Prendi le distanze dalle persone maleducate (e conserva la tua energia!) praticando l’ arte della gentilezza.

Viviamo immersi in una vita frenetica. Costantemente di corsa, oberati di impegni, stanchi e con la sensazione di avere sempre i minuti contati e l’ acqua alla gola, il nervosismo e la maleducazione sembrano essere all’ ordine del giorno.
Pare esserci sempre meno tempo per viversi nei panni dell’ altro, per fermarsi ad ascoltare e, soprattutto, per evitare di mettersi sulla difensiva.

maleducazione1Quante volte, nell’ arco di una normalissima giornata, capita di dover discutere per un parcheggio, di innervosirsi durante la fila al supermercato, di suscitare (talvolta senza neanche rendersene conto) l’ ira di qualcuno..?

Dinnanzi alla rabbia, si sa, la reazione più immediata è quella di comportarsi allo stesso modo di chi si ha di fronte, magari impuntandosi su un argomento, alzando la voce più forte e rispondendo male e ciò avviene, a maggior ragione, avviene quando si ha a che fare con persone maleducate. Anche in queste circostanze, infatti, la reazione automatica è quella di replicare in maniera speculare, lasciandosi coinvolgere dall’ ostilità manifestata da chi si ha di fronte, in un crescendo di urla ed espressioni colorite che solitamente  lasciano l’ amaro in bocca.
Quando ci si rapporta ad una persona maleducata è molto probabile che ci stia usando (come magari è abituata a fare quotidianamente) come una specie di capro espiatorio, facendo di noi la sua valvola di sfogo e, ponendosi in una posizione di sfida ed attacco, riuscendo a farci sentire in diritto di reagire in maniera aggressiva facendosi cadere, in un certo senso, nel suo “tranello” e finendo inevitabilmente per rovinarci la giornata.
In realtà, se una persona è maleducata, non è detto che la nostra risposta debba esserlo a sua volta, soprattutto se l’ obiettivo che si vuole raggiungere è quello di preservare la propria serenità. Ogni volta che si permette a qualcuno di generare un nervosismo dentro di noi si sta infatti dando a quella persona la possibilità di avere un potere sulla nostra tranquillità interiore, minandola.

Non si può decidere di non avere a che fare con persone ostili, ma come reagire alla provocazione è una decisione che spetta solo a noi stessi.

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Come imparare ad esprimere gentilezza quando è l’ ultima cosa che si ha voglia di fare?

 Ecco alcuni consigli pratici:

1 ⇒ Non giudicare. Allenati tu per primo a sviluppare empatia.

Se qualcuno si pone in maniera ostile, prova a dirti che forse ha avuto una brutta giornata e che, purtroppo, oggi sei tu a farne le spese, ma senza dimenticare di coltivare sempre un atteggiamento positivo sugli altri, anche quando il loro atteggiamento è fastidioso e maldisposto.
Ciò non cambierà ovviamente le cose ma modifica il tuo modo (sicuramente più sereno) di affrontarle.maleducazione3

2 ⇒ Esercitati ad essere gentile.

A volte l’ atteggiamento degli altri viene percepito come particolarmente indelicato perché siamo noi, per primi, che ci mettiamo sulla difensiva. Sforzati di non avere pregiudizi nei confronti degli altri e di pensare bene anziché male di qualcuno

3 ⇒ Chiedi spiegazioni, tranquillamente.

Hai mai provato, di fronte a qualcuno che sta alzando la voce senza un (apparente o meno) motivo, di chiedere, in massima tranquillità, perché lo sta facendo? Come mai è arrabbiato?
Così facendo, potresti riuscire a spiazzarlo, rompere il muro tra voi e aumentare le probabilità di iniziare una conversazione costruttiva, anziché continuare a perdere tempo..ed energie!

4 ⇒ Sii in grado di capire quando è il momento di lasciar stare.

A volte ci si trova di fronte a persone talmente rigide e ostinate, che mantenere la calma o un livello elevato di conversazione può essere davvero difficile. Sono queste le circostanze in cui la cosa migliore da fare è, dopo aver chiuso cortesemente la conversazione, andare via evitando di cadere nel tranello di discussioni inconcludenti o, peggio ancora, di situazioni aggressive rischiando di finire nei guai.

Riferimenti Bibliografici
– Hasson, G. (2016). Mindfulness, 100 esercizi per una vita più serena. Antonio Vallardi Editore, Milano.

Sito momentaneamente fermo

 

Purtroppo la problematica riscontrata al sito www.ilariavisconti.it è più complessa del previsto e occorrerà purtroppo maggiore tempo per risolverla.
Al momento, quindi, il sito è fermo. È possibile visionarlo all’ indirizzo www.ilariaviscontifirenze.wordpress.com.

Per qualsiasi necessità è possibile contattarmi al telefono 339.6034157 oppure tramite mail: doc.ilariavisconti@gmail.com

Fiduciosa di risolvere quanto prima, auguro una buona giornata 🙂

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Purtroppo, in seguito a problemi nel rinnovamento del dominio, il sito www.ilariavisconti.it non è momentaneamente visibile.
Conto di risolvere quanto prima, ma temo che occorreranno alcuni giorni.
Per ora è possibile consultare il blog (che, per ora, non sarà aggiornato) all’ indirizzo www.ilariaviscontifirenze.wordpress.com

Buona Giornata a tutti..grazie per la comprensione! 🙂

Forse hai a che fare con un narcisista ma non lo sai.. – il “narcisista covert”.

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Il narcisismo è una tendenza talmente tanto radicata nella società occidentale da essere un fenomeno comportamentale ben noto a tutti e, sebbene una buona dose di narcisismo sia necessaria per sviluppare una sana autostima, non si può non tener conto del fatto che, quando si manifesta in maniera eccessiva, oltre a generare infelicità in chi ne soffre, crea difficoltà in coloro che vi si rapportano.
Siamo soliti pensare al narcisista come ad una persona egocentrica, arrogante, bisognosa di ammirazione e famelica di successo che, completamente focalizzata su di sé e sui propri bisogni, è totalmente disinteressata rispetto a ciò che le persone che le stanno intorno provano.
In effetti, il termine narcisismo prende il suo nome proprio da Narciso, il giovane protagonista dell’ omonimo mito di Ovidio che, innamorandosi dell’ immagine di sè riflessa nell’ acqua, si consuma di desiderio per se stesso. Similmente a lui, gli individui con personalità narcisistica, sebbene nascondano un’ autostima molto fragile e insicura, mostrano all’ esterno la convinzione quasi irremovibile di essere speciali e perfetti, totalmente incapaci di interessarsi ai bisogni delle altre persone mettendo, sempre e comunque, i propri al primo posto.
La sensazione per chi si rapporta con una personalità narcisista è quella di non essere mai amata, riconosciuta, apprezzata e ascoltata, con la conseguenza di sentirsi sminuita nella sua persona e quindi non apprezzata.
Queste caratteristiche sono presenti nel narcisista inteso nella sua accezione più ampia e che può essere definito “inconsapevole” proprio perchè, totalmente incosciente dell’ impatto che il suo atteggiamento egocentrico può avere sugli altri, non si preoccupa minimamente di ferirne i sentimenti, anche a causa della sua incapacità di riuscire a mettersi nei panni altrui.
A volte però, ci si relaziona a persone che, sebbene non manifestino caratteristiche riconducibili a questa personalità, lasciano comunque in chi vi si rapporta, la sensazione di non essere mai abbastanza adeguati o all’ altezza delle sua aspettative; in questi casi è possibile che si abbia a che fare con un narcisista che è stato definito da alcuni come “ipervigile” (o covert).
A differenza di quanto si nota nel narcisista inconsapevole in questo caso è estremamente frequente una grande sensibilità alle critiche; anzichè mostrarsi sicuro e fiero di sé, in questo caso la timidezza e il timore di essere rifiutato o umiliato hanno la meglio ed i sentimenti di grandiosità sono presenti, sebbene siano camuffati da modestia, tristezza e atteggiamento ipercritico nei confronti delle altre persone.
Anche se, a prima vista possa sembrare che questo tipo di narcisista abbia un impatto minore su chi si relaziona a lui, in realtà non va dimenticato che questa modalità persistente di rapportarsi può renderlo, in certi casi, anche molto manipolatorio, soprattutto nell’ ambito delle relazioni sentimentali ed è in questi casi che riuscire a “smascherarlo” può essere utile a chi si rapporta con lui, per tutelare se stesso, ma anche per rendere il narcisista covert più consapevole dell’ impatto che il suo comportamento può avere sugli altri.

Come si riconosce un narcisista covert?

Non ricerca attenzione in modo palese sebbene la desideri e, nel momento in cui non gli viene concessa, trova il modo di “vendicarsi” (mettendo il broncio, dicendo bugie o lamentandosi).

Ha un atteggiamento molto rigido, per cui quando crede di aver subìto un torto, taglia i ponti senza chiedere spiegazioni o chiarificazioni.

narcisismo-covert3 Il suo smisurato bisogno di garantirsi la vicinanza degli altri, lo porta spesso ad adottare atteggiamenti per controllare l’ altro che possono far leva sul senso di colpa, sulla seduzione o sul bisogno di apparire come vittima.

Tende a mostrare un’ immagine di sé come persona fragile e molto sfortunata.

Le modalità usate dai narcisisti covert per avere “i riflettori puntati su di sé”, sono indirette e consistono nel mettere l’ altro nella condizione di sentirsi poco adeguato a rispondere ai suoi bisogni e per questo prediligano modalità manipolatorie per avere il controllo della situazione e sulle persone.
Questo quadro di personalità genera una grande dolore in chi ne soffre e tende, al tempo stesso, a togliere molte energie a chi vi si rapporta che, nonostante i ripetuti sforzi, avrà sempre la sensazione di “non essere mai abbastanza”.

Riferimenti Bibliografici:
-Davison C., Neale, J. M. (2000), Psicologia Clinica. Zanichelli Editore Spa. Bologna.
– Gabbard, G. O. (1989). “Two subtypes of narcissistic personality disorder”. In Bulletin of the Menninger Clinic, 53, pp. 527-532.
-Wink, P. (1991). “Two faces of narcissism”. In Journal of Personality and Social Psychology, 54, 446-463.

Psicologia di gruppo – “Io e l’ Altro”.

gruppo-psicologicoLa crescita psicologica passa attraverso tantissime vie.
Nell’ immaginario comune, quando si avverte l’ esigenza di iniziare un percorso di crescita personale, si pensa alla relazione diadica tra psicologo e paziente all’ interno di una cornice intima e ristretta in cui, nel rapporto con un professionista, si arrivano ad acquisire nuove consapevolezze di sé.
Ovviamente questa idea è corretta, ma non è l’ unica.
Partendo dal presupposto che esistono tantissimi tipi di gruppi psicologici o psicoterapeutici che si pongono obiettivi e modi anche molto diversi tra loro di lavorare, esplorare le proprie dinamiche all’ interno di un contesto gruppale fornisce, soprattutto in certi casi, un grande arricchimento al proprio percorso di crescita individuale.
La personalità di ognuno è quasi interamente il prodotto delle relazioni con gli altri e molto spesso la sofferenza si sviluppa proprio nel momento in cui queste interazioni vengono distorte. Ciò è in grado di spiegare da una parte perché partecipare ad un gruppo psicologico dia, di per sé, sostegno e forza, dall’ altra permette di comprendere quanto possa essere utile trattare certe dinamiche all’ interno di un contesto relazionale.
Come accennato, esistono tantissimi tipi di gruppi psicologici (o psicoterapeutici), che muovono da premesse e tecniche diverse e si pongono obiettivi differenziati, sulla base della loro strutturazione: si va da gruppi di rilassamento (ad esempio quelli di Training Autogeno) ai gruppi terapeutici che, a seconda delle tecniche utilizzate, abbracciano caratteristiche anche molto diverse tra loro (basti pensare ai Gruppi Gestàlt ed ai Gruppi Analitici), ai gruppi di sostegno, a diversi tipi di gruppi psicologici e di crescita personale.

Cos’è il Gruppo Psicologico “Io e l’ Altro”..?

Questo gruppo, progettato e condotto da me e dalla collega, Dott.ssa Giulia Lorenzini, si pone come obiettivo principale quello di favorire nei partecipanti una maggiore consapevolezza di sé nelle relazioni sociali, rafforzando la capacità di esporsi all’ altro, cosa tutt’ altro che semplice per la gran parte delle persone.gruppo-io-e-l-altro
All’ interno di un contesto rassicurante, vengono proposti giochi psicologici che permettono ai partecipanti di sperimentare se stessi in relazione agli altri, esplorando e cogliendo aspetti di sé spesso sconosciuti fino a quel momento, prendendo coscienza del fatto che l’ immagine di se stessi che appare all’ altro è spesso molto diversa da quella che ognuno di noi ha l’ impressione di dare.
Gli spunti di riflessione che nascono da questi stimoli hanno la grande potenzialità di favorire l’ introspezione, la crescita personale e la stima di sé e, influenzando il modo di percepire se stessi, permettono di produrre cambiamenti nel modo di relazionarsi all’ altro, prima all’ interno del gruppo e poi fuori, nei contesti della vita quotidiana.

L’ inizio del prossimo gruppo è previsto per mercoledì 5 aprile 2017 in via Fra’ Bartolommeo, 24 (Firenze).

Per maggiori informazioni:

ѱ Dott.ssa Giulia Lorenzini
Psicologa Psicoterapeuta
Tel: 334.3114986
Mail: giulia.lorenzini@eximite.it

ѱ Dott.ssa Ilaria Visconti
Psicologa Psicoterapeuta
Tel: 339.6034157
Mail: doc.ilariavisconti@gmail.com

Riferimento Bibliografico:
– Sullivan, H.S. (1953). The interpersonal theory of psychiatry. New York: Norton

Da cosa origina il bisogno di dipendere dagli altri?

Da piccoli dipendere da qualcuno è un bisogno fondamentale per la propria sopravvivenza.
Totalmente “nuovi” al mondo, senza nessuno che fornisca nutrimento e protezione, la vita di ognuno sarebbe, infatti, in grave e costante pericolo.
È crescendo che, pian piano, acquisendo nuove competenze e capacità, esplorando il mondo e nuovi contesti, il bisogno di avere costantemente presente una figura di riferimento che possa fornire un senso di sicurezza e protezione diminuisce progressivamente lasciando il posto ad un desiderio di autonomia ed indipendenza, adeguato ad ogni fase evolutiva. Ovviamente ciò non vuol dire che non si avverta più la necessità di essere circondati da  persone emotivamente rilevanti, significa piuttosto che, nel momento in cui esse sono lontane la loro assenza non genera ansia.personalita-dipendente3
Non sempre, però, le cose si svolgono “secondo i piani”. Può avvenire che anche da grandi permanga un bisogno eccessivo di essere accuditi e rassicurati dagli altri mettendo in atto comportamenti che, in modo più o meno implicito, suscitino una richiesta di attenzione e protezione costanti.
Il timore di fondo si basa sulla convinzione di essere totalmente incapaci di poter funzionare in modo indipendente ed è per questo che, pur di non perdere il supporto e l’ approvazione degli altri, la tendenza è quella di abbracciare un comportamento sottomesso, concordando sempre su ciò che ritengono sbagliato o a non arrabbiarsi neanche di fronte alle ingiustizie per timore di perdere l’ approvazione degli altri.
Non esprimendo, in poche parole, mai se stessi come essere autonomi.
Ciò si traduce nella difficoltà di prendere decisioni, iniziare progetti o fare cose da soli, andare alla disperata ricerca di una relazione intima appena ne termina una. Alla base di questo c’è la convinzione di essere completamente incapaci di funzionare senza la relazione con qualcuno diverso da sé ed è per questo che ricercano in maniera rapida ed indiscriminata la presenza di un’ altra persona non appena se ne perda una significativa.

Da dove ha origine questa paura incondizionata di rimanere solo?

È probabile che le basi di questo disagio debbano essere ricercate nella prima infanzia, periodo in cui si stabilisce l’ attaccamento che inevitabilmente condizionerà le relazioni future di ogni persona (per approfondire clicca qui).
Questa fase di vita attraversata da ogni essere umano nei primi anni dello sviluppo è molto importante per la formazione della personalità in quanto permette di sviluppare l’ attaccamento verso l’ adulto che, avendo funzione di “colonna portante”, permetterà di esplorare il mondo sentendosi al sicuro, dipendendone sempre meno col passare del tempo.
È possibile che questo tentativo costante e disperato di mantenere gli altri a sé possa derivare da una separazione precoce con la figura di attaccamento che ha portato la persona a sperimentare dolorosi sentimenti di rabbia e abbandono ostacolando così il normale e fisiologico processo di separazione e favorendo, al contrario, un’ emozione di ansia ogni qual volta si abbia la percezione di essere rimasti soli.
Il contesto terapeutico si configura, generalmente, un ambiente privilegiato per comprendere tali meccanismi, dar loro un significato e accettarli modificando in questo modo certe tendenze controproducenti.

Riferimenti Bibliografici:
– American Psychiatric Association (2014), DSM-5, Raffaello Cortina Editore.
– Davison C., Neale, J. M. (2000), Psicologia Clinica. Zanichelli Editore Spa. Bologna.

 

“Qual è il terapeuta adatto a me?”. Mini-guida alla scelta del professionista giusto.

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Può arrivare nella vita un momento in cui ci si rende conto di aver bisogno di un aiuto professionale per uscire da una (più o meno) momentanea situazione di sofferenza interiore. Che si tratti di una crisi esistenziale o dell’ affacciarsi o perdurare di una sintomatologia specifica, quando si presenta l’ esigenza di intraprendere un percorso di crescita personale e cura di sé, la scelta dello psicoterapeuta adatto alle proprie esigenze deve avvenire in maniera serena, ma attenta.
Per i “non addetti ai lavori”, però, riuscire ad individuare lo specialista adatto alle proprie esigenze è cosa tutt’ altro che semplice, proviamo a fare un po’ di chiarezza sull’ argomento.

Per prima cosa: chi è lo Psicoterapeuta?

Lo psicoterapeuta è un professionista della salute mentale, laureato in Psicologia o in Medicina che, dopo la formazione Universitaria (e l’ esame di stato con conseguente iscrizione all’ Albo) ha completato il proprio percorso di studi presso una Scuola di Specializzazione.
Si differenzia dallo Psicologo perché, oltre a fornire sostegno psicologico, fare diagnosi, attuare interventi di prevenzione e promozione della salute, possiede competenze specifiche (acquisite durante l’ iter di specializzazione) che gli consentono di mettere in atto interventi terapeutici veri e propri tesi a comprendere dinamiche personali complesse e ad agire su una sintomatologia disturbante aiutando chi ne fa richiesta ad intraprendere un percorso di cambiamento.

Cosa sono gli approcci terapeutici?

 L’ approccio è la modalità terapeutica attraverso la quale il professionista si rapporta alla persona che richiede un supporto ed alla sua problematica. Sulla base della scuola di specializzazione, infatti, viene seguita una certa corrente di pensiero a seconda della quale si utilizzano modalità diverse per aiutare la persona che ne fa richiesta a ritrovare il proprio benessere psicologico.

Come scelgo l’ approccio adatto a me?

scegliere-psicoterapia2In psicoterapia gli approcci esistenti sono tantissimi e, mi rendo conto, ciò rende molto complesso il panorama della scelta per chi desidera intraprendere un percorso ma non sa quale sia il più adatto alle proprie esigenze.
Non esistono approcci migliori o peggiori, penso che esistano semmai psicoterapie più o meno adatte a quelle che sono le richieste dell’ individuo in un certo momento.
Sebbene sia personalmente convinta, infatti, che dietro ad ogni disagio o sintomo si nasconda una motivazione che vada indagata e resa cosciente al fine di poterla elaborare, è pur vero che alcune persone sono interessate esclusivamente ad eliminare un sintomo fastidioso, per esempio, e allora in quel caso esistono approcci preferibili ad altri, focalizzati esclusivamente alla risoluzione del problema.
In generale, nelle scuole di specializzazione, ai professionisti viene insegnato a fronteggiare ogni tipo di problematica, ciò che varia sono le tecniche utilizzate per farlo, ossia il modo di rapportarsi alla questione.
Per conoscere i diversi tipi di approcci, invito alla lettura di un mio articolo sulla rivista on-line PsicologiaOk.

Quali sono le caratteristiche di un buon terapeuta?

scegliere-psicoterapiaUna volta orientati nel mare magnum delle specializzazioni ed essersi fatti un’ idea di quale approccio possa essere più adatto alle proprie esigenze personali, si entra nel vivo della questione, ossia quale terapeuta scegliere tra tanti.
La prima (e forse unica) regola è quella di accertarsi le competenze del professionista e ciò può essere fatto controllando, sul sito di ogni Ordine di appartenenza, l’ iscrizione all’ albo e l’ abilitazione o meno ad esercitare la psicoterapia.

Per il resto, visto anche il peso che la soggettività riveste rispetto ad una scelta così delicata, non esistono delle vere e proprie regole, ma possono esserci delle indicazioni che, a mio avviso può essere utile seguire, in particolare:

φ Il terapeuta è un professionista, ciò significa che fornisce una prestazione remunerata altamente qualificata, bastata sull’ ascolto attivo e sull’ empatia che ha funzione di supporto emotivo; ciò nonostante non è un amico e pertanto, affinchè il percorso terapeutico sia efficace, i rapporti tra terapeuta e paziente devono restare vincolati all’ ambito della psicoterapia.

φ Legato a questo aspetto è il fatto che il terapeuta non dà consigli (per questo ci sono gli amici!), ma mette a disposizione le proprie conoscenze e competenze con l’ obiettivo di aiutare la persona a cogliere aspetti di sé (o degli altri) sconosciuti, a guardare le cose da punti di vista diversi e considerare nuove alternative per raggiungere un nuovo stato di benessere.

φ Con il terapeuta bisogna sentirsi a proprio agio, tranquilli e sereni nel raccontare quello che si vuole (se si desidera, senza forzature e con i propri tempi), nella consapevolezza di essere accolti in ogni proprio pensiero, emozione e comportamento senza essere giudicati.

φ Il terapeuta è un essere umano e, come tale, ha una propria storia di vita ed un vissuto emotivo che lo caratterizzano e lo accompagnano. La sua professionalità, però, sta anche nel riuscire ad essere il più possibile “risolto” nelle sofferenze e nei limiti con cui, come tutti, si confronta quotidianamente. È per questo che, a mio avviso, il fatto che segua a sua volta un percorso terapeutico e di supervisione è un valore aggiunto fondamentale alle sue doti lavorative.

Lo scopo di questo articolo è quello di cercare di fare chiarezza all’ interno di un tema che, vissuto per certi aspetti ancora come un tabù ho la sensazione che possa essere reso ancora più “spaventoso” dal fatto di non essere molto immediato e forse un po’ complesso nella sua comprensione.
Mi auguro che questa “mini-guida” sia in grado di raggiungere l’ obiettivo per cui è stata scritta, ossia favorire una maggiore apertura ad un mondo affascinante e arricchente come quello del percorso terapeutico.

Concludo con una citazione:

“La terapia è un viaggio alla scoperta di sé. Non è un viaggio rapido, né facile e neanche privo di paure. In certi casi può prendere l’ intera esistenza ma la ricompensa è il sentimento che la vita non sia passata invano” – Alexander Lowen

Buon Viaggio.. 😉

7 strategie di coping utili a regolare le emozioni di fronte alle difficoltà.

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Le emozioni fanno parte della vita di ognuno di noi, da sempre.
Dal momento in cui veniamo al mondo accompagnano la nostra esistenza, attivandosi ogni volta in cui si verifichi la necessità di fronteggiare un’ emergenza derivata dall’ ambiente. È grazie alla paura, per esempio, che evitiamo di mettere in atto comportamenti pericolosi o attraverso la tristezza che chiediamo aiuto agli altri, ovvero cerchiamo di tutelare il più possibile la nostra esistenza. In questo senso le emozioni preparano all’ azione attraverso tendenze comportamentali che spingono a muoversi verso qualcosa o, al contrario, evitarla. Queste azioni mentali sono molto importanti in quanto si caratterizzano come strategie con cui la persona affronta una certa situazione emotiva; in psicologia tale aspetto è definito coping ed influenza moltissimo la riuscita di fronte alle avversità della vita rendendo alcune persone più “vincenti” rispetto ad altre.
Quando ci si trova di fronte ad una circostanza problematica si può cercare di affrontarla usando una strategia centrata proprio sul problema, sfidandolo in maniera diretta attraverso le nostre risorse; al contrario, qualora ciò non sia possibile, si può adottare una strategia che si focalizza più sull’ emozione, che mira per lo più a controllare gli effetti negativi di una reazione emotiva troppo intensa.regolazione-emozioni2

Ecco 7 strategie di coping da utilizzare per gestire le emozioni di fronte ai problemi:

  1. Accettare il confronto:

Accettare il confronto è una modalità molto “attiva” di rapportarsi ai problemi in quanto, mantenendo ferme le proprie convinzioni, permette di combattere per raggiungere il proprio obiettivo, senza arrendersi.

  1. Prendere le distanze:

Questo stile spinge principalmente ad aggirare il problema, evitando di pensare troppo su quanto accaduto e andando avanti per la propria strada, senza mai voltarsi. Il problema, in questo modo, non viene “affrontato di petto”, ma isolato, senza ripensamenti.

  1. Autocontrollarsi:

L’ autocontrollo come strategia di coping porta a non condividere con gli altri tutti quei sentimenti sperimentati in seguito ad un evento vissuto in maniera più o meno traumatica. Evitando di cercare supporto negli altri, quindi, usando questa modalità si nasconde la propria difficoltà o sofferenza puntando prevalentemente sulle proprie risorse interiori.

  1. Ricercare il sostegno sociale:

Questa strategia è esattamente opposta alla precedente: anziché cercare di risolvere tutto da sé,  si sceglie, in questo caso, di parlare con chi, si pensa, possa essere di aiuto. Che si tratti di una figura di riferimento, di un conoscente o di qualcuno che suscita fiducia, in ogni caso viene accettata la comprensione offerta, facendone un’ importante risorsa.

  1. Accettare la responsabilità:

Si parte dall’ idea che, se qualcosa è avvenuto, ciò dipende in parte (o del tutto) da se stessi. Questo tipo di autocritica, da cui consegue un riconoscimento della propria colpa in ciò che è avvenuto, può essere un buon modo per affrontare un’ avversità.

  1. Pianificare la soluzione:

Preso atto della problematica presentata, ci si focalizza sul problema; in questo modo, analizzando la situazione, e prendendo atto del fatto che, compiendo certe azioni, si può trovare un rimedio, si tende a raddoppiare i propri sforzi per realizzare un piano di risoluzione.

  1. Rivalutarsi positivamente:

Si tratta di partire da se stessi per rapportarsi all’ imprevisto. Ritrovare fiducia in se stessi, sulle proprie capacità e risorse, acquisendo una buona stima si sé consente di porsi di fronte all’ ostacolo in maniera fiduciosa, favorendo così la nascita di buone idee. Pensare “Posso trovare una soluzione grazie alle mie risorse”, infonde un senso di sicurezza e tranquillità che pone di fronte all’ ostacolo in maniera serena e costruttiva.

Le emozioni si sono sviluppate proprio come risposta agli eventi esterni, nonostante questo talvolta, data la loro caratteristica di impulsività, può essere utile imparare a gestirle al fine di rapportarsi nella maniera più appropriata di fronte a tutte quelle avversità, più o meno frequenti, che si presentano nel corso della vita di ognuno.

Riferimento Bibliografico:
– Mecacci, L. (2001), Manuale di Psicologia Generale e Sperimentale, Giunti Gruppo Editoriale, Firenze.

Smettila di arrabbiati per tutto e impara a gestire la collera.

La rabbia, al pari delle altre emozioni, ha ovviamente un ruolo adattivo che consiste in questo caso nel difendere se stessi o gli altri ogni qual volta ci si senta attaccati o minacciati nella propria integrità fisica ed emotiva. Pertanto, sebbene arrabbiarsi sia una reazione normale quando ci sente offesi, trattati in modo ingiusto o attaccati in qualche modo, reagire con la collera alla gran parte delle situazioni quotidiane può risultare estremamente controproducente per una serie di motivi.
Essendo un’ emozione molto intensa ed esplosiva, infatti, ogni volta che si sperimenta, si assiste ad una serie di cambiamenti che investono l’ intero organismo, dal cuore che inizia a battere all’ impazzata, ai respiri che si fanno brevi e rapidi, ai muscoli che diventano tesi, tutti cambiamenti questi che, a lungo andare, possono anche nuocere alla propria salute fisica (se vuoi approfondire, clicca qui).

rabbia4Inoltre, quando si è arrabbiati si tende a perdere il controllo della situazione diventando illogici ed irrazionali con il rischio di fare o dire cose non adatte al contesto sociale (che comunque impone norme comportamentali che vanno rispettate) e delle quali, soprattutto, potremmo non essere soddisfatti una volta sbollita la rabbia.
Sebbene restare calmi di fronte a certe persone o circostanze sembri talvolta impossibile, acquisire la capacità di controllare la propria collera, mantenendo “calma e sangue freddo”, imparando a gestire le circostanze in modo sereno e tranquillo è un favore che fai a te stesso, alla tua salute fisica e mentale.

Come riuscirci?

È fondamentale, prima di tutto, imparare a restare distaccati da ciò che sta avvenendo, evitando di scontrarsi con quelle emozioni intense ed impulsive che “ribollono” internamente desiderose di uscire fuori esplodendo; è infatti possibile mantenere la mente lucida, osservando la situazione da un’ altra prospettiva e reagendo nel modo più appropriato.
Se sbottare nell’ immediato può sembrare la soluzione migliore per sfogarsi, ci si rende conto nel tempo che, in realtà, serve a ben poco.

Ecco invece alcuni consigli estremamente utili derivanti dalla mindfulness e che possono essere utilizzati quando ci si trova in situazioni “a rischio collera”.

1. Riconosci il tuo stato di allerta.rabbia5

La collera, abbiamo detto, è sempre accompagnata da segni fisici che la caratterizzano e per questo può essere estremamente d’ aiuto imparare a riconoscerli per prevenire uno scoppia d’ ira.
Quando avverti  accelerazione del battito cardiaco, tensione muscolare, tendenza a serrare le mascelle ed a parlare con un tono di voce più forte e sgarbato, il corpo ti sta dicendo di essere pronto a “sferrare l’attacco”.
Impara, intanto, a riconoscere questi segni ed a prenderne consapevolezza.

2. Fermati e respira.rabbia6

Respirare è fondamentale per mantenere la calma, ma è la prima cosa che ci si dimentica di fare quando si è arrabbiati. Quando percepisci il corpo che inizia ad attivarsi in seguito al salire della tensione, prova a fare un esercizio: inspira lentamente contando fino a cinque, fai una pausa contando fino a tre ed espira, lentamente, dalla bocca. Una volta tirata fuori tutta l’ aria, riprendi a respirare normalmente..e poi ricomincia; così facendo riuscirai a ripristinare uno stato di maggiore calma, nell’ organismo e nella mente.

3. Distraitirabbia7

Ripensa alla giornata di ieri, recita una filastrocca, canta una canzoncina, vai a fare una passeggiata, guarda un film, chiama un amico, l’ importante è che tu riesca a trovare una strategia per spostare momentaneamente il pensiero a qualcosa di diverso da ciò che ti sta facendo arrabbiare.

Una volta che sarai riuscito a circoscrivere la collera potrai essere in grado di iniziare a pensare con razionalità a quanto avvenuto, cogliendo nuovi punti di vista e trovando soluzioni alternative, la gran parte delle volte maggiormente funzionali di quelle pensate d’ impulso.
Se ti accorgi che il tuo nervosismo scaturisce la gran parte delle volte da persone, situazioni o circostanze specifiche, può essere d’ aiuto iniziare a chiedersi perché ciò avvenga; è molto probabile, infatti, che in tal caso si tratti di proiezioni e quindi per eliminare definitivamente questo tipo di attivazione, occorre una comprensione più profonda di sé (se vuoi approfondire, clicca qui).

Riferimenti Bibliografici
– Hasson, G. (2016). Mindfulness, 100 esercizi per una vita più serena. Antonio Vallardi Editore, Milano.