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“Hai il diritto di..” – Il Codice dei Diritti Assertivi.

Ho ribadito più volte l’ importanza di imparare ad essere assertivi.
Sebbene infatti spesso non sia comprensibile nell’ immediato quanto la difficoltà di esprimere i propri bisogni e desideri in maniera adeguata possa avere ripercussioni anche piuttosto forti sulla propria salute psicologica (nonchè fisica!), nei fatti la qualità della vita varia molto tra coloro che sanno esprimersi e coloro che tentennano nel farlo.
Per acquisire questa importante competenza, risulta fondamentale rimuovere false credenze, ristrutturare alcune convinzioni e correggere certe errate informazioni che vengono date per “buone” guidando il comportamento in una direzione che può essere, in realtà, distorta.
Ecco perché risulta importante conoscere quello che viene definito come “Codice dei Diritti Assertivi”, una specie di regolamento, caratterizzato da serie di imperativi tesi a focalizzare l’ attenzione sul proprio essere, chiarendo quelli che sono i diritti di ognuno che, troppo spesso, vengono  lasciati in disparte, per soddisfare le esigenze altrui o, al contrario, usati in maniera esclusiva, non tenendo conto degli altri.

diritti-assertivi

“IL CODICE DEI DIRITTI ASSERTIVI”

1. IL GIUDICE SUPREMO DEL TUO COMPORTAMENTO SEI TU STESSO
2. HAI IL DIRITTO DI NON DARE SPIEGAZIONI E SCUSE PER IL TUO COMPORTAMENTO
3. HAI IL DIRITTO DI GIUDICARE SE TOCCA A TE TROVARE LA SOLUZIONE PER I PROBLEMI DEGLI ALTRI
4. HAI IL DIRITTO DI CAMBIARE OPINIONE
5. HAI IL DIRITTO DI FARE SBAGLI
6. HAI IL DIRITTO DI DIRE “NON SO”
7. HAI IL DIRITTO DI PRESCINDERE DAL BENVOLERE DEGLI ALTRI, QUANDO HAI A CHE FARE CON LORO
8. HAI IL DIRITTO DI PRENDERE DECISIONI ILLOGICHE
9. HAI IL DIRITTO DI DIRE “NON CAPISCO”
10. HAI IL DIRITTO DI DIRE “NON MI RIGUARDA”
11. HAI IL DIRITTO DI DIRE “NO” SENZA SENTIRTI IN COLPA

Concentrarsi su questi principi, permette di acquisire una maggiore consapevolezza circa quelli che sono i confini tra sé e gli altri, limitando sentimenti comuni quali senso di colpa, timore di esprimersi e di essere giudicati e raggiungendo un maggiore livello di libertà e sicurezza personale, nel rispetto degli altri.

Riferimento Bibliografico:

  • Alberti L., Dinetto A., Manuale di addestramento affermativo, Bulzoni Ed., Roma, 1988
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Scopri il valore adattivo dello stress..e usalo a tuo vantaggio!

Chiunque fa quotidianamente esperienza dello stress a diversi livelli di intensità, dalla coda nel traffico al mattino, all’ essere respinto ad un esame, ai lutti e alle catastrofi.stress1
Nel linguaggio comune tale termine viene per lo più definito con accezioni negative e ciò è comprensibile se si tiene conto del fatto che, oltre ad essere inevitabilmente collegato a sensazioni spiacevoli a livello psico-fisico, quando diventa eccessivo e costante, può trasformarsi in ansia o panico e determinare anche  patologie a livello fisico.
In pochi sanno, però, che il termine stress significa originariamente “spinta”, “pressione”, “insistenza” indicando, in tal senso, la risposta fisiologica che ogni organismo mette in atto in seguito all’ insorgenza di una richiesta effettuata nei suoi confronti rendendo stressante anche un evento positivo come può essere il matrimonio che richiede comunque un processo di adattamento da parte dell’ organismo.
Ma, per quanto possa sembrare paradossale, senza una giusta dose di stress non saremmo in grado di ottenere buone prestazioni (non studieremmo abbastanza per un esame, non ci alleneremmo abbastanza per una gara, non ci impegneremmo per ottenere una promozione lavorativa..) ed ecco così che l’ accezione di stress come spinta assume un nuovo e importante significato che non può essere non preso in considerazione.
L’ organismo tende sempre a ricercare l’ equilibrio e ogni volta che un evento nuovo ha un impatto su di lui,  questa armonia tende a “vacillare” permettendogli di rimettersi in piedi o, al contrario, di cadere sulla base della sua capacità di reagire agli eventi.
stress2È a questo punto che lo stress può essere considerato “buono” (eustress) trasformandosi in un importante alleato o, viceversa, nocivo alla salute fisica e mentale.
Ogni volta che si fa esperienza di un evento stressante l’ organismo, secondo Selye, attraversa tre fasi di risposta allo stimolo: una prima fase di allarme, una fase di mobilitazione tesa ad affrontare la minaccia ed una fase finale di esaurimento  (quando il tentativo di resistenza allo stimolo perdura troppo a lungo).
Nel fronteggiare la minaccia assume grande importanza lo stile di coping adottato da ognuno, ossia l’ insieme di strategie utilizzate per affrontare un problema o per gestire le emozioni che esso produce. Esistono due tipi di strategie adattive di reazioni agli eventi nuovi: quelle focalizzate sul problema e quelle focalizzate sull’ emozione.
L’ individuo che privilegia strategie centrate sul problema, tende ad intraprendere azioni tese a risolvere concretamente e rapidamente le avversità o a ricercare comunque informazioni che ne facilitino la soluzione. Tale modalità è tipica di coloro che hanno bisogno di ricercare soluzioni pratiche e organizzate, può esserne d’ esempio lo studente che pianifica lo studio in modo da tenere il passo con le lezioni durante l’ anno accademico riuscendo così a ridurre la pressione quando l’ esame si avvicina.
Chi usa strategie centrate sull’ emozione, invece, tende a sforzarsi di ridurre le reazioni emozionali negative allo stress utilizzando diverse modalità tra cui, per esempio, distogliere la mente dal problema, rilassandosi e cercando conforto sugli altri.
Entrambe le modalità sono ritenute valide, ma solo se l’ individuo è in grado di svilupparle entrambe acquisendo la capacità di alternarle a seconda delle situazioni di vita. Di fronte al turbamento emotivo di dover superare una prova d’ esame, per esempio, adottare un coping emotivo decidendo di distrarsi facendo una corsa o ascoltando musica può essere una buona strategia, al fine di ridurre lo stress, discorso analogo però, non può essere fatto nel caso in cui si venga a conoscenza della possibilità di essere stati colpiti da una patologia, situazione che richiede piuttosto un “piano d’ azione” per poter fare tempestivamente esami clinici al fine di ottenere una diagnosi precoce, abbracciando uno stile di coping centrato sul problema.
Esistono numerose evidenze che dimostrano che l’ unica strategia di coping che, in quanto non adattiva, può portare col tempo al perdurare della fase di esaurimento, è quella basata sulla fuga/evitamento che si verifica ogni qual volta la persona, posta di fronte ad una situazione problematica, anziché fronteggiarla, attenda che scompaia, facendo finta che non esista.
L’ essere umano possiede una quantità di risorse talmente elevata che, talvolta, è il primo a non rendersi conto delle sue potenzialità. Ognuno dovrebbe invece ricordare che la tendenza a ritrovare un equilibrio è insita dentro di sé, e che lo stress non è un nemico ma, al contrario, un indicatore che segnala di aver raggiunto il limite al di là del quale, anziché esaurirsi, diventa necessario trovare la soluzione migliore per fronteggiarlo..e superarlo!

Puoi approfondire l’ argomento leggendo un altro mio articolo sulla rivista psicologica on line PsicologiaOk

Riferimento Bibliografico:
– Davison&Neal (2004), Psicologia Clinica, seconda ed. it., Zanichelli Editore, Bologna.

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– PROMOZIONE ESTIVA –

IL BENESSERE PSICOLOGICO NON VA IN VACANZA!

5 euro di sconto su ogni seduta dal 21 Giugno al 30 Agosto 2016

Psicologia Estate

D’ estate si tende ad allentare con i ritmi quotidiani ed a rompere le routine, posticipando la ripresa di un’ attività o l’ inizio di qualcosa di nuovo ai mesi autunnali.
Ogni momento, però, è quello giusto per iniziare a prendersi cura del proprio benessere psicologico, dare un senso ad un  sintomo o affrontare una problematica persistente.
Per questo, dal 21 Giugno al 30 Agosto è attiva, per chi ne fa richiesta, la Promozione Estiva “Il Benessere Psicologico non va in vacanza”, che consiste nella riduzione di 5 euro sul prezzo totale di ogni seduta (fino al 30 Agosto) per chiunque decida di inziare un percorso terapeutico nei mesi estivi.

È possibile richiedere un appuntamento telefonando al 339.6034157 o scrivendo una mail all’ indirizzo: doc.ilariavisconti@gmail.com

“L’estate ammorbidisce le linee che il crudele inverno mostrava”
                                                                                                  John Geddes

 

 

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Sintomi depressione: mi sento spesso triste, ma non so perché..

Sintomi depressione: mi sento spesso triste, ma non so perché..

Sintomi depressione – Non tutte le giornate sono uguali tra loro e non tutte le persone vivono e fronteggiano le situazioni con le stesse modalità.

Sebbene ognuno sperimenti alterazioni quotidiane dell’ umore che sono assolutamente normali e influenzate da molti fattori, per alcuni la tristezza è un’ emozione particolarmente familiare che tende a presentarsi in modo costante e porta ad interpretare il mondo come se fosse osservato e vissuto attraverso una lente grigia.sintomi depressione, disturbo bipolare, psicologo firenze, psicoterapeuta firenze, ansia sintomi, ilaria visconti

Come spiegato in altri articoli, ognuno di noi elabora e dà un senso alla realtà circostante e alle situazioni che la caratterizzano, sulla base della propria capacità di organizzare le informazioni che possiede e questo è uno dei motivi per cui di fronte ad una situazione simile, la lettura che le persone ne fanno può essere anche molto diversa e, di conseguenza, è diverso il modo di rapportarsi ad essa.

Quando la tristezza tende ad essere l’ emozione prevalente orientando la personalità in senso depressivo, si hanno buone ragioni per pensare che, già dall’ infanzia, siano stati presenti eventi collegati alla perdita; che si sia trattato di una perdita reale o “soltanto” psicologica, è possibile che chi si scontra quotidianamente con sentimenti di vuoto, sconforto e demoralizzazione abbia vissuto precoci, frequenti e prolungati distacchi dalla figura di attaccamento.

Quando si verificano tali circostanze avviene che il bambino sviluppi, già da molto piccolo, aspettative di rifiuto e abbandono, senso di inferiorità, di colpa e una forte tendenza all’ autocritica che si traducono, durante la crescita, nella convinzione di non poter fare affidamento sugli altri e di poter, al contrario, contare solo su se stessi.

L’ identità  personale che si struttura a partire da questi presupposti, si basa pertanto su una valutazione di sé come persona negativa e non amabile, che può contare solo sulle proprie risorse (percepite però come limitate!) per affrontare le avversità della vita. L’ atteggiamento rispetto agli eventi è per lo più rassegnato e fatalista dato che la tendenza è quella di darsi “per vinti” già prima di tentare di fare qualcosa che viene considerata, a priori, una battaglia persa.

sintomi depressione, disturbo bipolare, psicologo firenze, psicoterapeuta firenze, ansia sintomi, ilaria viscontiChi struttura la propria personalità sulla base di tali principi sviluppa un atteggiamento verso la realtà caratterizzato da aspettative di esclusione, incapacità di accettare gratificazioni e piaceri incondizionati nonché la tendenza ad attribuire scarso valore agli obiettivi raggiunti, sebbene quando qualcosa di valido venga ottenuto, perde le sue caratteristiche di validità.

Ogni volta in cui si assiste ad una perdita nel corso della vita, chi ha sviluppato una personalità orientata in senso depressivo si trova a rivivere quel senso di abbandono sperimentato da piccolo, che lo porta a percepirsi fragile rispetto ai vissuti di solitudine che inevitabilmente associa a sentimenti di vuoto e disperazione.

Che si tratti di un oggetto tangibile, di un bene non materiale (per esempio la stima di qualcuno), di una delusione, della fantasia rispetto ad una perdita ipotetica nonché, ovviamente, a perdite concrete e gravi quali separazioni o lutti, si attivano sensazioni ed immagini di solitudine irreversibili.

Anziché reagire con una tristezza “costruttiva” che, sebbene fisiologica in situazioni di questo tipo, fornisce uno stimolo alla risoluzione di un problema, chi ha una personalità organizzata in senso depressivo replica isolandosi o dedicandosi in maniera costante agli altri non concedendosi il tempo per elaborare la perdita appena vissuta.
Questo innesca anzi un circolo nel quale, invece di confermarsi la possibilità di essere aiutati in caso di necessità, ci si ritrova sempre più soli.

La tristezza, al pari di tutte le emozioni, possiede un valore adattivo che è funzionale perché la sua presenza spinge chi la prova ad isolarsi e a chiudersi al mondo esterno mandando il messaggio che qualcosa non va e che c’è bisogno di aiuto per risollevarsi da una certa situazione.

Il paradosso è che, proprio chi la sperimenta di frequente e che quindi, con buone probabilità nasconde dentro di sé un’ organizzazione di personalità depressiva, sintomi depressione, ha imparato a doversi prendere cura di se stesso da solo, non rivolgendosi a chi gli sta intorno, ma contando solo ed esclusivamente sulle proprie forze e anzi prodigandosi, spesso fin troppo, per gli altri.

Un primo passo per poter rompere questo meccanismo di sintomi depressione può essere proprio quello di deresponsabilizzarsi e spogliarsi, pian piano, di tutte quelle credenze costruite nel corso della vita che plasmano un’ immagine di sé come persona di poco valore, fallimentare e non meritevole di amore, cercando di attribuire un nuovo significato al timore di essere abbandonato e ridimensionando la concezione di se stesso e della realtà circostante.

Puoi approfondire l’ argomento sui sintomi depressione leggendo un altro mio articolo sulla rivista psicologica on line PsicologiaOk.
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Difendersi dall’ angoscia: i meccanismi di difesa.

meccanismi-di-difesa

Sebbene il termine difesa tenda ad assumere una connotazione negativa, tale fenomeno in ambito psicologico possiede, in realtà, anche funzioni positive.
I meccanismi di difesa, a cui ogni essere umano ricorre fin dall’ infanzia, si manifestano infatti come adattamenti sani che continuano ad operare per tutta la vita, difendendo il Sé da potenziali minacce sia interne che esterne.
Proprio da questa funzione protettiva prende il nome questo meccanismo mentale che si attiva generalmente quando un sentimento si fa troppo intenso e minaccioso per chi lo vive. Pertanto, è proprio grazie ai meccanismi di difesa che siamo in grado di affrontare le sfide della vita quotidiana rimanendo equilibrati e mantenendo una certa stabilità emotiva.
Nonostante questo, quando tali meccanismi diventano le modalità privilegiate per relazionarsi agli altri e rapportarsi a se stessi indipendentemente dalla situazione, diventano troppo rigidi permanendo anche quando non sono necessari e si presentano costantemente nella vita del soggetto provocando disagio, diventano, ovviamente, disadattavi.
Ognuno possiede alcune difese privilegiate che, nel tempo, diventano parte integrante della propria personalità determinando la modalità per rapportarsi e affrontare i problemi quotidiani.  Vediamo insieme quelle più comuni.

 * Proiezione e introiezione *

Possono essere considerate due facce della stessa medaglia in quanto in entrambe si assiste ad una mancanza di confine psicologico tra sé e il mondo.
Nella proiezione qualcosa di interno viene vissuto come proveniente dall’ esterno; nelle sue forme più mature è alla base dell’ empatia, rendendo chi vi ricorre intuitivo ed emotivo. Molto spesso però può avvenire che vengano proiettati sugli altri sentimenti e aspetti di sé non apprezzati, con la possibilità di generare fraintendimenti o altre difficoltà relazionali.
Nell’ introiezione si sviluppa il processo opposto per cui la persona percepisce proveniente dall’ interno qualcosa che è, in realtà, esterno. Nella sua forma benigna questo meccanismo difensivo porta ad identificarsi con persone importanti, ma possiede anch’esso un aspetto distruttivo di cui il più noto è l’ identificazione con l’ aggressore, situazione che si verifica spesso in coloro che, in condizioni di maltrattamento e forte paura, tendono a padroneggiare la sofferenza assumendo le caratteristiche del maltrattante. Chi ricorre regolarmente all’ introiezione tende a sperimentare un umore depresso, in caso di perdita di una persona importante, per esempio, può avere la sensazione di perdere una parte della propria identità, tanto ne era stata interiorizzata l’ immagine.

*Rimozione*

Rimuovere vuol dire dimenticare: quando un evento o una consapevolezza sono talmente sconcertanti da diventare inaccettabili, possono essere consegnate direttamente all’ inconscio. La rimozione è un meccanismo molto evoluto e permette di non essere sopraffatti dalla vastità degli impulsi, dei sentimenti, dei ricordi e delle immagini di cui siamo quotidianamente coscienti; d’ altro canto, come tutti i meccanismi può diventare problematica quando fallisce nella sua funzione, elimina anche certi aspetti di vita positivi e agisce escludendo altri meccanismi efficaci.

*Regressione*

Si tratta di un meccanismo estremamente semplice che consiste nel ricadere in comportamenti tipici di età già superate ma, affinchè possa essere considerato tale, deve essere inconscio. Esempi quotidiani sono il mangiarsi le unghie o fumare, ricercando una protezione che richiama quella del capezzolo materno durante l’ allattamento.

*Isolamento*

Questo meccanismo di difesa permette di gestire l’ angoscia e altri stati mentali dolorosi isolando il sentimento e quindi la componente affettiva dal suo aspetto più razionale.
L’ esperienza continua ad essere presente nella coscienza, ma è svincolata dal suo significato emotivo. Tale modalità acquisisce un enorme valore in alcune circostanze: i chirurghi, per esempio, lavorano in maniera efficace proprio grazie all’ adozione di questo meccanismo, cosa che non riuscirebbero a fare se fossero costantemente sintonizzati sulla sofferenza fisica dei propri pazienti.
Quando questa difesa diventa una modalità costante, però, facendo sì che si verifichi una sopravvalutazione del pensiero a discapito del sentimento, si può strutturare un carattere di tipo ossessivo, piuttosto rigido e percepito dagli altri come freddo.

*Spostamento*

Si fa uso di questo meccanismo quando una pulsione, un’ emozione, una preoccupazione o un qualsiasi comportamento viene diretto dal suo oggetto iniziale a un altro, dato che il primo provoca ansia. Ne facciamo esperienza quando, per esempio, dopo aver subito un rimprovero dal proprio capo di lavoro, si torna a casa sbraitando contro il partner che si arrabbia con i figli che, a loro volta, se la prendono col cane.
Chi vi ricorre quotidianamente, con buone probabilità, è caratterizzato da una personalità fobica che lo porta ad esprimere una paura non rivolgendosi in modo diretto alla causa, ma ad un oggetto in grado di simbolizzarla come accade in chi è terrorizzato dai ragni che, secondo la prospettiva psicanalitica Freudiana, nasconde un significato inconscio di soffocamento materno.
Non bisogna dimenticare però che, nella sua forma benigna, questo meccanismo è anche molto produttivo: permette infatti di trasformare l’ energia aggressiva in un’ attività positiva, come per esempio, decidere di fare sport per “scaricarsi”.

*Sublimazione*

La sublimazione in generale viene considerata una difesa “buona” in quanto consiste nel deviare certe pulsioni (talvolta potenzialmente distruttive) verso mète più intellettuali e adattive. In questo modo, per esempio, il dentista sublima il sadismo, un artista l’ esibizionismo, un avvocato il desiderio di uccidere i propri nemici, permette quindi di scaricare un impulso senza “arrecare danni” a se stessi o agli altri. A mio avviso l’ unico rischio connesso ad un eccessivo ricorso alla sublimazione è quello di finire col reprimere (ossia soffocare) certe pulsioni che avrebbero bisogno di essere scaricate per come si presentano.

*****

Non è ovviamente possibile in un unico articolo esplorare tutti i meccanismi a cui ognuno di noi fa quotidianamente ricorso per salvaguardare se stesso da stati ansiogeni e angoscianti; ne esistono molti altri che possiedono valore adattivo ma che, se usati in maniera esclusiva, possono diventare patologici.
Penso e spero che questi illustrati possano però già fornire dei buoni spunti di riflessione utili alla crescita personale di ognuno.

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Non ho fame eppure mangio..perchè??

dap1Mangiare è un’ attività quotidiana di cui nessun essere vivente può fare a meno.
Il corpo necessita di nutrimento, da un punto di vista biologico ma non solo..quando si compie l’ azione di mangiare si  intrecciano tra loro aspetti culturali, sociali, sensoriali e psicologici. In ogni luogo esistono cibi tipici che richiamano la storia di una certa civiltà e la classica tendenza a consumare cibo in compagnia rimanda ad un aspetto goliardico e spensierato strettamente collegato alla socializzazione, così come alcuni sapori hanno la capacità di riportare indietro nel tempo. Il desiderio di mangiare è infine collegato alla vasta e complessa sfera emotiva: alcune emozioni particolarmente intense possono togliere o aumentare l’ appetito come avviene quando si è particolarmente arrabbiati, tristi o, al contrario, felici.
Quando si affronta il tema dell’ alimentazione, pertanto, ci si addentra in un argomento molto vasto e complesso che non  riguarda esclusivamente patologie eclatanti quali l’ anoressia o la bulimia ma si riferisce anche a tendenze  caratteristiche di coloro che ricorrono al cibo quando si trovano a contatto con emozioni intense.

Ma che tipo di personalità si nasconde dietro a tali abitudini alimentari..?

Iniziamo dicendo intanto che ognuno, fin dalla dap2primissima infanzia, costruisce la sua modalità di conoscenza del mondo grazie alla quale impara ad entrare in relazione con sé stesso e con l’ambiente circostante, attribuendo in questo modo significati ai propri stati interni ed esterni.
Assume, a tal proposito, un’ importanza fondamentale il sistema di attaccamento, ossia la modalità usata dal neonato  per entrare in contatto fisico con le figure di accudimento al fine di stabilire una relazione tra sè e il genitore.
Capita di frequente che le persone che tendono a gestire le proprie emozioni attraverso il cibo abbiano sperimentato un attaccamento ambiguo, instabile e confuso con le proprie figure genitoriali le quali, spesso, sentendosi impreparate per affrontare il nuovo difficile ruolo di genitore, hanno sperimentato un’ ansia che hanno tentato di gestire entrando in relazione col piccolo attraverso un’ alimentazione eccessiva e rispondendo ad ogni tentativo di contatto del neonato attraverso il cibo.
Si stabilisce così un rapporto che crea una sorta di circolo vizioso in cui il bambino provoca incertezza nei propri genitori i quali, con le loro riposte basate esclusivamente sul nutrimento, generano a loro volta confusione in lui  che non capisce quando è sazio o meno tendendo, inevitabilmente, ad associare il nutrimento ad emozioni percepite come ingestibili.
Essendo da sempre abituato ad essere anticipato nelle proprie decisioni e nel dover essere focalizzato su ciò che gli altri provano, l’ ormai adolescente ha un’ immagine di sé poco definita dove l’ unica possibilità di scelta è data dalla decisione di mangiare.
dap3Il senso di incertezza che ne consegue impedisce di costruirsi un’immagine di sé definita e diventa così fondamentale l’ opinione degli altri con la conseguente paura del giudizio che lo obbliga alla continua ricerca dell’approvazione altrui. Quando non ottiene tale approvazione, la sensazione di vuoto interiore che ne deriva viene etichettata come fame e ciò gli consente di utilizzare le modalità conosciute in famiglia per risolvere i problemi, evitando di riflettere sulle emozioni. Ed è così che l’ alimentazione diventa una vera e propria strategia in cui le aspettative di rifiuto provocano sensazioni di vuoto che vengono colmate col cibo, anche quando non c’è un bisogno fisiologico di nutrimento.
In questo modo avviene che, nella gestione di emozioni intense, dalla tristezza, alla rabbia, alla gioia, alle quotidiane circostanze stressanti, si possa avvertire il bisogno di rivolgersi al cibo come unica modalità per tenere a bada un’ ansia percepita come insopportabile e incontenibile.
Ogni volta si abbia il dubbio che a scatenare il desiderio di cibo non sia una fame reale ma piuttosto una fame “nervosa” credo possa essere d’aiuto chiedersi a cosa sia riconducibile quel vuoto che si sta tentando (invano) di riempire mangiando. È infatti probabile che quella sensazione di mancanza sia riferibile alla paura di non essere amati, riconosciuti e penso che quel senso di fame ingiustificata possa essere un’ ottima occasione per provare a dare un nome a tutte quelle emozioni e sentimenti che si nascondono dietro al bisogno di sentirsi coccolati e accettati, dagli altri..ma soprattutto da se stessi.

Puoi approfondire l’ argomento leggendo un altro mio articolo sulla rivista psicologica on line PsicologiaOk.

Riferimento Bibliografico:
– Reda, M.A. (1986), Sistemi cognitivi complessi e psicoterapia, Carocci Editore. Roma

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Quale dio greco ti rappresenta? La psicologia dell’ uomo Dioniso.

[Ogni uomo ha, dentro di sè, uno o più dei che caratterizzano la sua personalità e guidano le sue scelte. Qual’è quello che maggiormente ti rappresenta? Scopriamolo insieme..oggi parliamo di Efesto]

                                                                              -Nona Parte –

Dioniso, dio dell’ estasi e del vino, era molto vicino al mondo del mistico e del femminile,dioniso2 così come lo sono l’ archetipo che rappresenta e l’ uomo che impersona.
Era il più giovane tra le divinità dell’ Olimpo nonché l’ unico ad avere una madre mortale, Semele, che aveva suscitato l’ amore di Zeus. Il dio del cielo la fecondò sotto le spoglie di un mortale, suscitando l’ ira della gelosissima moglie Era che apparve a Semele travestita da vecchia nutrice e la ingannò convincendola ad assicurarsi della natura divina del suo amante. L’ ingenua fanciulla chiese a Zeus di esaudire ogni suo desiderio e non appena egli giurò di farlo gli chiese di apparirle nella sua natura divina, non sapendo che ciò l’ avrebbe uccisa. Zeus, non potendo sottrarsi al giuramento, si trasformò in dio della folgore uccidendo la giovane amante, ma rendendo immortale il piccolo non ancora nato che estrasse dal grembo materno e cucì nella sua coscia che gli fece da incubatrice fino a che non fu pronto per nascere. Una volta nato fu allevato dalla sorella e dal cognato di Semele nelle vesti di una bambina, ma neanche questo camuffamento lo protesse da Era, la quale fece impazzire i suoi genitori adottivi che cercarono di ucciderlo; fu di nuovo il padre Zeus a salvarlo, trasformandolo in un capretto e facendolo allevare dalle Ninfe in una grotta dove il suo tutore Sileno gli svelò i segreti della natura e gli insegnò a fare il vino.
Per comprendere le esperienze psicologiche infantili degli uomini che si identificano con Dioniso, può essere interessante cogliere due eventi importanti nella vita dalla divinità:  il fatto di essere stato allevato come una bimba e di avere avuto due madri adottive che avrebbero voluto vederlo morto.
Nel caso in cui il genitore abbia aspettative stereotipate su quelli che dovrebbero essere gli interessi del figlio (ad esempio la lotta, lo sport ecc) diversi da quelli che lui coltiva, dirà che si comporta “da ragazzina”, in quanto il piccolo Dioniso adora usare tutti e cinque i sensi. Che sviluppi o meno un’ immagine positiva di sé dipende, per lui più che per altri ragazzi, dai genitori sebbene capiti di frequente che non riceva l’ approvazione paterna. Il dio Dioniso aveva un padre, Zeus, che fu per lui anche una madre e che lo amava più di qualsiasi altro figlio ed è questo tipo di padre che l’ uomo Dioniso va a ricercare: amorevole e accettante.
L’ adolescenza tende ad essere un periodo di crisi in cui per il ragazzo Dioniso ogni cosa si fa particolarmente intensa a causa dei forti sbalzi emotivi e degli innumerevoli interrogativi relativi all’ identità sessuale, nonché al rischio di abbandonarsi alle droghe.
Similmente al dio, anche l’ uomo Dioniso è circondato dalle donne e spesso la sua fanciullaggine, che sia un giovane adulto o un uomo di mezza età, suscita da parte loro il desiderio di prendersi cura di lui sia come amiche che come amanti. Fare l’ amore con un uomo Dioniso è un’ esperienza profonda per ogni donna che non può che viverla come una fusione estatica, verso la quale lui investe un’ energia unica a cui attribuisce un’ importanza prioritaria.
Quando Dioniso diventa importante per una donna può avvenire che, entrando nella sua vita, le porterà, con i suoi alti e bassi di umore, dolore e sconvolgimento sebbene i problemi più grandi si presentino nel momento in cui, una volta sposato, lei desideri un uomo diverso e tenti di cambiarlo. Di certo non ci si può affidare a lui affinchè sostenga una famiglia da un punto di vista sia emotivo che economico, nonostante questo può avvenire che decida di sposarsi e che rispetti il matrimonio, grazie alla tenerezza nei confronti della moglie per cui ha una conoscenza empatica.
Essendo un “ragazzone” tende ad avere molto successo con i figli degli altri, ma spesso impone ai suoi un’ esperienza che li lascia disorientati in quanto sa essere, al tempo stesso, straordinariamente eccitante (sa inventare giochi entusiasmanti) ma anche terribilmente deludente (dimentica le promesse fatte loro, per esempio) pertanto, in generale, non pare essere troppo bravo nell’ assumersi le tradizionali responsabilità paterne.
L’ archetipo Dioniso ha forti potenzialità sia positive che negative, è estremamente presente in tutti quegli uomini (e donne) che vivono momenti di esperienza estatica e impulsi intensi contraddittori ed è per questo che, insieme ad Ermes, è l’ archetipo che più predispone l’ uomo a restare un eterno adolescente, rendendolo intenso ed emotivo, lasciandosi prendere dalla passione del momento e non dando l’ impressione di impegnarsi in maniera stabile e duratura.
dioniso1L’ uomo che incarna questa divinità può avere un umore molto incostante, oscillando continuamente dall’ euforia alla depressione, percependosi a tratti invincibile e a tratti inadeguato di fronte ad una determinata situazione e soprattutto totalmente incapace di avere una visione realistica di se stesso. Per questi motivi, l’ uomo che incarna tale archetipo incontra particolari difficoltà a livello psicologico che riuscirà a superare solo nel caso in cui sarà dotato di un Io forte che gli permetterà di scegliere come, quando e in che circostanze dar voce all’ aspetto Dionisiaco che c’è in lui.
Per farlo, così come nella mitologia ha ricevuto aiuti, può, nella vita reale, impegnarsi per attivare tre importanti archetipi: Zeus, che lo aiuta a convivere con i pensieri irrazionali ed i sentimenti intensi senza agirli, Ermes dal quale può imparare a vivere nel presente e ad esprimere ciò che prova e Apollo che gli insegna ad osservare le cose da un punto di vista razionale e strategico.

Ti riconosci in questo tipo di uomo? Hai delle curiosità? Vorresti riuscire ad identificarti con questa divinità? Se ti va di parlarne, lascia un commento qui sotto 🙂

Riferimento Bibliografico:
– Bolen, J.S. (1994), Gli dei dentro l’ uomo, Casa editrice Astrolabio – Ubaldini Editore, Roma.

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Quale dio greco ti rappresenta? La psicologia dell’ uomo Efesto.

[Ogni uomo ha, dentro di sè, uno o più dei che caratterizzano la sua personalità e guidano le sue scelte. Qual’è quello che maggiormente ti rappresenta? Scopriamolo insieme..oggi parliamo di Efesto]


-Ottava Parte –

Efesto, è il dio del fuoco e impersona il profondo bisogno di fare le cose, di inventare, efesto2progettare e costruire oggetti.
Nell’ Olimpo, così come nella cultura patriarcale, dove spesso ciò che conta sono il potere e le apparenze anziché la sostanza, i suoi attributi vengono svalutati ed è per questo che, in genere, gli uomini che gli assomigliano incontrano difficoltà nel conquistare il successo.
Può essere considerato il più infelice degli dei, fu scaraventato giù dall’ Olimpo*, era deforme e non accettato dagli altri, non conosceva con certezza le proprie origini e fu sfortunato in amore.
Venne rifiutato sia dal padre Zeus che dalla madre Era e anche se da grande il suo destino fu quello di essere ridicolizzato e deriso riusciva, nella solitudine della sua fucina sotterranea, a dare forma ed esprimere importanti aspetti di sé attraverso creazioni di straordinaria bellezza ed è per questo che come dio e archetipo (e quindi come uomo), Efesto possiede una magnifica capacità creativa che rappresenta il suo più grande pregio.
Sebbene sia introverso e restìo alla verbalizzazione dei propri stati d’ animo, il fuoco a cui viene associato è una metafora che rimanda ai sentimenti, dal fuoco sessuale, alla rabbia, all’ eccitazione per la bellezza, che vivono sotto la superficie e che possono erompere all’ improvviso.
Essendo l’ unica divinità imperfetta, avendo un piede storpio ed essendo stato per questo rifiutato dai genitori, è chiaro che Efesto porta dentro di sé una grande sofferenza che l’ ha portato a lavorare costantemente per crescere e guarire dalle ferite emotive. Talvolta può accadere che la realtà ripeta il mito e che anche l’ uomo che incarna questo archetipo sia destinato al rifiuto da parte dei genitori, come la divinità. Ciò può avvenire nel caso in cui la madre, come la dea Era, necessiti di un figlio “perfetto” per alimentare la propria autostima oppure nel caso in cui un figlio, non diplomatico e caratterizzato da sentimenti violenti, scateni la rabbia di un padre autoritario.
L’ uomo Efesto è sensibile ed introverso e dato che non riesce ad esprimere ciò che prova in maniera diretta è, fin da piccolo, difficile da gestire a causa di quella tranquillità apparente che può esplodere improvvisamente tramutandosi in dolore o rabbia. Non avendo un carattere solare e tendendo per natura alla solitudine, può diventare un bambino poco socievole che rimugina tra sé e sé; nel caso in cui venga apprezzato per la sua individualità e venga quindi semplicemente amato per ciò che è, riuscirà invece a costruirsi una buona autostima e avrà dei genitori che apprezzano molto il suo modo di servirsi di mani e mente.
Le donne sono importantissime per Efesto che ha bisogno di loro affinchè si prendano cura del suo benessere e affinchè siano fonte di ispirazione, e mentori delle sue capacità sociali. Nella mitologia furono tre le dee con cui ebbe rapporti e che rappresentano i tre tipi di matrimonio per l’ uomo Efesto.
La prima fu Afrodite, la moglie che lo tradiva con il fratello Ares. Le donne che assomigliano a questa dea vengono per lo più attratte dall’ intensità che i rapporti con questo uomo possono donare; Efesto tende a proiettare su di lei l’ immagine della sua dea personale, venerandola e facendola sentire speciale, totalmente coinvolti entrambi nell’ intensità del “qui e ora”.
Atena, la più intelligente tra le delle dee dell’ Olimpo, attrae l’ uomo Efesto che apprezza in lei la capacità di occuparsi di aspetti pratici, di ottenere sempre il successo nonché di valutare bene le situazioni.
Infine c’è Pandora, la prima donna mortale costruita da lui stesso. L’ incontro con la donna che la incarna avviene ogni volta in cui l’ uomo Efesto, introverso e spesso incapace di giudicare le donne com’è, si innamora dell’ immagine che ha di lei, pensando di essere ricambiato allo stesso modo. Ciò lo farà andare incontro, talvolta, a forti delusioni in quanto ciò che percepisce come interesse è spesso più un’ invenzione della sua mente e del suo cuore piuttosto che realtà.
In generale è un uomo monogamo e fedele e, sebbene dalla propria donna si aspetti lo stesso, può avvenire che subisca lo stesso destino del dio e scopra di essere stato tradito; in un certo senso lui contribuisce a questa infedeltà, in quanto, essendo troppo preso dal proprio lavoro, accade spesso che tenda a trascurare la propria donna nonchè a sublimare nel lavoro il fuoco della sessualità.
efesto1Può capitare che l’ uomo Efesto segua l’ archetipo e che, come la divinità che impersona, non abbia figli. Qualora decida di averne, è probabile che venga percepito da loro come distante e assorto in altro e questo può far sì che si creino problemi, resi particolarmente complessi dall’ aggressività e dagli aspetti depressivi presenti in lui. In particolare, i figli sia maschi che femmine hanno la percezione di non poter usufruire di un padre che fa da guida, essendo troppo individualista per aiutarli a farsi strada nel mondo ma, nonostante questo, se l’ uomo Efesto riesce a tenere a bada la propria aggressività, può costruire con loro un rapporto positivo basato su fiducia, autostima e sviluppo della creatività.
Le difficoltà psicologiche che l’ uomo che abbraccia questo archetipo incontra nell’ arco della sua vita sono legate ai sentimenti di inadeguatezza con cui ha dovuto fare i conti nel corso del suo sviluppo e, in particolare, con la sensazione di non essere stato accettato o di non aver corrisposto alle aspettative richieste. Il rifiuto sperimentato sia da parte della madre che del padre (a seconda della versione del mito) è sia fisico che emotivo e lo porta molto spesso a diventare “menomato” negli affetti, riproponendo agli altri tutti quegli schemi sperimentati con i genitori che vanno dall’esperienza dell’ abbandono materno e della violenza paterni ad atteggiamenti psicologici più sottili quali freddezza e giudizio.
Data la sua natura introversa, che lo porta a tenere chiuse dentro di sé ferite e rabbia, può capitare che la depressione diventi un problema cronico per l’ uomo Efesto che lo spinga anche verso problemi di tossicodipendenza. Può essergli di aiuto fare appello all’ archetipo impersonato da Apollo dal quale può imparare a scoprire quali sono le cose che lo fanno sentire competente dando senso alla sua esistenza.

*Esistono due versioni al riguardo, la più nota sostiene che Era, umiliata dall’ avere un figlio storpio, lo rifiutò appena nato e lo gettò dall’ Olimpo; secondo l’ altra fu invece gettato di sotto da Zeus irato perché, in una lite con Era, il figlio si mise in mezzo per difendere la madre e, proprio in seguito a quella caduta, rimase zoppo.

Nel prossimo articolo approfondiremo la psicologia dell’ ultimo dio della generazione dei figli: Dioniso.

Ti riconosci in questo tipo di uomo? Hai delle curiosità? Vorresti riuscire ad identificarti con questa divinità? Se ti va di parlarne, lascia un commento qui sotto 🙂

Riferimento Bibliografico:
– Bolen, J.S. (1994), Gli dei dentro l’ uomo, Casa editrice Astrolabio – Ubaldini Editore, Roma.

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Quale dio greco ti rappresenta? La psicologia dell’ uomo Ares.

[Ogni uomo ha, dentro di sè, uno o più dei che caratterizzano la sua personalità e guidano le sue scelte. Qual’è quello che maggiormente ti rappresenta? Scopriamolo insieme..oggi parliamo di Ares]

– Settima Parte –

Ares, dio della guerra, così come l’ uomo che abbraccia il suo archetipo, rimanda un’ares2 immagine di potenza fisica mascolina e di prontezza d’ azione ed il suo archetipo si attiva nelle reazioni appassionate e intense.
Caratterizzato da un forte grado di impulsività, tende ad agire alle situazioni con il corpo, non tenendo conto delle conseguenze, mettendosi spesso in circostanze che vanno a discapito suo e delle persone che gli stanno accanto.
Unico figlio di Zeus ed Era, era il meno rispettato e onorato tra le divinità (Zeus stesso non l’ ha mai appoggiato) in quanto, a causa del suo essere istintivo e irrazionale, rappresentava il piacere dello scontro ed era ritenuto quindi un sanguinario e un violento.
Come archetipo, impersona l’ aggressività, l’ istinto che fa gettare a capofitto in uno scontro, senza pensarci.
È generalmente disprezzato da tutti quegli uomini che tendono a comandare da lontano, strateghi, con tratti simili a suo padre Zeus, e allo stesso modo viene rifiutato dalla nostra cultura centrata sul pensiero e sulla razionalità.
L’ uomo Ares è una persona energica ed emotiva, fin da piccolo è attivo ed esuberante nel modo di esprimersi e di manifestare i sentimenti ed essendo pieno di energia richiede molta pazienza da parte dei suoi genitori, costantemente “messi alla prova” dal suo temperamento. Ha pertanto bisogno di punti di riferimento fermi, amorevoli e pazienti; la madre ideale è una donna forte e affettuosa ma anche attenta a stabilire dei limiti che lascino lo spazio per essere se stesso. Se la madre ripropone il modello della donna Era, essendo l’ archetipo della moglie e avendo quindi come legame privilegiato quello col marito, il figlio Ares può risentire della mancanza delle sue cure materne ed esperire quindi la sensazione di essere messo da parte.
Una fase di vita particolarmente delicata per l’ uomo Ares è quella dell’ adolescenza, in cui l’ erompere degli ormoni amplifica le sue caratteristiche di impulsività, emotività ed aggressività, talvolta molto difficili da gestire.
Relativamente alle relazioni amorose, quella che funziona meglio per un uomo Ares richiama la relazione mitologica tra lui e Afrodite, relazione che generò moltissimi figli illegittimi. Essendo entrambi persone “qui ed ora” il loro rapporto è caratterizzato da liti e riappacificazioni che lo rendono tempestoso e armonico al tempo stesso, di certo tenuto in vita sia dagli scoppi d’ ira che dal fuoco erotico. La sua sessualità è esuberante e libera, ama il corpo femminile e ama possederlo, per questo una donna Afrodite, che ama il sesso quanto lui, è l’ amante ideale.
Un uomo Ares non può trovarsi bene in una cultura puritana e ipocrita, sebbene, a livello inconscio, possa essere lui il primo a giudicare peccaminosa la propria lussuria e quindi a condannare se stesso per esprimerla o tendere a reprimersi ma, in generale, il suo lato passionale tende a manifestarsi prepotentemente, tanto da portarlo talvolta a mettere al mondo dei figli senza averne l’ intenzione. Nonostante questo quando è presente nella loro vita, sa essere una figura molto importante, si sente gratificato nel fare delle cose insieme e mette la propria famiglia al centro della sua esistenza. Il matrimonio gli è piuttosto indifferente, nel senso che non lo programma, ma neanche lo evita, segue piuttosto il flusso degli eventi.
ares1.pngUn uomo che sia solo Ares difficilmente riuscirà a sviluppare la capacità di osservarsi e riflettere su ciò che fa, è come se fosse incapace di decidere e scegliere, caratterizzato com’è esclusivamente da reazioni impulsive. La sua difficoltà di esprimersi a parole lo porta a comunicare con gli altri esclusivamente attraverso il corpo e talvolta le sue reazioni violente e rabbiose possono trovare sfogo su donne e bambini. Ciò avviene quando lui per primo ne ha subìte da piccolo, quando cioè, dentro a quello che dall’ esterno pare il corpo di un adulto, si nasconde un bimbo terrorizzato e umiliato che, per sopravvivere ad un passato violento ha rimosso sentimenti di terrore e impotenza a causa dei quali non riesce più ad identificarsi con la vittima, è per questo che l’ archetipo del dio infuriato agisce per conto di quel bambino interno.
La crescita psicologica per l’ uomo Ares avviene nel momento in cui la smetta di essere esclusivamente una persona reattiva, grazie all’ aiuto di altri archetipi quali Ermes e Apollo dai quali può acquisire rispettivamente la capacità di comunicare e di acquisire autocontrollo.

Nel prossimo articolo approfondiremo la psicologia del primo dio della generazione dei figli, nonché uno dei due “figli rifiutati”: Efesto.

Ti riconosci in questo tipo di uomo? Hai delle curiosità? Vorresti riuscire ad identificarti con questa divinità?
Se ti va di parlarne, lascia un commento qui sotto 🙂

Riferimento Bibliografico:
– Bolen, J.S. (1994), Gli dei dentro l’ uomo, Casa editrice Astrolabio – Ubaldini Editore, Roma.

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