Non ho fame eppure mangio..perchè??

dap1Mangiare è un’ attività quotidiana di cui nessun essere vivente può fare a meno.
Il corpo necessita di nutrimento, da un punto di vista biologico ma non solo..quando si compie l’ azione di mangiare si  intrecciano tra loro aspetti culturali, sociali, sensoriali e psicologici. In ogni luogo esistono cibi tipici che richiamano la storia di una certa civiltà e la classica tendenza a consumare cibo in compagnia rimanda ad un aspetto goliardico e spensierato strettamente collegato alla socializzazione, così come alcuni sapori hanno la capacità di riportare indietro nel tempo. Il desiderio di mangiare è infine collegato alla vasta e complessa sfera emotiva: alcune emozioni particolarmente intense possono togliere o aumentare l’ appetito come avviene quando si è particolarmente arrabbiati, tristi o, al contrario, felici.
Quando si affronta il tema dell’ alimentazione, pertanto, ci si addentra in un argomento molto vasto e complesso che non  riguarda esclusivamente patologie eclatanti quali l’ anoressia o la bulimia ma si riferisce anche a tendenze  caratteristiche di coloro che ricorrono al cibo quando si trovano a contatto con emozioni intense.

Ma che tipo di personalità si nasconde dietro a tali abitudini alimentari..?

Iniziamo dicendo intanto che ognuno, fin dalla dap2primissima infanzia, costruisce la sua modalità di conoscenza del mondo grazie alla quale impara ad entrare in relazione con sé stesso e con l’ambiente circostante, attribuendo in questo modo significati ai propri stati interni ed esterni.
Assume, a tal proposito, un’ importanza fondamentale il sistema di attaccamento, ossia la modalità usata dal neonato  per entrare in contatto fisico con le figure di accudimento al fine di stabilire una relazione tra sè e il genitore.
Capita di frequente che le persone che tendono a gestire le proprie emozioni attraverso il cibo abbiano sperimentato un attaccamento ambiguo, instabile e confuso con le proprie figure genitoriali le quali, spesso, sentendosi impreparate per affrontare il nuovo difficile ruolo di genitore, hanno sperimentato un’ ansia che hanno tentato di gestire entrando in relazione col piccolo attraverso un’ alimentazione eccessiva e rispondendo ad ogni tentativo di contatto del neonato attraverso il cibo.
Si stabilisce così un rapporto che crea una sorta di circolo vizioso in cui il bambino provoca incertezza nei propri genitori i quali, con le loro riposte basate esclusivamente sul nutrimento, generano a loro volta confusione in lui  che non capisce quando è sazio o meno tendendo, inevitabilmente, ad associare il nutrimento ad emozioni percepite come ingestibili.
Essendo da sempre abituato ad essere anticipato nelle proprie decisioni e nel dover essere focalizzato su ciò che gli altri provano, l’ ormai adolescente ha un’ immagine di sé poco definita dove l’ unica possibilità di scelta è data dalla decisione di mangiare.
dap3Il senso di incertezza che ne consegue impedisce di costruirsi un’immagine di sé definita e diventa così fondamentale l’ opinione degli altri con la conseguente paura del giudizio che lo obbliga alla continua ricerca dell’approvazione altrui. Quando non ottiene tale approvazione, la sensazione di vuoto interiore che ne deriva viene etichettata come fame e ciò gli consente di utilizzare le modalità conosciute in famiglia per risolvere i problemi, evitando di riflettere sulle emozioni. Ed è così che l’ alimentazione diventa una vera e propria strategia in cui le aspettative di rifiuto provocano sensazioni di vuoto che vengono colmate col cibo, anche quando non c’è un bisogno fisiologico di nutrimento.
In questo modo avviene che, nella gestione di emozioni intense, dalla tristezza, alla rabbia, alla gioia, alle quotidiane circostanze stressanti, si possa avvertire il bisogno di rivolgersi al cibo come unica modalità per tenere a bada un’ ansia percepita come insopportabile e incontenibile.
Ogni volta si abbia il dubbio che a scatenare il desiderio di cibo non sia una fame reale ma piuttosto una fame “nervosa” credo possa essere d’aiuto chiedersi a cosa sia riconducibile quel vuoto che si sta tentando (invano) di riempire mangiando. È infatti probabile che quella sensazione di mancanza sia riferibile alla paura di non essere amati, riconosciuti e penso che quel senso di fame ingiustificata possa essere un’ ottima occasione per provare a dare un nome a tutte quelle emozioni e sentimenti che si nascondono dietro al bisogno di sentirsi coccolati e accettati, dagli altri..ma soprattutto da se stessi.

Puoi approfondire l’ argomento leggendo un altro mio articolo sulla rivista psicologica on line PsicologiaOk.

Riferimento Bibliografico:
– Reda, M.A. (1986), Sistemi cognitivi complessi e psicoterapia, Carocci Editore. Roma

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“Ho paura di ammalarmi, di morire, di amare, di soffrire..perchè ho paura di tutto?” – La personalità fobica.

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La paura è un’ emozione che, attivando uno stato di allerta, è in grado di ridurre i rischi di pericolo ed è, pertanto, protettiva..nelle giuste dosi!
Quando però diventa la modalità principale con cui ci si relaziona alle persone e agli eventi, assume un’ accezione totalmente diversa in quanto, facendo sperimentare il mondo come pericoloso, impedisce alla persona di viverlo serenamente, generando ansie, ipocondrie e fobie.
È importante comprendere che la realtà circostante non viene vissuta e interpretata da tutti allo stesso modo, al contrario ognuno elabora e dà un senso al mondo esterno e alle situazioni che lo caratterizzano sulla base della propria capacità di organizzare le informazioni che possiede. Ciò spiega in parte perché, di fronte ad una situazione analoga, la lettura che le persone ne fanno è spesso diversa come, di conseguenza, è diverso il modo di rapportarsi ad essa e fronteggiarla.
Questa lettura del mondo si definisce già a partire dai primi anni di vita, sulla base di tutti quei messaggi e atteggiamenti che i genitori mostrano al figlio di fronte alle situazioni quotidiane.
fobie 2L’ adulto fobico è stato, con buone probabilità, un bambino che ha avuto genitori che, anziché rassicurarlo rispetto alle naturali paure infantili hanno fatto intendere al piccolo che aprirsi al mondo allontanandosi dalle fonti protettive può essere molto pericoloso.
Non avendo superato tali paure naturali (naturali perché hanno una funzionalità adattiva come, ad esempio, la paura dell’ estraneo) la tendenza che si attiva già dalla tenera età è quella di essere particolarmente sensibile agli eventi pericolosi e ai messaggi allarmistici, alimentati dal genitore che, con un atteggiamento generalmente iperprotettivo ed ipercontrollante, trasmette preoccupazione e apprensione rispetto a situazioni vissute come estranee ed imprevedibili.
Il bambino inizia così a strutturare un’ immagine di sé come persona debole e vulnerabile, sia da un punto di vista fisico che psicologico che lo spinge, talvolta, a mettere in atto comportamenti “manipolatori” per cercare di controllare gli eventi, al fine di limitarne la dannosità.
Ed è così che col trascorrere del tempo quello che ormai è diventato un adolescente, ha interiorizzato e quindi fatte proprie le modalità controllanti tipiche dei genitori. Spesso può apparire agli occhi degli altri come una persona estroversa e sicura di sé, in realtà lo è nella misura in cui riesce ad essere un leader e a mettersi quindi nella condizione di poter scegliere persone e situazioni rassicuranti, in quanto l’ idea di potersi trovare in circostante potenzialmente sconosciute o in compagnia di persone pericolose genera un’ ansia eccessiva.
fobiaQuesta importante necessità di controllo, si ritrova anche all’ interno delle relazioni amorose nelle quali la paura delle critiche, di palesare le proprie debolezze e, in generale, di provare un eccessivo coinvolgimento (che viene associato a perdita di controllo) porta la persona coinvolta ad avere un atteggiamento da “Don Giovanni” (o, se preferiamo, da “Peter Pan”). Nel momento in cui la relazione viene vissuta come costrittiva o si ha il timore di venire abbandonati sceglie infatti di terminare il rapporto assicurandosi però, al momento del distacco, di avere “le spalle coperte” da altre relazioni tese a sostituire le precedenti perché l’ idea di rimanere solo lo rende eccessivamente vulnerabile e quindi spaventato.
L’ organizzazione fobica è tipica quindi delle personalità caratterizzata da ansia. Che si tratti di un’ ansia generalizzata, di attacchi di panico, di fobie specifiche o ipocondrie, alla base, di solito, c’è la percezione di un mondo vissuto come pericoloso dal quale difendersi per non esserne minacciati e feriti.
La persona con tendenze fobiche vive serenamente fino a quando riesce ad ottenere contemporaneamente la protezione totale da parte di persone sicure e la libertà di evitare certi doveri costrittivi che “tolgono il respiro” riuscendo, in questo modo, ad esplorare situazioni nuove rimanendo all’ interno di un contesto “protetto”. Il sintomo tende a presentarsi nel momento in cui si teme un possibile abbandono da parte delle persone percepite come “base sicura” ed infatti le situazioni in cui la personalità fobica si sente mancare il terreno sotto i piedi sono quelle che prevedono cambiamenti e modificazioni di vita imminenti, quali separazioni, perdita del lavoro o lutti, per esempio.
In queste circostanze (ma non solo), rivolgersi ad un professionista potrebbe essere di grande aiuto per conoscere le dinamiche tipiche della propria personalità, al fine di poterne diventare consapevole e quindi modificarle per crearne di più adattive.

Riferimenti Bibliografici:
– Reda, M.A. (1986), Sistemi cognitivi complessi e psicoterapia, Carocci Editore. Roma

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E tu..che dea sei? La psicologia della donna Afrodite

[Ogni donna ha, dentro di sè, una o più dee che caratterizzano la sua personalità e guidano le sue scelte. Qual’è quella che maggiormente ti rappresenta? E tu..che dea sei? Scopriamolo insieme..oggi parliamo di Afrodite]

                                                                        – Ottava Parte –

Afrodite, dea della bellezza ed ultima tra le divinità in esame è l’ unica ad essere definita alchemica in quanto, sebbene possieda caratteristiche comuni sia alle dee vergini che a quelle vulnerabili, non può essere considerata come appartenente a nessuafroditena delle due categorie. Avendo avuto un grande numero di storie sessuali non può essere definita una dea vergine sebbene, similmente ad Artemide, Atena ed Estia fosse abituata a fare ciò che più le piaceva. D’ altro canto se può essere considerata simile ad Era, Demetra e Persefone perché come loro si legava a divinità maschili e aveva figli, differisce dalle dee vulnerabili perché non è mai stata vittima né ha mai sofferto, essendo sempre stati i suoi legami, caratterizzati da un sentimento reciproco.
Per questa dea le relazioni erano molto importanti, ma non rappresentavano impegni a lungo termine, lei cercava di consumare i rapporti e generare nuova vita e l’ archetipo che rappresenta si esprime nel rapporto fisico ma anche nel processo creativo. Se il bisogno di attrazione e unione fa sì che venga concepito un bambino quando ha luogo tra un uomo e una donna, tale meccanismo è identico in tutti i processi creativi che nascono, in maniera analoga, da un coinvolgimento intenso e appassionato tra idee dando vita, talvolta, ad un’ opera d’ arte. Similmente agli amanti, gli artisti scoprono che tutti i loro sensi sono potenziati quando stanno per “partorire” la propria opera d’ arte e le sensazioni che esperiscono interagiscono per creare il risultato finale.
Ogni donna fa esperienza di Afrodite quando si innamora, circostanza che genera un’ energia che la rende vitale, brillante e fa in modo che venga stimolata da pensieri e sentimenti, trasformata da essere mortale in dea dell’ amore, grazie alla quale si sente attraente e sensuale.
Tale aspetto di magnetismo e fascino è presente nelle future donne Afrodite che, già da bambine, presentano un atteggiamento “da civetta”, spesso incoraggiato dagli stessi genitori che ne decantano il fascino, dando più importanza a questo aspetto piuttosto che ad altre qualità.
La fase di vita fondamentale per la donna Afrodite è quella dell’ adolescenza e della prima maturità, periodo in cui percepisce talvolta la sensazione di trovarsi schiacciata tra il desiderio di soddisfare l’ archetipo che la domina e la reazione che ciò potrebbe suscitare negli altri. Se tende ad agire seguendo soltanto la sua spinta pulsionale, infatti, le conseguenze potrebbero essere quelle di andare incontro ad una cattiva reputazione con conseguente abbassamento dell’ autostima e immagine negativa di sé ma se reprime la sua spinta erotica resterà insoddisfatta per non averla espressa; la possibilità di trovare un buon compromesso tra questi due aspetti contrastanti è molto legata alla capacità di attivare dentro di sé altri archetipi come per esempio, quelli presenti in Atena o in Artemide.
Per riuscire a comprendere quanto l’ impatto dell’ archetipo di Afrodite sia forte, è utile conoscere la storia della nascita di questa dea, di cui esistono due versioni.
Secondo quella di Omero, Afrodite nacque come figlia di Zeus e della ninfa del mare Dione, secondo quella di Esiodo fu invece concepita come risultato di una violenza: Crono, tagliò i genitali del padre Urano gettandoli in mare e dal rimescolamento di sperma e acqua emerse Afrodite, dea già adulta, di una bellezza indescrivibile. Molti la chiesero in sposa e, a differenza di altre dee, lei fu libera di scegliere ed ebbe molti compagni con i quali dette vita a tantissimi figli.
Come esistono due versioni della sua nascita, sono due i modi con cui questo archetipo giunge alla coscienza.
Il primo, che si rifà alla versione di Esiodo, è drammatico e si riferisce a quando Afrodite, in tutto il suo splendore, emerge improvvisamente dalle acque dell’ inconscio incutendo, in un certo senso, timore. Nella donna ciò avviene quando la spinta sessuale si presenta come reazione istintuale, separata dall’ amore e dall’ intimità emotiva che la porta ad un desiderio prepotente di ripetere quell’ esperienza tesa al raggiungimento dell’ orgasmo, esperienza verso la quale prova attrazione ma timore al tempo stesso.
Il secondo modo in cui l’ archetipo prende vita è quello che ci riporta alla versione di Omero, che vede Afrodite nascere come risultato di un legame emotivo tra Zeus e Dione, in questo caso il sesso è veicolato dal rapporto e genera un aumento di fiducia ed amore verso l’ altro che spinge ad un forte desiderio di intimità fisica.
Afrodite garantisce la spinta alla continuazione della specie ma in modo diverso da quello proposto dalla dea Demetra che fa l’ amore perché vuole un figlio; differentemente la dea alchemica ha un figlio perché desidera fisicamente un uomo o perché aspira ad un esperienza sessuale o sentimentale con lui. Nonostante questo, però, la donna Afrodite sceglie spesso uomini non “giusti” per afrodite2lei.
A meno che non siano presenti in lei altri archetipi la sua tendenza è quella di scegliere uomini simili a quelli che attraevano la dea: uomini creativi ma anche molto complessi emotivamente e sfuggenti o eccessivamente gelosi e impulsivi con i quali è spesso difficile stabilire relazioni stabili. È comunque importante tenere conto del fatto che anche per la donna Afrodite è difficile realizzare un matrimonio monogamo e duraturo. A meno che non risenta dell’ influenza di altre dee, in particolare Era, la donna guidata da Afrodite si scontra spesso con la tendenza a sposarsi più volte. Nonostante ciò ama molto i suoi figli ed è molto amata da loro, in quanto grazie alla sua capacità di tirar fuori dal bambino le sue risorse, radica in lui un senso fiducia e una buona autostima.
La donna che si identifica con Afrodite è una donna generalmente estroversa a cui piacciono gli uomini che riesce a “catturare” con un atteggiamento fortemente seduttivo, tanto da fare spesso una “strage di cuori” e sebbene sia convinta ogni volta di aver trovato l’ uomo perfetto si stanca facilmente di lui.
Ciò che cerca incessantemente è l’ esperienza archetipica dell’ innamoramento, schema che non potrà fare a meno di ripetere fino a quando non sarà in grado di amare l’altro nella sua imperfezione, accettando il fatto che è un essere umano e non un dio.

Nel prossimo articolo esploreremo le modalità con cui tutte le dee presenti in una donna interagiscono tra loro.

Ti riconosci in questo tipo di donna? Hai delle curiosità? Vorresti riuscire ad identificarti con questa dea?
Se ti va di parlarne, lascia un commento qui sotto 🙂

Riferimento Bibliografico:
– Bolen J. S. (1984), Le Dee dentro la donna, Casa Editrice Astrolabio-Ubaldini
Editore, Roma, 1991.

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PROMOZIONE D’ AUTUNNO
SCONTO DEL 15% SU TUTTO IL PERCORSO TERAPEUTICO

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L’ Autunno segna un nuovo inizio….si torna alla routine di tutti i giorni, al lavoro, alla quotidianità..si riprendono vecchie attività o se ne iniziano di nuove.
Può essere un buon momento anche per iniziare un nuovo viaggio alla scoperta di sè decidendo di intraprendere un percorso terapeutico di arricchimento o di risoluzione di dinamiche disturbanti.
A partire dal 1° ottobre e fino a dicembre, offro la possibilità di intraprendere un percorso di conoscenza e arricchimento di sè con uno sconto del 15% sull’ intera durata del percorso terapeutico.

Ecco chi sono, come posso aiutarti, come lavoro, dove ricevo e come puoi contattarmi.

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Tristezza..l’ eroina di Inside Out!

insideoutIl nuovo capolavoro della Pixar, Inside Out, è un’ animazione geniale.
Rimastane rapita già dal trailer, me ne sono innamorata quando finalmente ho avuto modo di vederlo al cinema.
Ovviamente, essendo terapeuta, guardare un film che ha come protagoniste le emozioni e come location la mente umana non poteva che entusiasmarmi, ma sono rimasta piacevolmente colpita dai profondi significati psicologici che questa opera d’ arte contiene.
La protagonista è Riley, una 11enne che, in quanto tale, vive una fase delicata di vita: il passaggio dall’ infanzia all’ adolescenza, reso particolarmente complesso dal trasferimento in un‘ altra città.
A noi spettatori è concesso guardare il mondo con i suoi occhi fin dal momento in cui nasce e, a spiegarci ciò che avviene, è Gioia, l’ emozione che caratterizza prevalentemente Riley, bimba sorridente e giocherellona, cresciuta in una famiglia affettuosa e presente, come ci testimoniano i suoi ricordi base, animati da momenti spensierati con la mamma ed il papà (non a caso l’ “Isola della Stupidera” è la preferita di Gioia..)
Al Distretto Centrale sono presenti tutte le altre emozioni fondamentali: Disgusto (che si preoccupa che Riley non venga avvelenata), Paura (che ha il compito di tenere lontana Riley dai pericoli) e Rabbia (che cerca di fare in modo che Riley non subisca ingiustizie).
Ecco le emozioni di base, universali, quelle primitive che sono presenti in ognuno di noi, ereditate dal regno animale (sebbene in Inside Out ne manchi una: Stupore) che ci guidano per tutta la vita, determinando il nostro modo di interpretare il mondo, di dare un senso a noi stessi, rapportarci agli altri e, soprattutto, di esprimerci.
Mi rendo conto, solo ora, di averne dimenticata una: Tristezza.
Come me, anche Riley, dominata da Gioia, tende ad escluderla; vorrebbe ometterla, lasciarla da parte…Tristezza è maxresdefaultnoiosa, negativa, complica le cose, le peggiora….eppure, nella tempesta emotiva del passaggio all’ adolescenza è proprio lei che riesce a risolvere il terremoto interiore in cui si trova Riley.
Perché? Perché per quanto sia un’ emozione “scomoda” ha, al pari delle altre, un grande significato adattivo: grazie a Tristezza possiamo far capire alle persone che ci stanno intorno che stiamo soffrendo e che abbiamo, quindi, bisogno del loro aiuto.
Ed è proprio nel momento in cui Gioia riesce a capire che Riley, per una volta, non ha bisogno di lei ma di Tristezza che si innescano una serie di mutamenti nella mente della bimba che la aiutano a crescere e rendono possibile il passaggio all’ adolescenza.
Riley, adesso, abbandona l’ amico immaginario, ristruttura le sue caratteristiche di personalità, ne sviluppa di nuove e inizia il suo viaggio nella complessità della mente adulta..e a Gioia, Tristezza, Rabbia, Paura e Disgusto non resta altro che imparare ad usare una nuova, grande, complicata consolle…. 🙂

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