Cosa si nasconde dietro la paura di amare?

Paura d' amare 2 - Psicologo Psicoterapeuta Firenze

A partire dall’ adolescenza e, in genere, per tutto il resto della vita, si è soliti stabilire relazioni affettive con un’ altra persona. Man mano che si cresce, tali legami emotivi tendono a diventare sempre più intimi ed impegnativi, maturi, caratterizzati dal bisogno di condividere, a tutti i livelli, la propria vita con la persona che si ama.
Per alcuni stabilire e mantenere un rapporto ad un livello profondo, vissuto come limitante e costrittivo della propria libertà ed autonomia, può risultare davvero difficile ed è per questo che, anziché costruire qualcosa di concreto con una persona, nel momento in cui il legame si fa troppo intimo ed intenso, coloro che vivono i rapporti come limitanti tendono a scappare ed a ricominciare altrove preferendo una relazione più superficiale e senza responsabilità.
Questo atteggiamento, che viene letto da chi osserva come infantile scatenando, di frequente, reazioni di sofferenza e rabbia nei confronti di chi lo mette in atto, nasconde però una problematica che può generare angoscia in chi la vive che, nonostante questo, non riesce ad interromperla.

Di cosa ha paura chi ha paura di amare?

Si può ipotizzare che la personalità che caratterizza colui che siamo soliti definire “Don Paura d' amare - Psicologo Psicoterapeuta FirenzeGiovanni” (tale tendenza può essere presente sia negli uomini che nelle donne ma riguarda, più frequentemente, chi appartiene al sesso maschile), sia di tipo fobico; ossia caratterizzata da un attaccamento ansioso del bambino nei confronti del genitore, il quale mantiene ed incoraggia un atteggiamento iperprotettivo, ostacolando, fin da piccolo, il naturale bisogno del bambino di esplorare il mondo e sviluppare sicurezza di sé.
Ed è così che l’ evitamento si caratterizza come la modalità preferita per affrontare il mondo.
Evitare tutti quegli eventi e quelle situazioni che vengono percepiti e vissuti come pericolosi permette di ottenere un controllo su tutto ciò che potrebbe essere lesivo ed arrecare quindi un danno alla propria incolumità fisica..e non solo!
Inizialmente, infatti, le paure che il bambino prova sono rivolte prevalentemente al mondo esterno e quindi la sua attenzione è totalmente focalizzata sugli eventi pericolosi e sui messaggi allarmistici che potrebbero danneggiarlo, confermando la sua percezione di persona vulnerabile che, in quanto tale, può essere facilmente ferita da tutto ciò che c’è fuori, e quindi anche dagli altri.

Come appare chi ha paura di amare?

Sebbene nasconda dentro di sé un grande timore di essere, in qualche modo, danneggiato, agli occhi esterni chi teme le relazioni, tende ad apparire, molto spesso, come una persona aperta ed estroversa, brillante e sicura di sé. Questa apparente sicurezza, però, tende in genere a nascondere un’ attenta e accurata selezione delle persone a cui si relaziona delle quali sente la necessità di avere un controllo sempre per non rischiare di venirne danneggiato.
Ed è quindi, già a partire dall’ adolescenza, che costruisce un “raggio di azione” nel quale, sebbene limitato, riesce ad essere brillante e sicuro di sé ma, al di fuori del quale, evita ogni situazione per non rischiare di venire ferito.
Nel momento in cui stabilisce una relazione amorosa, sviluppa un bisogno di controllare il partner e tale necessità, unita alle frequenti critiche da parte dei genitori ed alla difficoltà di coinvolgimento emotivo (considerato un segnale di debolezza), fa spesso assumere un atteggiamento da “lasciatore”.
Quando la situazione viene vissuta come troppo costrittiva perché, iniziando a diventare intima, determina richieste eccessive o nella circostanza in cui ci sia il rischio di venire abbandonato, la scelta privilegiata è, di solito, quella di provocare l’ interruzione del rapporto, diventato ormai troppo “compromettente” e quindi “pericoloso” perché, si sa, quando ci si innamora, si diventa vulnerabili.

Quindi chi ha paura di amare non può amare?

Penso che sia più corretto affermare che, allo stesso modo con cui la personalità fobica sente il bisogno di controllare i pericoli esterni per preservare la propria integrità fisica, sviluppa anche la necessità di controllare i propri stati interni. Ciò gli impedisce di darsi il tempo per esaminare le proprie emozioni e non gli consente di riconoscerle, di esprimerle e di accettarle, soprattutto quando si presentano con forte intensità come avviene nel caso delle relazioni amorose ed è questo che lo porta ad evitare collegamenti tra ciò che prova internamente, ciò che pensa e ciò che accade mettendo un muro tra sé e gli altri.

La paura di amare può essere superata?

Pura d' amare 3 - Psicologo Psicoterapeuta FirenzeAlla base della paura di amare ci sono timori molto radicati che, essendosi sviluppati già nei primi anni di vita, hanno condizionato il mondo di interpretare il mondo interno ed esterno, strutturando la personalità dell’ individuo. Per questo, imparare a leggere i propri vissuti da un punto di vista differente da quello a cui si è abituati (e che condiziona, da sempre, il modo di dare un senso al mondo), è un processo sicuramente non semplice e non rapido, ma non impossibile da realizzare.
Un percorso psicoterapeutico, teso ad analizzare la propria storia personale e le idee che hanno caratterizzato la propria esistenza al fine di leggerle in una prospettiva differente e più costruttiva, può aiutare chi ha paura di amare ad abbandonare la maschera che indossa, imparando ad aprirsi, pian piano, alle proprie fragilità, accettandole, condividendole e mostrarsi per ciò che è davvero (agli altri ma, soprattutto, a se stesso).

Riferimento Bibliografico:
– Reda, M.A. (1986), Sistemi cognitivi complessi e psicoterapia, Carocci Editore. Roma

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La ruminazione mentale: quando staccare la mente dai pensieri sembra impossibile.

Ruminazione

Capita che certi pensieri o ricordi si insinuino nella mente in maniera continua e costante, creando circoli viziosi da cui pare impossibile uscire. Ed è così che la mente si stanca e si affanna per cercare di bloccare questo meccanismo, che può essere definito di “ruminazione mentale”, e che consiste nell’ incapacità di fermare il susseguirsi, rapido e stancante, di idee e dubbi che fluiscono ininterrottamente senza possibilità di interromperli.
Il processo di ruminazione è collegato al bisogno di controllare i propri sentimenti di apprensione e tristezza ed infatti tale segno è presente in alcune problematiche di ansia e nella depressione, caratterizzate dalla tendenza di chi ne soffre a focalizzare il pensiero in maniera esclusiva su esperienze emotive negative, valutando in modo distorto sia se stessi che l’ ambiente circostante.
Al di là dell’ aspetto patologico, caratterizzato da un disturbo vero e proprio, però, la gran parte delle persone sperimenta quotidianamente esperienze di questo tipo, soprattutto nei periodi caratterizzati da forte stress.Ruminazione2
Chi rumina, in genere, “rimastica” mentalmente episodi del passato, continua a rianalizzarli, a domandarsi  perché le cose siano andate in modo piuttosto che in un altro, continuando a giudicare la scelta fatta e vivendo sempre nel dubbio di aver sbagliato o di non aver, comunque, fatto la cosa giusta.
È chiaro che si tratta di una modalità di pensiero disadattiva in quanto, essendo concentrata su “ciò che poteva essere” non consente di guardare avanti e di sviluppare, quindi, buone soluzioni per risolvere i propri dilemmi ma implica anzi una perdita di energia, focalizzandosi sul desiderio di modificare un passato che, per definizione, è immodificabile. Quando tale circuito diventa consistente in termini di frequenza e di intensità può diventare anche molto molto stancante per chi lo vive, che ha la sensazione di “fondersi la testa a forza di pensare”.

Come si può rompere tale circolo vizioso?

Di sicuro non è una cosa semplice né, soprattutto, immediata anche perché la ruminazione è un meccanismo in buona parte automatico e, come tale, viene percepito come incontrollabile.
Va però detto che, a differenza delle ossessioni vere e proprie (ossia quei pensieri, immagini ed idee invasive che si presentano costantemente in modo irrazionale e accompagnate spesso da comportamenti – compulsioni – tesi a ridurre il disagio che ne deriva), possiedono la caratteristica di essere parzialmente “controllabili”.
Proprio facendo leva su questo aspetto può risultare utile cercare di “razionalizzare” il contenuto dei pensieri provando ad analizzarlo nella maniera più oggettiva possibile.
Cosa più facile a dirsi che a farsi per chi ha difficoltà a “staccare la testa”….ma non, per questo, impossibile.

Ecco alcuni suggerimenti per gestire le “ruminazioni mentali”….

  • Trovare elementi di distrazioneCapita che tali modalità si mettano spesso in moto nei momenti di noia e stress, ecco allora che la prima strategia che può essere utile per mettere a tacere questi pensieri fastidiosi, sia quelli di raggirarli, distraendosi. Ascoltare la musica, guardare un film, chiamare un amico che non si sente da tempo, fare un puzzale, un cruciverba, una passeggiata..qualunque cosa sia in grado di spostare la mente altrove.
  • Analizzare il pensiero in maniera logica. Quando la ruminazione riguarda, ad esempio, pensieri depressivi quali “Non c’è niente che vada per il verso giusto, tutto finisce per essere un disastro”; mettere nero su bianco, in modo obiettivo, quelle che sono le risorse ed i successi raggiunti nella vita, realizzando così che, effettivamente, non si è di fronte ad un fallimento totale.
  • Imparare a monitorare quelli che possono essere definiti “monologhi negativi” di pensiero. Individuare cioè, quei monologhi interiori caratterizzati da una vena vittimistica e distruttiva, questo consente di capire dove inizia “l’ inghippo”.
  • Sviluppare un pensiero positivo. Ogni volta in cui, per esempio, la ruminazione ruota intorno a pensieri tipo “Perché capitano tutte a me?”, può essere utile chiedersi se sia davvero così.
    Davvero non esiste nessuno, tra tutti quelli che conosci, che hanno dovuto rapportarsi ad imprevisti spiacevoli nel corso della propria vita..? Può darsi che a loro, così come a te, accadano sia cose belle che cose brutte, ma forse tu tendi a focalizzarti solo sulle esperienza spiacevoli.

Come detto poco fa, mettere in atto questi “esercizi” è cosa tutt’ altro che semplice, soprattutto nel caso in cui questa modalità di osservare se stessi ed il mondo circostante sia profondamente radicata; in questi casi si può pensare di rivolgersi ad un professionista con l’ aiuto del quale esplorare le proprie modalità di funzionamento al fine di modificarle.

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Riferimento Bibliografico:
– Davison C., Neale, J. M. (2000), Psicologia Clinica. Zanichelli Editore Spa. Bologna.

 

 

 

 

 

 

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Prendi le distanze dalle persone maleducate (e conserva la tua energia!) praticando l’ arte della gentilezza.

Viviamo immersi in una vita frenetica. Costantemente di corsa, oberati di impegni, stanchi e con la sensazione di avere sempre i minuti contati e l’ acqua alla gola, il nervosismo e la maleducazione sembrano essere all’ ordine del giorno.
Pare esserci sempre meno tempo per viversi nei panni dell’ altro, per fermarsi ad ascoltare e, soprattutto, per evitare di mettersi sulla difensiva.

maleducazione1Quante volte, nell’ arco di una normalissima giornata, capita di dover discutere per un parcheggio, di innervosirsi durante la fila al supermercato, di suscitare (talvolta senza neanche rendersene conto) l’ ira di qualcuno..?

Dinnanzi alla rabbia, si sa, la reazione più immediata è quella di comportarsi allo stesso modo di chi si ha di fronte, magari impuntandosi su un argomento, alzando la voce più forte e rispondendo male e ciò avviene, a maggior ragione, avviene quando si ha a che fare con persone maleducate. Anche in queste circostanze, infatti, la reazione automatica è quella di replicare in maniera speculare, lasciandosi coinvolgere dall’ ostilità manifestata da chi si ha di fronte, in un crescendo di urla ed espressioni colorite che solitamente  lasciano l’ amaro in bocca.
Quando ci si rapporta ad una persona maleducata è molto probabile che ci stia usando (come magari è abituata a fare quotidianamente) come una specie di capro espiatorio, facendo di noi la sua valvola di sfogo e, ponendosi in una posizione di sfida ed attacco, riuscendo a farci sentire in diritto di reagire in maniera aggressiva facendosi cadere, in un certo senso, nel suo “tranello” e finendo inevitabilmente per rovinarci la giornata.
In realtà, se una persona è maleducata, non è detto che la nostra risposta debba esserlo a sua volta, soprattutto se l’ obiettivo che si vuole raggiungere è quello di preservare la propria serenità. Ogni volta che si permette a qualcuno di generare un nervosismo dentro di noi si sta infatti dando a quella persona la possibilità di avere un potere sulla nostra tranquillità interiore, minandola.

Non si può decidere di non avere a che fare con persone ostili, ma come reagire alla provocazione è una decisione che spetta solo a noi stessi.

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Come imparare ad esprimere gentilezza quando è l’ ultima cosa che si ha voglia di fare?

 Ecco alcuni consigli pratici:

1 ⇒ Non giudicare. Allenati tu per primo a sviluppare empatia.

Se qualcuno si pone in maniera ostile, prova a dirti che forse ha avuto una brutta giornata e che, purtroppo, oggi sei tu a farne le spese, ma senza dimenticare di coltivare sempre un atteggiamento positivo sugli altri, anche quando il loro atteggiamento è fastidioso e maldisposto.
Ciò non cambierà ovviamente le cose ma modifica il tuo modo (sicuramente più sereno) di affrontarle.maleducazione3

2 ⇒ Esercitati ad essere gentile.

A volte l’ atteggiamento degli altri viene percepito come particolarmente indelicato perché siamo noi, per primi, che ci mettiamo sulla difensiva. Sforzati di non avere pregiudizi nei confronti degli altri e di pensare bene anziché male di qualcuno

3 ⇒ Chiedi spiegazioni, tranquillamente.

Hai mai provato, di fronte a qualcuno che sta alzando la voce senza un (apparente o meno) motivo, di chiedere, in massima tranquillità, perché lo sta facendo? Come mai è arrabbiato?
Così facendo, potresti riuscire a spiazzarlo, rompere il muro tra voi e aumentare le probabilità di iniziare una conversazione costruttiva, anziché continuare a perdere tempo..ed energie!

4 ⇒ Sii in grado di capire quando è il momento di lasciar stare.

A volte ci si trova di fronte a persone talmente rigide e ostinate, che mantenere la calma o un livello elevato di conversazione può essere davvero difficile. Sono queste le circostanze in cui la cosa migliore da fare è, dopo aver chiuso cortesemente la conversazione, andare via evitando di cadere nel tranello di discussioni inconcludenti o, peggio ancora, di situazioni aggressive rischiando di finire nei guai.

Riferimenti Bibliografici
– Hasson, G. (2016). Mindfulness, 100 esercizi per una vita più serena. Antonio Vallardi Editore, Milano.

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Psicologia di gruppo – “Io e l’ Altro”.

gruppo-psicologicoLa crescita psicologica passa attraverso tantissime vie.
Nell’ immaginario comune, quando si avverte l’ esigenza di iniziare un percorso di crescita personale, si pensa alla relazione diadica tra psicologo e paziente all’ interno di una cornice intima e ristretta in cui, nel rapporto con un professionista, si arrivano ad acquisire nuove consapevolezze di sé.
Ovviamente questa idea è corretta, ma non è l’ unica.
Partendo dal presupposto che esistono tantissimi tipi di gruppi psicologici o psicoterapeutici che si pongono obiettivi e modi anche molto diversi tra loro di lavorare, esplorare le proprie dinamiche all’ interno di un contesto gruppale fornisce, soprattutto in certi casi, un grande arricchimento al proprio percorso di crescita individuale.
La personalità di ognuno è quasi interamente il prodotto delle relazioni con gli altri e molto spesso la sofferenza si sviluppa proprio nel momento in cui queste interazioni vengono distorte. Ciò è in grado di spiegare da una parte perché partecipare ad un gruppo psicologico dia, di per sé, sostegno e forza, dall’ altra permette di comprendere quanto possa essere utile trattare certe dinamiche all’ interno di un contesto relazionale.
Come accennato, esistono tantissimi tipi di gruppi psicologici (o psicoterapeutici), che muovono da premesse e tecniche diverse e si pongono obiettivi differenziati, sulla base della loro strutturazione: si va da gruppi di rilassamento (ad esempio quelli di Training Autogeno) ai gruppi terapeutici che, a seconda delle tecniche utilizzate, abbracciano caratteristiche anche molto diverse tra loro (basti pensare ai Gruppi Gestàlt ed ai Gruppi Analitici), ai gruppi di sostegno, a diversi tipi di gruppi psicologici e di crescita personale.

Cos’è il Gruppo Psicologico “Io e l’ Altro”..?

Questo gruppo, progettato e condotto da me e dalla collega, Dott.ssa Giulia Lorenzini, si pone come obiettivo principale quello di favorire nei partecipanti una maggiore consapevolezza di sé nelle relazioni sociali, rafforzando la capacità di esporsi all’ altro, cosa tutt’ altro che semplice per la gran parte delle persone.gruppo-io-e-l-altro
All’ interno di un contesto rassicurante, vengono proposti giochi psicologici che permettono ai partecipanti di sperimentare se stessi in relazione agli altri, esplorando e cogliendo aspetti di sé spesso sconosciuti fino a quel momento, prendendo coscienza del fatto che l’ immagine di se stessi che appare all’ altro è spesso molto diversa da quella che ognuno di noi ha l’ impressione di dare.
Gli spunti di riflessione che nascono da questi stimoli hanno la grande potenzialità di favorire l’ introspezione, la crescita personale e la stima di sé e, influenzando il modo di percepire se stessi, permettono di produrre cambiamenti nel modo di relazionarsi all’ altro, prima all’ interno del gruppo e poi fuori, nei contesti della vita quotidiana.

L’ inizio del prossimo gruppo è previsto per mercoledì 5 aprile 2017 in via Fra’ Bartolommeo, 24 (Firenze).

Per maggiori informazioni:

ѱ Dott.ssa Giulia Lorenzini
Psicologa Psicoterapeuta
Tel: 334.3114986
Mail: giulia.lorenzini@eximite.it

ѱ Dott.ssa Ilaria Visconti
Psicologa Psicoterapeuta
Tel: 339.6034157
Mail: doc.ilariavisconti@gmail.com

Riferimento Bibliografico:
– Sullivan, H.S. (1953). The interpersonal theory of psychiatry. New York: Norton

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Da cosa origina il bisogno di dipendere dagli altri?

Da piccoli dipendere da qualcuno è un bisogno fondamentale per la propria sopravvivenza.
Totalmente “nuovi” al mondo, senza nessuno che fornisca nutrimento e protezione, la vita di ognuno sarebbe, infatti, in grave e costante pericolo.
È crescendo che, pian piano, acquisendo nuove competenze e capacità, esplorando il mondo e nuovi contesti, il bisogno di avere costantemente presente una figura di riferimento che possa fornire un senso di sicurezza e protezione diminuisce progressivamente lasciando il posto ad un desiderio di autonomia ed indipendenza, adeguato ad ogni fase evolutiva. Ovviamente ciò non vuol dire che non si avverta più la necessità di essere circondati da  persone emotivamente rilevanti, significa piuttosto che, nel momento in cui esse sono lontane la loro assenza non genera ansia.personalita-dipendente3
Non sempre, però, le cose si svolgono “secondo i piani”. Può avvenire che anche da grandi permanga un bisogno eccessivo di essere accuditi e rassicurati dagli altri mettendo in atto comportamenti che, in modo più o meno implicito, suscitino una richiesta di attenzione e protezione costanti.
Il timore di fondo si basa sulla convinzione di essere totalmente incapaci di poter funzionare in modo indipendente ed è per questo che, pur di non perdere il supporto e l’ approvazione degli altri, la tendenza è quella di abbracciare un comportamento sottomesso, concordando sempre su ciò che ritengono sbagliato o a non arrabbiarsi neanche di fronte alle ingiustizie per timore di perdere l’ approvazione degli altri.
Non esprimendo, in poche parole, mai se stessi come essere autonomi.
Ciò si traduce nella difficoltà di prendere decisioni, iniziare progetti o fare cose da soli, andare alla disperata ricerca di una relazione intima appena ne termina una. Alla base di questo c’è la convinzione di essere completamente incapaci di funzionare senza la relazione con qualcuno diverso da sé ed è per questo che ricercano in maniera rapida ed indiscriminata la presenza di un’ altra persona non appena se ne perda una significativa.

Da dove ha origine questa paura incondizionata di rimanere solo?

È probabile che le basi di questo disagio debbano essere ricercate nella prima infanzia, periodo in cui si stabilisce l’ attaccamento che inevitabilmente condizionerà le relazioni future di ogni persona (per approfondire clicca qui).
Questa fase di vita attraversata da ogni essere umano nei primi anni dello sviluppo è molto importante per la formazione della personalità in quanto permette di sviluppare l’ attaccamento verso l’ adulto che, avendo funzione di “colonna portante”, permetterà di esplorare il mondo sentendosi al sicuro, dipendendone sempre meno col passare del tempo.
È possibile che questo tentativo costante e disperato di mantenere gli altri a sé possa derivare da una separazione precoce con la figura di attaccamento che ha portato la persona a sperimentare dolorosi sentimenti di rabbia e abbandono ostacolando così il normale e fisiologico processo di separazione e favorendo, al contrario, un’ emozione di ansia ogni qual volta si abbia la percezione di essere rimasti soli.
Il contesto terapeutico si configura, generalmente, un ambiente privilegiato per comprendere tali meccanismi, dar loro un significato e accettarli modificando in questo modo certe tendenze controproducenti.

Riferimenti Bibliografici:
– American Psychiatric Association (2014), DSM-5, Raffaello Cortina Editore.
– Davison C., Neale, J. M. (2000), Psicologia Clinica. Zanichelli Editore Spa. Bologna.

 

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Smettila di arrabbiati per tutto e impara a gestire la collera.

La rabbia, al pari delle altre emozioni, ha ovviamente un ruolo adattivo che consiste in questo caso nel difendere se stessi o gli altri ogni qual volta ci si senta attaccati o minacciati nella propria integrità fisica ed emotiva. Pertanto, sebbene arrabbiarsi sia una reazione normale quando ci sente offesi, trattati in modo ingiusto o attaccati in qualche modo, reagire con la collera alla gran parte delle situazioni quotidiane può risultare estremamente controproducente per una serie di motivi.
Essendo un’ emozione molto intensa ed esplosiva, infatti, ogni volta che si sperimenta, si assiste ad una serie di cambiamenti che investono l’ intero organismo, dal cuore che inizia a battere all’ impazzata, ai respiri che si fanno brevi e rapidi, ai muscoli che diventano tesi, tutti cambiamenti questi che, a lungo andare, possono anche nuocere alla propria salute fisica (se vuoi approfondire, clicca qui).

rabbia4Inoltre, quando si è arrabbiati si tende a perdere il controllo della situazione diventando illogici ed irrazionali con il rischio di fare o dire cose non adatte al contesto sociale (che comunque impone norme comportamentali che vanno rispettate) e delle quali, soprattutto, potremmo non essere soddisfatti una volta sbollita la rabbia.
Sebbene restare calmi di fronte a certe persone o circostanze sembri talvolta impossibile, acquisire la capacità di controllare la propria collera, mantenendo “calma e sangue freddo”, imparando a gestire le circostanze in modo sereno e tranquillo è un favore che fai a te stesso, alla tua salute fisica e mentale.

Come riuscirci?

È fondamentale, prima di tutto, imparare a restare distaccati da ciò che sta avvenendo, evitando di scontrarsi con quelle emozioni intense ed impulsive che “ribollono” internamente desiderose di uscire fuori esplodendo; è infatti possibile mantenere la mente lucida, osservando la situazione da un’ altra prospettiva e reagendo nel modo più appropriato.
Se sbottare nell’ immediato può sembrare la soluzione migliore per sfogarsi, ci si rende conto nel tempo che, in realtà, serve a ben poco.

Ecco invece alcuni consigli estremamente utili derivanti dalla mindfulness e che possono essere utilizzati quando ci si trova in situazioni “a rischio collera”.

1. Riconosci il tuo stato di allerta.rabbia5

La collera, abbiamo detto, è sempre accompagnata da segni fisici che la caratterizzano e per questo può essere estremamente d’ aiuto imparare a riconoscerli per prevenire uno scoppia d’ ira.
Quando avverti  accelerazione del battito cardiaco, tensione muscolare, tendenza a serrare le mascelle ed a parlare con un tono di voce più forte e sgarbato, il corpo ti sta dicendo di essere pronto a “sferrare l’attacco”.
Impara, intanto, a riconoscere questi segni ed a prenderne consapevolezza.

2. Fermati e respira.rabbia6

Respirare è fondamentale per mantenere la calma, ma è la prima cosa che ci si dimentica di fare quando si è arrabbiati. Quando percepisci il corpo che inizia ad attivarsi in seguito al salire della tensione, prova a fare un esercizio: inspira lentamente contando fino a cinque, fai una pausa contando fino a tre ed espira, lentamente, dalla bocca. Una volta tirata fuori tutta l’ aria, riprendi a respirare normalmente..e poi ricomincia; così facendo riuscirai a ripristinare uno stato di maggiore calma, nell’ organismo e nella mente.

3. Distraitirabbia7

Ripensa alla giornata di ieri, recita una filastrocca, canta una canzoncina, vai a fare una passeggiata, guarda un film, chiama un amico, l’ importante è che tu riesca a trovare una strategia per spostare momentaneamente il pensiero a qualcosa di diverso da ciò che ti sta facendo arrabbiare.

Una volta che sarai riuscito a circoscrivere la collera potrai essere in grado di iniziare a pensare con razionalità a quanto avvenuto, cogliendo nuovi punti di vista e trovando soluzioni alternative, la gran parte delle volte maggiormente funzionali di quelle pensate d’ impulso.
Se ti accorgi che il tuo nervosismo scaturisce la gran parte delle volte da persone, situazioni o circostanze specifiche, può essere d’ aiuto iniziare a chiedersi perché ciò avvenga; è molto probabile, infatti, che in tal caso si tratti di proiezioni e quindi per eliminare definitivamente questo tipo di attivazione, occorre una comprensione più profonda di sé (se vuoi approfondire, clicca qui).

Riferimenti Bibliografici
– Hasson, G. (2016). Mindfulness, 100 esercizi per una vita più serena. Antonio Vallardi Editore, Milano.

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Esci dalla zona di comfort..e inizia a vivere!

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La paura è una delle emozioni universali e, in quanto tale, possiede un importante valore adattivo. La sua presenza infatti, determinando uno stato di allerta, permette di stare alla larga dai pericoli garantendo a se stessi e agli altri la sopravvivenza.
Quando diventa eccessiva però, perde le sue caratteristiche funzionali e si trasforma in ansia, caratterizzandosi come un’ esperienza limitante che impedisce di far esplorare il mondo per il timore eccessivo di venirne ferito, da un punto di visto sia fisico che (soprattutto) emotivo.
Purtroppo però, a lungo andare, tale atteggiamento può diventare tanto rigido da intralciare la propria crescita e la possibilità di aprirsi a ciò che non si conosce, limitando le probabilità di vivere una vita libera e serena. Questo è il motivo fondamentale perché è importante farsi coraggio e uscire dalla propria zona di comfort.

Cos’è la zona di comfort e in che modo costituisce un limite alla propria crescita personale?

“Comfort” letteralmente significa “sicurezza”, “protezione”, “rassicurazione”, pertanto quando si parla di zona di comfort si fa riferimento a quell’ area entro la quale si ha la percezione di essere al sicuro.
Ed è effettivamente così: nella zona di confort ci si relaziona esclusivamente a persone familiari, si eseguono le solite azioni quotidiane e le situazioni a cui ci si rapporta diventano prevedibili e controllabili, per questo il senso di ansia scompare o si minimizza all’ interno di un contesto tranquillo che, per quanto rassicurante è, al tempo stesso, estremamente limitante.
Questo senso di sicurezza, che può far riferimento a persone, situazioni o sentimenti, è caratterizzato dal bisogno di restarne ancorati evitando di mettersi in gioco sperimentando in questo modo cose nuove e preferendo piuttosto chiudersi in modalità conosciute sebbene disadattive dato che, per quanto possa essere spaventoso, nessuno è in grado di controllare li eventi e pertanto non è stando sotto una campana di vetro che si può evitare la sofferenza.
Rimanendo vincolati a quest’ area, infatti, ci si priva della possibilità di evolvere, di avere sorprese, di aprirsi a quell’ imprevisto che, sebbene temuto, rende la vita degna di essere vissuta, senza contare, inoltre, che più si resta fermi e disinteressati verso l’ incontrollabile più l’ ansia prende consistenza, innescando una sorta di circolo vizioso dal quale diventa sempre più difficile uscire (se vuoi approfondire, clicca qui).

Piccoli step per uscire dalla zona di comfort

zona-di-comfort2Fuori dalla zona di comfort c’è tutto ciò che non si conosce ed è per questo che per uscire fuori dal confine è necessario trovare il coraggio di fare piccole cose nuove.

LA PAROLA D’ ORDINE È “CAMBIARE”


Puoi decidere tu quanto “osare” ogni giorno quindi inizia a farlo iniziando da cose “banali” fino ad arrivare a quelle più “complesse”, senza fretta ma seguendo i tuoi tempi.

Ecco alcuni spunti per iniziare:

◊ Cambia strada: nel solito percorso da casa a lavoro, per esempio, segui percorsi alternativi; questo ti permetterà di incontrare nuove persone, scoprire magari un bel parco o un locale che non conoscevi.

◊ Sperimenta nuovi cibi: cucina cose diverse dal solito, potresti accorgerti di quanto sia piacevole assaggiare cose diverse da quelle a cui sei abituato.

◊ Sorridi (o fallo più spesso): Un’ espressione rilassata e serena è un’ importante canale di apertura al mondo.

◊ Inizia una nuova attività: ci sono tante cose che ti piacerebbe fare ma alla fine non ne inizi mai nessuna, fare qualcosa di nuovo è uno step abbastanza complesso, ma fondamentale, per liberarti delle tue corazze.

◊ Parla con uno sconosciuto: inizia per primo una conversazione con qualcuno che non conosci in situazioni quotidiane, in coda alla cassa, in fila dal medico, al vicino di poltrona al cinema..

◊ Non smettere mai di stupirti: concediti la gioia di andare oltre a quelli che credi essere i tuoi confini, sperimenta, tenta, abbi il coraggio di osare..e non aver paura.

“La vita inizia dove finisce la paura” – Osho

Riferimento Bibliografico:
– Mecacci, L. (2001), Manuale di Psicologia Generale e Sperimentale, Giunti Gruppo Editoriale, Firenze.

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Sistemare i cassetti..per fare ordine dentro di Sè!

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Ti è mai capitato di sentire il forte bisogno di sistemare la stanza, la casa, l’ auto?
Di buttare via vecchi oggetti, disporre in modo diverso l’ arredo, di mettere ordine tra armadi e cassetti o di stracciare con soddisfazione carte inutili?
Sebbene pulire e riordinare gli spazi quotidiani sia una necessità di routine (vissuta talvolta come doverosa e fastidiosa) spesso, dietro questa esigenza, si nasconde un vero e proprio desiderio di fare pulizia dentro di sé, liberandosi di alcuni pesi e facendo, così, spazio al nuovo.
È proprio questo il motivo per cui ordinare fisicamente gli oggetti può talvolta essere un mezzo tramite il quale si tenta di disciplinare il proprio Sé. In particolare, quando si presenta il desiderio di dare via vecchi vestiti, si decide di pulire angoli dove di solito non si arriva o si resetta il pc, è probabile che ciò che spinge all’ azione sia proprio il bisogno di cambiare noi stessi.
Avviene quindi che i movimenti che si compiono nel mettere a posto si riflettano metaforicamente nella dimensione psicologica permettendo di “spolverare” al proprio interno, eliminando i residui accumulati nel tempo.
Ogni volta che si percepisce questo bisogno, si entra in contatto con quella parte di sé governata dall’ archetipo di Estia; è proprio la sua attivazione, infatti, che consente di stabilire un legame con i valori personali, mettendo a fuoco ciò che è significativo a livello personale.
Grazie a questa prospettiva interiore, con cui si entra in contatto anche con l’ azione del riordinare, è possibile fare chiarezza in mezzo alla grande varietà di stimoli che si presentano costantemente ai nostri sensi, generando talvolta confusione.
Ecco perché svolgere mansioni di questo tipo permette di esperire un senso di armonia interiore, facilitando la concentrazione e determinando un vero e proprio nutrimento per l’ anima.

Come si può imparare ad entrare in contatto con questa parte di sé?

Alcune persone (quelle che hanno, appunto, particolarmente sviluppato in sé l’ archetipo Estia), sentono il bisogno di immergersi spontaneamente in una dimensione di solitudine e contemplazione, allo scopo di  “ritrovarsi”; sono pertanto in grado di “rinnovare il proprio guardaroba” ogni volta che ne sentono il  bisogno, trovando una nuova logica alla sistemazione delle cose e mostrandosi aperte a riordinare le idee con una certa ciclicità.
Per altre, “aprire le finestre” e dare aria agli armadi può risultare meno istintivo ma non per questo meno importante o realizzabile.spolverare-dentro-di-se
Entrare in contatto con la parte più “estiana” di sé (parte ovviamente presente nelle donne ma anche negli uomini) presuppone innanzi tutto la capacità di sapersi ritagliare spazio e tempo per dedicarsi alla cura del proprio ambiente, e quindi di sé.
Ogni gesto compiuto per fare ordine deve essere vissuto come un’ opportunità per liberare la mente, svuotarla dai pensieri e riempirla di energia positiva.
È importante svolgere un compito alla volta, dedicando tutto il tempo che occorre all’ esecuzione di quella determinata incombenza, lasciandosi assorbire come se si stesse eseguendo una cerimonia, sperimentando un senso di libertà e tranquillità ad ogni singolo movimento.
In questo modo si può riuscire a raggiungere un buon livello di pace interiore tramite il quale è possibile  soffocare il “chiacchierio” della mente che troppo frequentemente impedisce di concentrarsi rendendo così possibile ascoltare quelli che sono i reali bisogni ordinando le idee e trovare la spinta per realizzare un cambiamento.

Riferimento Bibliografico:
– Bolen J. S. (1984), Le Dee dentro la donna, Casa Editrice Astrolabio-Ubaldini Editore, Roma, 1991.

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Mi irrita..quindi mi appartiene!

proiez1Come sostiene Jung, ciò che irrita negli altri può portare ad una maggiore comprensione di sè.
Quando qualcuno fa o dice qualcosa che infastidisce senza un motivo apparente ciò avviene quasi sicuramente perché si tende a rispecchiarsi in quella persona, scoprendo un’ immagine di se stessi non gradita.
Ognuno ha ovviamente pregi e difetti sebbene capiti che non sia consapevole di alcuni di essi ad un livello cosciente ed è proprio in queste circostanze che, vista la difficoltà di riconoscere parti di sé, la risposta più immediata è quella di trasferirle sugli altri.
La proiezione è un meccanismo difensivo attraverso il quale l’ inconscio tenta di “proteggere” l’ individuo, evitandogli di venire a conoscenza di certi aspetti vulnerabili di sé e convincendolo che alcuni comportamenti appartengono agli altri, sebbene si tratti di caratteristiche personali non riconosciute.
Generalmente si tratta di aspetti “scomodi” di sè, di parti della propria personalità non apprezzate e quindi non accettate ma possono anche essere caratteristiche gradevoli riconosciute negli altri di cui non si è in possesso; in questo caso si tende a provare una sorta di invidia per una caratteristica bramata anziché realizzare che si tratta di una mancanza personale.
In entrambi i casi, nel momento in cui ci si relaziona a qualcuno che crea irritazione potrebbe essere di grande aiuto chiedersi “Perché” si prova quel fastidio, quali sia la caratteristica disturbante che cogliamo nell’ altro.
Le persone e le situazioni con cui ci si relaziona quotidianamente fungono da specchi nei quali vengono riflesse parti profonde di sè richiamando l’ attenzione su aspetti interiori: ciò fornisce la possibilità di capire meglio se stessi sulla base di ciò che accade intorno.
Ed è così che tutte le persone antipatiche con cui ci si relaziona, così come le situazioni scomode che si ripetono, anziché essere delle “scocciature”, diventano delle grandi opportunità per conoscersi meglio.
proiez2Quando si prova una sofferenza, dirsi che sono stati gli altri ad averla provocata è più facile rispetto all’ attribuirsene la responsabilità ma, allo stesso tempo, impedisce di trovare una soluzione ad un disagio che rispecchia una fragilità interiore che, in relazione all’ altro, non fa altro che palesarsi.
È per questo che ogni volta che qualcuno o qualcosa crea una sofferenza, può essere di grande aiuto chiedersi cosa genera il fastidio.
Anziché dare la colpa a qualcosa di esterno, si può provare a guardarsi dentro e farsi delle domande: si tratta di una paura sepolta? Di un dolore nascosto? Di una rabbia repressa?
Forse quella persona ci maltratta come noi maltrattiamo noi stessi? Ci mostra come ci piacerebbe essere senza riuscirci? Fa qualcosa che proprio non ci piace ma che ci è, al contempo, estremamente familiare?
Già porsi certi quesiti è un ottimo modo per iniziare a prendere maggiore consapevolezza di sé, conoscere aspetti della propria personalità di cui non si è mai tenuto conto e relazionarsi in maniera più serena alle persone che si incontrano.

Riferimenti bibliografici:
-Papadopoulos, R. K. (2009). Manuale di psicologia Junghiana, Moretti & Vitali Editori, Tecnoprint, Romano di Lombardia (BG) Settembre 2009.

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Quale malessere psicologico si nasconde dietro al tuo disturbo fisico..?

A chi non mai è capitato di soffrire di insonnia prima di un esame? Di accusare mal di stomaco durante un periodo stressante o mal di testa in una fase di vita complicata..?
Ma perché succede? Te lo sei mai chiesto?
“La mente (come cita un noto aforisma) mente”; non sempre ha infatti il coraggio di dire esplicitamente ciò che pensa o che prova, di esprimere un disagio o un punto di vista “scomodo”. Ma l’ inconscio, che tenta di sfuggire al suo controllo cosciente, difficilmente riesce ad accettare questa limitazione e a tenere la bocca chiusa.
Se la mente cosciente è in grado di razionalizzare, creare delle narrazioni, darsi delle spiegazioni logiche e lineari raccontandosi talvolta delle “false verità”, l’ inconscio, istintivo e primordiale, come un bambino capriccioso sente il bisogno di esprimere tutto quello che prova, senza filtri.
Ma come può riuscirci se la coscienza, ordinata e diligente, fa di tutto per zittirlo? Trovando delle vie di fuga nel corpo, per esempio.
Che corpo e mente siano inseparabili e si influenzino in maniera reciproca è ormai un dato di fatto ben noto praticamente a tutti, ma è straordinario notare come il messaggio che l’ inconscio manda puntualmente ogni volta che avverte un disagio non sia mai casuale.
Se sei una persona rigida e poco flessibile o ti trovi in una fase di vita in cui hai la sensazione di essere “paralizzata”, di attraversare un blocco a livello emotivo, lavorativo o relazionale è improbabile che l’ inconscio tenti di comunicartelo con un fastidio alle gengive, molto più probabile, invece, che si presenti mal-di-schienaun dolore di tipo muscolare, traducendo la rigidità percepita a livello mentale in una tensione a livello del collo, per esempio.
Discorso analogo è valido per i dolori articolari: le articolazioni sono, per natura, flessibili quindi quando provocano dolore vogliono indicare proprio una mancanza di libertà di movimento, un dolore al gomito, per esempio, può indicare la difficoltà di accettare un cambiamento e la conseguente tendenza ad opporre resistenza ad una certa situazione.
Relativamente alle articolazioni va detto che polsi, mani e ginocchia sono spesso una spia di problemi relazionali, in particolare indicano rispettivamente la difficoltà di “dare la mano”, quindi cercare nuovi amici e connettersi agli altri, e la capacità di “inginocchiarsi agli altri” e quindi di adattarsi alle situazioni sociali.
Similmente, il mal di testa è tipico delle persone ossessive, le quali hanno un’ innata tendenza a rimuginare, che pensano e ripensano a cosa sia meglio fare o non fare in una certa situazione, trovandosi molto in difficoltà nel momento di prendere una decisione.
Se un problema costante è quello riferito alla cervicale, chi ne soffre ha probabilmente difficoltà a lasciarsi andare e ad abbandonarsi alle proprie emozioni, come se l’ aspetto razionale e cerebrale avesse la meglio sulle emozioni, che vengono lasciate sottosoglia, per la paura di esprimerle.
Le emozioni inespresse tendono ad essere una causa frequente di disturbi a carico dei più disparati organi e zone corporee. Quando si ha la sensazione di essere stati giudicati in maniera negativa o, in generale, un certo evento o una certa situazione non è stata digerita, è molto probabile che il corpo tenti di dirlo attraverso il mal di stomaco, in modo analogo a quanto avviene dopo un’ indigestione di cibo.
La schiena ricorda che si stanno affrontando situazioni troppo pesanti, proprio come quando si alzano dei pesi, in particolare il dolore alle spalle ricorda che ci si sta facendo carico di un’ emozione troppo intensa, ingestibile, che appesantisce.
Anche un disturbo alla parte superiore della schiena mette l’ enfasi su aspetti emozionali, soprattutto a quelli legati al senso di solitudine, alla sensazione di non sapere a chi appoggiarsi in caso di bisogno, così come un fastidio nella zona lombare, in corrispondenza più o meno del baricentro che permette di stare in equilibrio ha a che fare con il senso di incertezza e instabilità.
L’ epicentro delle emozioni nell’ immaginario comune può essere ritrovato nella parte toracica, in prossimità del cuore. Fastidi in questa zona, relativi per esempio a palpitazioni o a senso di oppressione (non a caso tipici dell’ ansia) hanno a che fare con paure ed emozioni non esplicitate, con i sensi di colpa e con la chiusura verso l’ esterno, come se il corpo si ripiegasse su di sé.
Se il fastidio è localizzato a livello delle gambe e dei piedi è estremamente probabile che ciò abbia a che fare con la difficoltà nel movimento, con la paura di muoversi, di cambiare, di smuoversi da una situazione che crea sofferenza e quindi depressione.
Quando si avverte un disagio più o meno persistente, fermarsi per un attimo a riflettere sul suo significato che ne sta dietro può essere un enorme aiuto per acquisire maggiore consapevolezza di sé.
Anche se l’ abitudine è quella di relazionarsi con il proprio Io cosciente, sarebbe opportuno non dimenticare mai che spesso è proprio lui che sta cercando di nascondere certe consapevolezze per il timore della sofferenza che potrebbe scaturire dal venirne a conoscenza. Ma se l’ inconscio insiste affinchè vengano rese palesi riproponendole sotto forma di fastidio fisico, forse vale la pena stringere i denti e guardare in faccia la realtà….

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