventa molto più complesso farlo attraverso lo sguardo.
Il contatto oculare possiede infatti particolari potenzialità espressive tanto da essere spesso molto difficile da sostenere, rimandando agli altri una grande quantità di informazioni circa le emozioni che si stanno sperimentando. La tendenza a rifuggire il rapporto faccia a faccia guardando altrove o evitare la sguardo altrui, rimanda insicurezza ed imbarazzo, al contrario, uno sguardo fisso e costante può essere percepito come fastidioso fino a diventare propriamente minaccioso e, pertanto, aggressivo e violento.

• Mimica facciale •

La mimica facciale è, in un certo senso, un complemento al contatto oculare. Ci si riferisce, nello specifico, ad ogni variazione espressiva a livello delle sopracciglia, degli occhi, della bocca e delle guance.non-verbale
Ti sei mai chiesto cose stai comunicando a chi ti sta di fronte semplicemente muovendo un sopracciglio..?
Sebbene la gran parte della responsabilità espressiva dipenda dalla bocca, infatti, ogni movimento di muscoli del viso contribuisce a trasmettere importanti informazioni su ciò che si sta pensando o provando. Ciò è confermato, per esempio, dal fatto che esprimere verbalmente felicità corrugando la fronte determina confusione in chi ascolta proprio a causa della contraddizione tra linguaggio verbale e non verbale essendo diffusa la tendenza, generalmente, a credere a ciò che diciamo col volto piuttosto che con la voce.

• Spazio sociale •

Come occupi lo spazio a tua disposizione? Come e quanto ti fai notare? Che posizione assumi di fronte agli altri?non-verbale3
Tutti questi aspetti relativi allo spazio fisico e alla tua modalità privilegiata di occuparlo, forniscono un grandissimo numero di indicazioni relative a ciò che sei. Chi occupa, per esempio, poco spazio quasi a chiudersi su se stesso, si distanzia nelle situazioni sociali o limita il contatto fisico, sta dicendo, spesso senza neanche saperlo, che si trova in difficoltà, in imbarazzo, in una situazione in cui non è a proprio agio.

• Tono della voce •

Questo aspetto si riferisce ad una ricchezza praticamente illimitata di variazioni e modulazioni che permettono di esprimere una vastissima varietà di concetti con valori e significati anche molto diversi tra loro.
Una stessa osservazione può risultare fatta in modo prepotente o pacato a seconda del tono della voce scelto. In genere, parlare a voce alta rimanda ad una tonalità minatoria o comunque litigiosa, sulla difensiva così come, al contrario, parlare a bassa voce, in modo lento ed incerto trasmette agli altri un forte senso di insicurezza e disagio.

• Gestualità •

La gestualità è una modalità molto utilizzata anche perché possiede, potremmo dire, una duplice funzione; da una non-verbale2parte è un vero e proprio codice che, addirittura, sostituisce l’ espressività verbale (basti pensare a segnali quali “ok” o “time-out”), dall’ altro costituisce un importante rinforzo a ciò che si sta esprimendo a parole.
Anche il modo di gesticolare rimanda molte informazioni agli altri relative al proprio stato emotivo: usare i gesti in maniera eccessiva, per esempio, fa trasparire agli altri un’ ipereccitazione che viene, generalmente, interpretata come ansia.

Il tema del linguaggio non verbale è un argomento estremamente vasto che, nonostante la sua presenza costante nella quotidianità di tutti, non viene spesso preso in considerazione con l’ importanza che meriterebbe.
Non bisogna dimenticare che ognuno di noi ha un’ innata capacità ad interpretarlo e, al tempo stesso, un’ impossibilità nel nasconderlo essendo legato ad aspetti innati ed istintivi. Per questo, imparare a conoscerlo meglio può fornire delle importanti chiarimenti nella comprensione di se stessi e degli altri.

Riferimento Bibliografico:
– Alberti L., Dinetto A., Manuale di addestramento affermativo, Bulzoni Ed., Roma, 1988

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“Hai il diritto di..” – Il Codice dei Diritti Assertivi.

Ho ribadito più volte l’ importanza di imparare ad essere assertivi.
Sebbene infatti spesso non sia comprensibile nell’ immediato quanto la difficoltà di esprimere i propri bisogni e desideri in maniera adeguata possa avere ripercussioni anche piuttosto forti sulla propria salute psicologica (nonchè fisica!), nei fatti la qualità della vita varia molto tra coloro che sanno esprimersi e coloro che tentennano nel farlo.
Per acquisire questa importante competenza, risulta fondamentale rimuovere false credenze, ristrutturare alcune convinzioni e correggere certe errate informazioni che vengono date per “buone” guidando il comportamento in una direzione che può essere, in realtà, distorta.
Ecco perché risulta importante conoscere quello che viene definito come “Codice dei Diritti Assertivi”, una specie di regolamento, caratterizzato da serie di imperativi tesi a focalizzare l’ attenzione sul proprio essere, chiarendo quelli che sono i diritti di ognuno che, troppo spesso, vengono  lasciati in disparte, per soddisfare le esigenze altrui o, al contrario, usati in maniera esclusiva, non tenendo conto degli altri.

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“IL CODICE DEI DIRITTI ASSERTIVI”

1. IL GIUDICE SUPREMO DEL TUO COMPORTAMENTO SEI TU STESSO
2. HAI IL DIRITTO DI NON DARE SPIEGAZIONI E SCUSE PER IL TUO COMPORTAMENTO
3. HAI IL DIRITTO DI GIUDICARE SE TOCCA A TE TROVARE LA SOLUZIONE PER I PROBLEMI DEGLI ALTRI
4. HAI IL DIRITTO DI CAMBIARE OPINIONE
5. HAI IL DIRITTO DI FARE SBAGLI
6. HAI IL DIRITTO DI DIRE “NON SO”
7. HAI IL DIRITTO DI PRESCINDERE DAL BENVOLERE DEGLI ALTRI, QUANDO HAI A CHE FARE CON LORO
8. HAI IL DIRITTO DI PRENDERE DECISIONI ILLOGICHE
9. HAI IL DIRITTO DI DIRE “NON CAPISCO”
10. HAI IL DIRITTO DI DIRE “NON MI RIGUARDA”
11. HAI IL DIRITTO DI DIRE “NO” SENZA SENTIRTI IN COLPA

Concentrarsi su questi principi, permette di acquisire una maggiore consapevolezza circa quelli che sono i confini tra sé e gli altri, limitando sentimenti comuni quali senso di colpa, timore di esprimersi e di essere giudicati e raggiungendo un maggiore livello di libertà e sicurezza personale, nel rispetto degli altri.

Riferimento Bibliografico:

  • Alberti L., Dinetto A., Manuale di addestramento affermativo, Bulzoni Ed., Roma, 1988
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Hai il diritto di dire NO senza sentirti in colpa!

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NO è una piccola parola monosillabica che racchiude in sé un significato talmente grande da essere spesso tremendamente difficile da pronunciare.
Dietro a questa parolina si celano infatti una serie di emozioni che spaziano dal timore di non accettazione al senso di colpa e ciò avviene anche perché nella nostra cultura tale parola è considerata esclusivamente in riferimento alla sua accezione negativa di indisponibilità, opposizione e rinuncia. 
Nel timore di deludere gli altri e di apparire come egoisti e poco accomodanti non ci si rende conto che spesso nel momento in cui si dice SI agli altri si sta dicendo NO a se stessi.
Col passare del tempo questa tendenza può determinare ripercussioni psicologiche legate all’ ansia e al senso di insoddisfazione generalizzato, per questo è importante capirne il significato al fine di modificare questa abitudine per molti quotidiana.

Quale debolezza si cela dietro alla difficoltà di dire NO..?

L’ incapacità a rispondere negativamente ad una richiesta è sicuramente, almeno in parte, legata ad una bassa autostima e quindi ad una errata valutazione del proprio valore personale.
Accondiscendere sempre alle richieste esterne denota insicurezza in quanto è una modalità che non tiene conto delle proprie priorità, ma le sacrifica sempre per privilegiare quelle altrui. Per non creare “problemi” quindi, anzichè esprimere il proprio punto di vista, si può decidere di accettare quello degli altri scegliendo di apparire, almeno nel proprio immaginario, particolarmente apprezzabili e amabili in quanto sempre disponibili e prodighi alle richieste altrui. 
Dire sempre di SI, in realtà, impedisce di esprimere i propri bisogni e desideri alle persone circostanti e di mostrare quali sono le proprie reali necessità.
Per questo la parola SI può diventare uno scudo dietro al quale nascondersi per sfuggire al giudizio negativo degli altri e grazie al quale celare la propria personalità per paura che possa non essere apprezzata.
Dietro questa difficoltà può pertanto nascondersi la paura di mostrarsi per ciò che si è realmente, ossia una persona con opinioni e desideri diversi da quelli degli altri e con esigenze che non necessariamente coincidono con quelle altrui, ma che non sono per questo meno importanti.
Ogni volta che il desiderio è quello di rispondere NO ad una richiesta ma si tende a rispondere affermativamente si fa un grande torto a quella parte di se stessi che avrebbe voglia di essere libera, di emergere e di essere amata in modo incondizionato, indipendentemente dall’ accettazione o meno delle regole altrui.
Ma, se anziché sentirsi in dovere di accogliere ogni richiesta, si iniziasse ad entrare nell’ ottica che dire NO è un diritto..? Dire NO esprime il diritto di scegliere, di esprimersi, di affermarsi, consolidarsi, distinguersi, implica il diritto di rispettarsi e di difendere la propria libertà.

Si può imparare a rispondere NO?

 SI, si può
Imparare a farlo presuppone diventare più assertivi e col tempo, allo stesso modo con cui si è acquisita l’ abitudine a soddisfare le richieste esterne, si può imparare ad invertire tale tendenza e mettere se stessi e le proprie esigenze al primo posto.
Ecco alcuni passaggi utili per “allenarsi”:no2

 -> È importante, per prima cosa, cambiare la forma mentis secondo la quale non si è obbligati ad essere sempre accondiscendenti ma si ha, al contrario, il diritto di scegliere ciò che ci fa stare bene. Questo passaggio è fondamentale perché autorizza se stessi a rifiutare una richiesta senza sentirsi in colpa.

-> È fondamentale non tergiversare, dicendo di NO con tono fermo e sicuro, guardando l’ interlocutore negli occhi.

-> Può essere d’ aiuto iniziare la frase con la parola NO e concluderla menzionando le proprie priorità. Per esempio: “No, purtroppo stasera ho già un altro impegno”.

 Apportare questa piccola abitudine alla comunicazione comporta dei grandi vantaggi a livello di soddisfazione personale e quindi di autostima, consente di sentirsi liberi di scegliere cosa fare senza sentirsi in dovere di dover dare spiegazioni e rende indipendenti e quindi non manipolabili dagli altri.

 
Riferimento Bibliografico:

  • Alberti L., Dinetto A., Manuale di addestramento affermativo, Bulzoni Ed., Roma, 1988

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Trasforma la realtà con il pensiero: la “Profezia che si Autoavvera”.

Qual è la percezione che hai di te stesso e delle tue capacità?
Focalizzàti come siamo nel dare peso a ciò che gli altri dicono o pensano di noi, può succedere che ci sfugga di tener conto del parere più importante di tutti: il nostro. Eppure l’ immagine che ognuno ha di se stesso e delle proprie capacità è in grado di modificare gli eventi quotidiani, in modo positivo o, al contrario, negativo.
Ciò non avviene peProfeziachesiautoavverar magia o per merito di energie cosmiche, ma grazie (o a causa) di un processo psicologico noto come “Profezia che si autoavvera”.
Come già detto più volte ognuno costruisce la propria realtà tramite schemi acquisiti dall’ esperienza e su questa base seleziona e classifica le informazioni esterne che tendono a mantenersi, dando così un significato ben preciso sia a se stesso che al mondo che lo circonda….e a comportarsi di conseguenza..!
La “profezia che si autoavvera”, introdotta dal sociologo Merton, prende spunto da un famoso teorema di Thomas secondo il quale Se gli uomini definiscono certe situazioni come reali, esse sono reali nelle loro conseguenze.

Ma come è possibile che ciò avvenga..?

L’ opinione che abbiamo di noi stessi e la modalità con cui leggiamo il comportamento altrui influenza in modo impareggiabile il nostro modo di porci.
Se per un qualsiasi motivo supponiamo di non piacere alla persona che abbiamo di fronte, con buone probabilità tenderemo ad avere un atteggiamento ostile, sospettoso e di chiusura che, sebbene messo in atto per tutelarci, non farà altro che incoraggiare negli altri quell’ esclusione tanto temuta, confermando effettivamente il timore di fondo, in questo caso di non essere apprezzati da quella persona, lasciandoci incastrati in una trappola mentale.
Se, al contrario, il pensiero è aperto e ben predisposto verso l’ esterno, permette di avere un’ opinione di se stessi positiva, di persone ben accolte nei contesti sociali e apprezzate dagli altri; allo stesso modo un atteggiamento sorridente e disponibile fungerà da calamita e stimolerà simpatia nei nostri confronti.
In entrambi i casi la “profezia” si è avverata, e ciò è dipeso solo ed esclusivamente da noi stessi e dal nostro modo di interpretare il mondo.
Questa predizione non riguarda solo le relazioni sociali, ma si estende ad ogni contesto di vita.
In ambito affettivo, ad esempio, la situazione classica in cui si verifica tale meccanismo è quella relativa all’ infedeltà: molto più spesso di quanto si pensi, infatti, un partner eccessivamente geloso, che cerca continuamente indizi circa l’ adulterio dell’ altro, diventa talmente morboso, possessivo e ossessionato dal timore di essere tradito da spingere il coniuge a cercare serenità altrove, tradendolo realmente.
La stessa dinamica si applica al lavoro o allo studio, ogni volta che ci si convince di non poter raggiungere un traguardo, di non aver abbastanza tempo per consegnare un elaborato, di non potersi classificare in una graduatoria..stiamo gettando le basi per far sì che la profezia tanto temuta si avveri..!

Come sfruttare la “Profezia che si Autoavvera” a nostro vantaggio”..?

Appare subito evidente quanto le nostre convinzioni abbiano una grande responsabilità nel costruire e modificare la realtà, quindi tanto vale farne un punto di forza.

La prima cosa da fare è quella di prendere consapevolezza circa le convinzioni prevalenti nei vari ambiti di vita. Come mi sento nei contesti sociali? Quali opinioni penso che gli altri abbiano di me? Come valuto le mie doti lavorative? Mi fido del mio partner? Come trovo il mio aspetto fisico?


Convertire ogni risposta negativa in positiva. Ad esempio: “Nei contesti sociali provo disagio” inNei contesti sociali sono perfettamente a mio agio; “Penso che gli altri mi trovino insicuro e noioso” in Gli altri pensano che io sia divertente e solare; “Lavorativamente parlando non sono particolarmente capace, quindi non riceverò alcuna promozione” in “Sono una persona seria, capace ed affidabile sul lavoro, pertanto merito quella promozione e così via..

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Passare dal pensiero all’ azione iniziando a comportarsi effettivamente come se si fossero già assimilate le caratteristiche della persona che si vuole diventare.
Se voglio risultare simpatico agli altri, una buona idea è quella di sorridere di più, per esempio.

 Attribuirsi la responsabilità delle proprie azioni e sposare la convinzione di avere un ruolo attivo nel costruire la propria vita è un presupposto vincente, sebbene molto spesso svalutato o non considerato, per affrontare la quotidianità in maniera più serena e mettersi in discussione, al fine di diventare ciò che vorremmo essere.
Tramutare la realtà attraverso il pensiero, non significa fare un rituale magico, vuol dire piuttosto diventare coscienti del fatto che la bacchetta magica..siamo noi stessi..! 😉

Riferimento Bibliografico:
-Merton R. K. (1968). Teoria e struttura sociale. Bologna, Il Mulino.

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Riduci l’ ansia smantellando 4 falsi miti!

Riuscire a dire ciò che si prova, comunicare bisogni o palesare pensieri è tutt’ altro che semplice, soprattutto perché tali azioni sono molto spesso associate a sentimenti di ansia.
La motivazione principale alla base della mancanza di assertività, pare essere quella legata ad una scarsa autostima, che porta ad assumere un atteggiamento inibitorio, reprimendo i propri desideri, o, al contrario, imponendosi agli altri in maniera violenta, non riconoscendone i valori e le necessità.
assertività3Entrambe le modalità risultano essere disadattive e generano frustrazione, insicurezza, senso di colpa, isolamento ed ansia che, a lungo andare, rischiano di minare ulteriormente la stima in se stessi e generano risentimenti e nervosismo che sfociano spesso in somatizzazioni di ogni tipo.
Oltre al senso di valore personale, però, tra le ragioni che rendono difficile comunicare in maniera assertiva, assumono un ruolo molto importante i fattori culturali.
Può infatti avvenire che, nel corso del tempo, vengano trasmessi valori e ideali che, sebbene funzionali e coerenti in contesti passati, risultino inadeguati in quelli attuali ed essendo mantenuti all’ interno di un contesto sociale modificato generano incongruenze sia a livello ideologico che morale. E proprio per adeguarsi a questi modelli ormai superati, alcune persone tendono a modificare o addirittura rinnegare l’ espressione di sé, andando incontro a conflitti interiori e ansia.
A tal proposito Ellis ha individuato quattro opinioni errate, rinominate “miti”, che hanno una grande influenza nel generare comportamenti anassertivi.

Vediamo quale ti appartiene, in che modo devia il tuo pensiero..e come puoi affrontarlo!

1. Mito della modestia: La cultura Occidentale tende a trasmettere l’ idea che la modestia sia una virtù e ciò rende spesso molto difficile vivere e accettare in modo sereno i propri meriti e pregi e rende incapaci di rispondere ai complimenti o a parlare positivamente di sé. Al contrario, ciò favorisce lo svilupparsi di un’ immagine negativa di se stessi che, da una parte, nega ogni lode, dall’ altra giustifica le critiche nei propri confronti.
Il concentrarsi dell’ individuo sugli aspetti peggiori della propria personalità, può innescare sentimenti d’ ansia e depressione rendendo l’ adesione a questo valore estremamente controproducente.

Soluzione: Bisogna imparare a riconoscere e valorizzare le proprie qualità, a parlare di sé e dei propri aspetti positivi agli altri. Per iniziare, ogni volta che ci viene rivolto un complimento, anziché minimizzarlo, può essere una buona idea sorridere e rispondere “Grazie”, in questo modo, infatti, accettiamo una lusinga e la interiorizziamo, valorizzando noi stessi.

2. Mito del vero amico: L’ amicizia è un valore molto rilevante nella nostra cultura, tanto che spesso ci si aspetta che l’ altro sia in grado di anticipare e comprendere i nostri pensieri, desideri e aspettative, senza che ci sia bisogno di esprimerlo. E quando ciò non avviene si sviluppa spesso la convinzione che la gente si approfitti di noi o che non ci dia, comunque, la giusta considerazione reagendo con atteggiamenti di chiusura (tipici del passivo) o, al contrario, con atteggiamenti di difensiva (tipici dell’ aggressivo).

Soluzione: Per quanto un legame possa essere stretto, basato su conoscenza e affetto reciproco, nessuno al mondo, possiede la capacità di conoscere i nostri pensieri, a meno che non siamo noi a comunicarglieli. Inoltre, non meno importante, bisogna anche tener conto del fatto che ognuno di noi fa riferimento ad una  “gerarchia di valori” che non è valida per tutti allo stesso modo e, di conseguenza, ciò che per noi è molto importante non lo è per chi ci sta di fronte. Per questi motivi, per evitare inutili incomprensioni, fraintendimenti e delusioni, l’ unica soluzione è quella di esprimere sempre ciò che ci aspettiamo dall’ altro e ciò di cui avremmo bisogno.

3. Il mito dell’ ansia: Nella nostra società prevale ancora oggi la convinzione per cui le persone sicure di sé e “tutte d’ un pezzo”per poter contare sulla piena padronanza di loro stesse, non possono mostrarsi mai in ansia in quanto questo trasmetterebbe agli altri un’ immagine di persona debole e vulnerabile che non è accettabile.assertività2
Si tratta ovviamente di un mito.
Ansia non è sinonimo di fragilità, anzi esprime uno stato di attivazione che, fino a certi livelli, è fisiologico ed ha persino un valore adattivo in quanto migliora la performance. Diventa invece disadattiva quando è in eccesso e ciò succede ad ogni tentativo di sfuggire a questa sensazione, nascondendola agli altri.

Soluzione: Sebbene possa sembrare paradossale, esprimere apertamente agli altri la propria tensione, anziché sforzarsi di reprimerla, è un’ ottima strategia per ridurla e ciò permette di esprimere in modo tranquillo le emozioni, pensieri e sentimenti.

4. Mito dell’ obbligo: È forse il mito più diffuso che, per certi aspetti, è antagonista al “Mito del vero amico”.
Il mito dell’ obbligo consiste nella tendenza a sentirsi, da un lato, incapaci di rifiutare un piacere ad un amico e, dall’ altro, a vivere ogni richiesta propria come un’ imposizione fatta agli altri.
Se nel primo caso, quindi, si agisce perché ci si sente obbligati a farlo, nell’ altro non si agisce in quanto non si vuole obbligare gli altri a fare qualcosa per noi stessi. Ne consegue che chi aderisce a questo mito tende a proiettare la responsabilità della frustrazione che prova sugli altri, portandolo a concludere di essere incompreso e non considerato, provando sfiducia, isolamento e diffidenza nei confronti degli altri.

Soluzione: Un buon compromesso è quello di accondiscendere alle richieste altrui solo quando siano compatibili con i propri impegni o bisogni e concedersi, al tempo stesso, la libertà di avanzare, senza farsi prendere dai sensi di colpa, richieste agli amici; un rapporto interpersonale soddisfacente si basa sul dare e ricevere, mettendo al primo posto le proprie esigenze.

assertivitàOgnuno di questi miti racchiude dentro di sé una serie di idee preconcette e stereotipate che influenzano moltissimo la messa in atto di comportamenti disfunzionali; pertanto riconoscere queste false credenze è il primo passo fondamentale per correggere tali informazioni errate che, in maniera più o meno diretta, minano la serena gestione delle relazioni nella loro quotidianità.

Riferimento Bibliografico:
-Alberti L., Dinetto A., Manuale di addestramento affermativo, Bulzoni Ed., Roma, 1988

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Esprimersi. Facile..? No, non direi….

Dire ciò che pensiamo, palesare agli altri ciò di cui abbiamo bisogno o ciò che desideriamo senza sentirsi in difetto, è più facile a dirsi….che a farsi!
Tutti i “non detti” in cui quotidianamente incappiamo portano, inevitabilmente, a provare vissuti di ansia, ostilità, senso di incomprensione che, neanche troppo raramente, hanno ripercussioni  sulla nostra salute mentale, ma anche fisica..!
Essere assertivi significa avere la capacità di formulare risposte in grado di inibire lo svilupparsi di stati ansiosi e sono pertanto assertive tutte quelle persone che riescono, grazie a modalità comunicative e comportamentali adeguate, ad esprimere i propri bisogni  ed i propri sentimenti in maniera appropriata.
Il comportamento assertivo è più facilmente comprensibile in relazione a due comportamenti estremi ed opposti detti anassertivi, tanto disfunzionali quanto diffusi: l’ anassertivo passivo e l’ anassertivo aggressivo.240_0_4186089_340215
Chi sono i “passivi”? Sono coloro che tendono ad arrendersi al volere degli altri, che reprimono i propri desideri pur di non dar loro voce, sono tutti quelli che preferiscono compiacere gli altri piuttosto che se stessi.
Gli “aggressivi”, invece, tendono ad imporsi al volere altrui, non riconoscendo il valore ed i bisogni degli altri.
Sebbene  quindi questi due comportamenti siano totalmente diversi tra loro, entrambi non possono che nascondere un disagio così come entrambi sono disadattivi rispetto alla relazione con l’ altro, ma anche rispetto all’ immagine costruita di sè.
Se, infatti, il passivo, con il suo atteggiamento remissivo e compiacente ottiene il vantaggio immediato di evitare situazioni potenzialmente ansiogene apparendo agli altri come una persona piacevole, con il tempo il suo modo di porsi lo porterà a perdere stima di sè, nutrire risentimenti e irritazione che, essendo per lo più repressi (non possono venire espressi! “Se non sono più  accomodante e accondiscendente non piacerò agli altri”), si manifesteranno con somatizzazioni, dolori di testa, sindromi depressive, dolori di stomaco.
risolvere-un-conflittoD’ altra parte, il comportamento dell’ aggressivo non rende la situazione più facile…..Le sue reazioni esagerate, esplosive, imprevedibili e solitamente sproporzionate rispetto allo stimolo che le genera, causano, di solito, sensazioni di colpa, ostilità e rancore che tendono ad invadere lo spazio altrui, portando spesso l’ individuo ad uno stato di isolamento in quanto non risulta “gradito” dagli altri.
Ciò che lega queste due modalità di comportamento è il senso del valore personale che entrambi si attribuiscono: una bassa autostima che spinge, da una parte ad annullarsi rendendosi invisibile e dall’ altra ad imporsi in modo arrogante proprio per paura di “scomparire”.
Proprio a metà tra questi due estremi si colloca il comportamento assertivo, tipico di tutte quelle persone che, mettendo da parte disagio, ansia e insicurezza, riescono ad esprimere, a livello emotivo e cognitivo, i propri bisogni riuscendo così a raggiungere mète prefissate senza prevaricare e alimentando, in questo modo, la propria autostima e la fiducia in sè e negli altri.
Emerge abbastanza chiaramente quanto essere assertivi sia tutt’ altro che semplice ma la buona notizia è che assertivi si può diventare! 🙂
Tramite un percorso mirato, infatti, è possibile acquisire questa competenza. Dopo aver compreso le ragioni per cui esprimere appropriatamente i propri bisogni ed i propri desideri è così difficile, tenendo conto sia delle proprie caratteristiche di personalità che di tutti quegli aspetti culturali e sociali che ostacolano la messa in atto di un comportamento assertivo, il lavoro verte sullo sviluppo delle abilità assertive tenendo conto sia di aspetti verbali che non verbali attraverso le quali trasmettiamo costantemente agli altri un’ idea di noi. Attraverso simulazioni e giochi di ruolo è possibile apprendere a rapportarsi agli altri in modo efficace ed imparare ad esprimersi a 360 gradi in totale serenità.

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Puoi approfondire l’ argomento leggendo un altro mio articolo sulla rivista psicologica on line PsicologiaOk

Riferimenti Bibliografici:

– Alberti L. Dinetto A. (1988), Manuale di addestramento affermativo, Bulzoni ed., Roma.
– Granata G. (1999), Pnl: la programmazione neurolinguistica, Giovanni De Vecchi Editore S.p.a. – Milano.

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