“Hai il diritto di..” – Il Codice dei Diritti Assertivi.

Ho ribadito più volte l’ importanza di imparare ad essere assertivi.
Sebbene infatti spesso non sia comprensibile nell’ immediato quanto la difficoltà di esprimere i propri bisogni e desideri in maniera adeguata possa avere ripercussioni anche piuttosto forti sulla propria salute psicologica (nonchè fisica!), nei fatti la qualità della vita varia molto tra coloro che sanno esprimersi e coloro che tentennano nel farlo.
Per acquisire questa importante competenza, risulta fondamentale rimuovere false credenze, ristrutturare alcune convinzioni e correggere certe errate informazioni che vengono date per “buone” guidando il comportamento in una direzione che può essere, in realtà, distorta.
Ecco perché risulta importante conoscere quello che viene definito come “Codice dei Diritti Assertivi”, una specie di regolamento, caratterizzato da serie di imperativi tesi a focalizzare l’ attenzione sul proprio essere, chiarendo quelli che sono i diritti di ognuno che, troppo spesso, vengono  lasciati in disparte, per soddisfare le esigenze altrui o, al contrario, usati in maniera esclusiva, non tenendo conto degli altri.

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“IL CODICE DEI DIRITTI ASSERTIVI”

1. IL GIUDICE SUPREMO DEL TUO COMPORTAMENTO SEI TU STESSO
2. HAI IL DIRITTO DI NON DARE SPIEGAZIONI E SCUSE PER IL TUO COMPORTAMENTO
3. HAI IL DIRITTO DI GIUDICARE SE TOCCA A TE TROVARE LA SOLUZIONE PER I PROBLEMI DEGLI ALTRI
4. HAI IL DIRITTO DI CAMBIARE OPINIONE
5. HAI IL DIRITTO DI FARE SBAGLI
6. HAI IL DIRITTO DI DIRE “NON SO”
7. HAI IL DIRITTO DI PRESCINDERE DAL BENVOLERE DEGLI ALTRI, QUANDO HAI A CHE FARE CON LORO
8. HAI IL DIRITTO DI PRENDERE DECISIONI ILLOGICHE
9. HAI IL DIRITTO DI DIRE “NON CAPISCO”
10. HAI IL DIRITTO DI DIRE “NON MI RIGUARDA”
11. HAI IL DIRITTO DI DIRE “NO” SENZA SENTIRTI IN COLPA

Concentrarsi su questi principi, permette di acquisire una maggiore consapevolezza circa quelli che sono i confini tra sé e gli altri, limitando sentimenti comuni quali senso di colpa, timore di esprimersi e di essere giudicati e raggiungendo un maggiore livello di libertà e sicurezza personale, nel rispetto degli altri.

Riferimento Bibliografico:

  • Alberti L., Dinetto A., Manuale di addestramento affermativo, Bulzoni Ed., Roma, 1988
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Hai il diritto di dire NO senza sentirti in colpa!

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NO è una piccola parola monosillabica che racchiude in sé un significato talmente grande da essere spesso tremendamente difficile da pronunciare.
Dietro a questa parolina si celano infatti una serie di emozioni che spaziano dal timore di non accettazione al senso di colpa e ciò avviene anche perché nella nostra cultura tale parola è considerata esclusivamente in riferimento alla sua accezione negativa di indisponibilità, opposizione e rinuncia. 
Nel timore di deludere gli altri e di apparire come egoisti e poco accomodanti non ci si rende conto che spesso nel momento in cui si dice SI agli altri si sta dicendo NO a se stessi.
Col passare del tempo questa tendenza può determinare ripercussioni psicologiche legate all’ ansia e al senso di insoddisfazione generalizzato, per questo è importante capirne il significato al fine di modificare questa abitudine per molti quotidiana.

Quale debolezza si cela dietro alla difficoltà di dire NO..?

L’ incapacità a rispondere negativamente ad una richiesta è sicuramente, almeno in parte, legata ad una bassa autostima e quindi ad una errata valutazione del proprio valore personale.
Accondiscendere sempre alle richieste esterne denota insicurezza in quanto è una modalità che non tiene conto delle proprie priorità, ma le sacrifica sempre per privilegiare quelle altrui. Per non creare “problemi” quindi, anzichè esprimere il proprio punto di vista, si può decidere di accettare quello degli altri scegliendo di apparire, almeno nel proprio immaginario, particolarmente apprezzabili e amabili in quanto sempre disponibili e prodighi alle richieste altrui. 
Dire sempre di SI, in realtà, impedisce di esprimere i propri bisogni e desideri alle persone circostanti e di mostrare quali sono le proprie reali necessità.
Per questo la parola SI può diventare uno scudo dietro al quale nascondersi per sfuggire al giudizio negativo degli altri e grazie al quale celare la propria personalità per paura che possa non essere apprezzata.
Dietro questa difficoltà può pertanto nascondersi la paura di mostrarsi per ciò che si è realmente, ossia una persona con opinioni e desideri diversi da quelli degli altri e con esigenze che non necessariamente coincidono con quelle altrui, ma che non sono per questo meno importanti.
Ogni volta che il desiderio è quello di rispondere NO ad una richiesta ma si tende a rispondere affermativamente si fa un grande torto a quella parte di se stessi che avrebbe voglia di essere libera, di emergere e di essere amata in modo incondizionato, indipendentemente dall’ accettazione o meno delle regole altrui.
Ma, se anziché sentirsi in dovere di accogliere ogni richiesta, si iniziasse ad entrare nell’ ottica che dire NO è un diritto..? Dire NO esprime il diritto di scegliere, di esprimersi, di affermarsi, consolidarsi, distinguersi, implica il diritto di rispettarsi e di difendere la propria libertà.

Si può imparare a rispondere NO?

 SI, si può
Imparare a farlo presuppone diventare più assertivi e col tempo, allo stesso modo con cui si è acquisita l’ abitudine a soddisfare le richieste esterne, si può imparare ad invertire tale tendenza e mettere se stessi e le proprie esigenze al primo posto.
Ecco alcuni passaggi utili per “allenarsi”:no2

 -> È importante, per prima cosa, cambiare la forma mentis secondo la quale non si è obbligati ad essere sempre accondiscendenti ma si ha, al contrario, il diritto di scegliere ciò che ci fa stare bene. Questo passaggio è fondamentale perché autorizza se stessi a rifiutare una richiesta senza sentirsi in colpa.

-> È fondamentale non tergiversare, dicendo di NO con tono fermo e sicuro, guardando l’ interlocutore negli occhi.

-> Può essere d’ aiuto iniziare la frase con la parola NO e concluderla menzionando le proprie priorità. Per esempio: “No, purtroppo stasera ho già un altro impegno”.

 Apportare questa piccola abitudine alla comunicazione comporta dei grandi vantaggi a livello di soddisfazione personale e quindi di autostima, consente di sentirsi liberi di scegliere cosa fare senza sentirsi in dovere di dover dare spiegazioni e rende indipendenti e quindi non manipolabili dagli altri.

 
Riferimento Bibliografico:

  • Alberti L., Dinetto A., Manuale di addestramento affermativo, Bulzoni Ed., Roma, 1988

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– PROMOZIONE ESTIVA –

IL BENESSERE PSICOLOGICO NON VA IN VACANZA!

5 euro di sconto su ogni seduta dal 21 Giugno al 30 Agosto 2016

Psicologia Estate

D’ estate si tende ad allentare con i ritmi quotidiani ed a rompere le routine, posticipando la ripresa di un’ attività o l’ inizio di qualcosa di nuovo ai mesi autunnali.
Ogni momento, però, è quello giusto per iniziare a prendersi cura del proprio benessere psicologico, dare un senso ad un  sintomo o affrontare una problematica persistente.
Per questo, dal 21 Giugno al 30 Agosto è attiva, per chi ne fa richiesta, la Promozione Estiva “Il Benessere Psicologico non va in vacanza”, che consiste nella riduzione di 5 euro sul prezzo totale di ogni seduta (fino al 30 Agosto) per chiunque decida di inziare un percorso terapeutico nei mesi estivi.

È possibile richiedere un appuntamento telefonando al 339.6034157 o scrivendo una mail all’ indirizzo: doc.ilariavisconti@gmail.com

“L’estate ammorbidisce le linee che il crudele inverno mostrava”
                                                                                                  John Geddes

 

 

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Trasforma la realtà con il pensiero: la “Profezia che si Autoavvera”.

Qual è la percezione che hai di te stesso e delle tue capacità?
Focalizzàti come siamo nel dare peso a ciò che gli altri dicono o pensano di noi, può succedere che ci sfugga di tener conto del parere più importante di tutti: il nostro. Eppure l’ immagine che ognuno ha di se stesso e delle proprie capacità è in grado di modificare gli eventi quotidiani, in modo positivo o, al contrario, negativo.
Ciò non avviene peProfeziachesiautoavverar magia o per merito di energie cosmiche, ma grazie (o a causa) di un processo psicologico noto come “Profezia che si autoavvera”.
Come già detto più volte ognuno costruisce la propria realtà tramite schemi acquisiti dall’ esperienza e su questa base seleziona e classifica le informazioni esterne che tendono a mantenersi, dando così un significato ben preciso sia a se stesso che al mondo che lo circonda….e a comportarsi di conseguenza..!
La “profezia che si autoavvera”, introdotta dal sociologo Merton, prende spunto da un famoso teorema di Thomas secondo il quale Se gli uomini definiscono certe situazioni come reali, esse sono reali nelle loro conseguenze.

Ma come è possibile che ciò avvenga..?

L’ opinione che abbiamo di noi stessi e la modalità con cui leggiamo il comportamento altrui influenza in modo impareggiabile il nostro modo di porci.
Se per un qualsiasi motivo supponiamo di non piacere alla persona che abbiamo di fronte, con buone probabilità tenderemo ad avere un atteggiamento ostile, sospettoso e di chiusura che, sebbene messo in atto per tutelarci, non farà altro che incoraggiare negli altri quell’ esclusione tanto temuta, confermando effettivamente il timore di fondo, in questo caso di non essere apprezzati da quella persona, lasciandoci incastrati in una trappola mentale.
Se, al contrario, il pensiero è aperto e ben predisposto verso l’ esterno, permette di avere un’ opinione di se stessi positiva, di persone ben accolte nei contesti sociali e apprezzate dagli altri; allo stesso modo un atteggiamento sorridente e disponibile fungerà da calamita e stimolerà simpatia nei nostri confronti.
In entrambi i casi la “profezia” si è avverata, e ciò è dipeso solo ed esclusivamente da noi stessi e dal nostro modo di interpretare il mondo.
Questa predizione non riguarda solo le relazioni sociali, ma si estende ad ogni contesto di vita.
In ambito affettivo, ad esempio, la situazione classica in cui si verifica tale meccanismo è quella relativa all’ infedeltà: molto più spesso di quanto si pensi, infatti, un partner eccessivamente geloso, che cerca continuamente indizi circa l’ adulterio dell’ altro, diventa talmente morboso, possessivo e ossessionato dal timore di essere tradito da spingere il coniuge a cercare serenità altrove, tradendolo realmente.
La stessa dinamica si applica al lavoro o allo studio, ogni volta che ci si convince di non poter raggiungere un traguardo, di non aver abbastanza tempo per consegnare un elaborato, di non potersi classificare in una graduatoria..stiamo gettando le basi per far sì che la profezia tanto temuta si avveri..!

Come sfruttare la “Profezia che si Autoavvera” a nostro vantaggio”..?

Appare subito evidente quanto le nostre convinzioni abbiano una grande responsabilità nel costruire e modificare la realtà, quindi tanto vale farne un punto di forza.

La prima cosa da fare è quella di prendere consapevolezza circa le convinzioni prevalenti nei vari ambiti di vita. Come mi sento nei contesti sociali? Quali opinioni penso che gli altri abbiano di me? Come valuto le mie doti lavorative? Mi fido del mio partner? Come trovo il mio aspetto fisico?


Convertire ogni risposta negativa in positiva. Ad esempio: “Nei contesti sociali provo disagio” inNei contesti sociali sono perfettamente a mio agio; “Penso che gli altri mi trovino insicuro e noioso” in Gli altri pensano che io sia divertente e solare; “Lavorativamente parlando non sono particolarmente capace, quindi non riceverò alcuna promozione” in “Sono una persona seria, capace ed affidabile sul lavoro, pertanto merito quella promozione e così via..

Profeziachesiautoavvera1
Passare dal pensiero all’ azione iniziando a comportarsi effettivamente come se si fossero già assimilate le caratteristiche della persona che si vuole diventare.
Se voglio risultare simpatico agli altri, una buona idea è quella di sorridere di più, per esempio.

 Attribuirsi la responsabilità delle proprie azioni e sposare la convinzione di avere un ruolo attivo nel costruire la propria vita è un presupposto vincente, sebbene molto spesso svalutato o non considerato, per affrontare la quotidianità in maniera più serena e mettersi in discussione, al fine di diventare ciò che vorremmo essere.
Tramutare la realtà attraverso il pensiero, non significa fare un rituale magico, vuol dire piuttosto diventare coscienti del fatto che la bacchetta magica..siamo noi stessi..! 😉

Riferimento Bibliografico:
-Merton R. K. (1968). Teoria e struttura sociale. Bologna, Il Mulino.

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Riduci l’ ansia smantellando 4 falsi miti!

Riuscire a dire ciò che si prova, comunicare bisogni o palesare pensieri è tutt’ altro che semplice, soprattutto perché tali azioni sono molto spesso associate a sentimenti di ansia.
La motivazione principale alla base della mancanza di assertività, pare essere quella legata ad una scarsa autostima, che porta ad assumere un atteggiamento inibitorio, reprimendo i propri desideri, o, al contrario, imponendosi agli altri in maniera violenta, non riconoscendone i valori e le necessità.
assertività3Entrambe le modalità risultano essere disadattive e generano frustrazione, insicurezza, senso di colpa, isolamento ed ansia che, a lungo andare, rischiano di minare ulteriormente la stima in se stessi e generano risentimenti e nervosismo che sfociano spesso in somatizzazioni di ogni tipo.
Oltre al senso di valore personale, però, tra le ragioni che rendono difficile comunicare in maniera assertiva, assumono un ruolo molto importante i fattori culturali.
Può infatti avvenire che, nel corso del tempo, vengano trasmessi valori e ideali che, sebbene funzionali e coerenti in contesti passati, risultino inadeguati in quelli attuali ed essendo mantenuti all’ interno di un contesto sociale modificato generano incongruenze sia a livello ideologico che morale. E proprio per adeguarsi a questi modelli ormai superati, alcune persone tendono a modificare o addirittura rinnegare l’ espressione di sé, andando incontro a conflitti interiori e ansia.
A tal proposito Ellis ha individuato quattro opinioni errate, rinominate “miti”, che hanno una grande influenza nel generare comportamenti anassertivi.

Vediamo quale ti appartiene, in che modo devia il tuo pensiero..e come puoi affrontarlo!

1. Mito della modestia: La cultura Occidentale tende a trasmettere l’ idea che la modestia sia una virtù e ciò rende spesso molto difficile vivere e accettare in modo sereno i propri meriti e pregi e rende incapaci di rispondere ai complimenti o a parlare positivamente di sé. Al contrario, ciò favorisce lo svilupparsi di un’ immagine negativa di se stessi che, da una parte, nega ogni lode, dall’ altra giustifica le critiche nei propri confronti.
Il concentrarsi dell’ individuo sugli aspetti peggiori della propria personalità, può innescare sentimenti d’ ansia e depressione rendendo l’ adesione a questo valore estremamente controproducente.

Soluzione: Bisogna imparare a riconoscere e valorizzare le proprie qualità, a parlare di sé e dei propri aspetti positivi agli altri. Per iniziare, ogni volta che ci viene rivolto un complimento, anziché minimizzarlo, può essere una buona idea sorridere e rispondere “Grazie”, in questo modo, infatti, accettiamo una lusinga e la interiorizziamo, valorizzando noi stessi.

2. Mito del vero amico: L’ amicizia è un valore molto rilevante nella nostra cultura, tanto che spesso ci si aspetta che l’ altro sia in grado di anticipare e comprendere i nostri pensieri, desideri e aspettative, senza che ci sia bisogno di esprimerlo. E quando ciò non avviene si sviluppa spesso la convinzione che la gente si approfitti di noi o che non ci dia, comunque, la giusta considerazione reagendo con atteggiamenti di chiusura (tipici del passivo) o, al contrario, con atteggiamenti di difensiva (tipici dell’ aggressivo).

Soluzione: Per quanto un legame possa essere stretto, basato su conoscenza e affetto reciproco, nessuno al mondo, possiede la capacità di conoscere i nostri pensieri, a meno che non siamo noi a comunicarglieli. Inoltre, non meno importante, bisogna anche tener conto del fatto che ognuno di noi fa riferimento ad una  “gerarchia di valori” che non è valida per tutti allo stesso modo e, di conseguenza, ciò che per noi è molto importante non lo è per chi ci sta di fronte. Per questi motivi, per evitare inutili incomprensioni, fraintendimenti e delusioni, l’ unica soluzione è quella di esprimere sempre ciò che ci aspettiamo dall’ altro e ciò di cui avremmo bisogno.

3. Il mito dell’ ansia: Nella nostra società prevale ancora oggi la convinzione per cui le persone sicure di sé e “tutte d’ un pezzo”per poter contare sulla piena padronanza di loro stesse, non possono mostrarsi mai in ansia in quanto questo trasmetterebbe agli altri un’ immagine di persona debole e vulnerabile che non è accettabile.assertività2
Si tratta ovviamente di un mito.
Ansia non è sinonimo di fragilità, anzi esprime uno stato di attivazione che, fino a certi livelli, è fisiologico ed ha persino un valore adattivo in quanto migliora la performance. Diventa invece disadattiva quando è in eccesso e ciò succede ad ogni tentativo di sfuggire a questa sensazione, nascondendola agli altri.

Soluzione: Sebbene possa sembrare paradossale, esprimere apertamente agli altri la propria tensione, anziché sforzarsi di reprimerla, è un’ ottima strategia per ridurla e ciò permette di esprimere in modo tranquillo le emozioni, pensieri e sentimenti.

4. Mito dell’ obbligo: È forse il mito più diffuso che, per certi aspetti, è antagonista al “Mito del vero amico”.
Il mito dell’ obbligo consiste nella tendenza a sentirsi, da un lato, incapaci di rifiutare un piacere ad un amico e, dall’ altro, a vivere ogni richiesta propria come un’ imposizione fatta agli altri.
Se nel primo caso, quindi, si agisce perché ci si sente obbligati a farlo, nell’ altro non si agisce in quanto non si vuole obbligare gli altri a fare qualcosa per noi stessi. Ne consegue che chi aderisce a questo mito tende a proiettare la responsabilità della frustrazione che prova sugli altri, portandolo a concludere di essere incompreso e non considerato, provando sfiducia, isolamento e diffidenza nei confronti degli altri.

Soluzione: Un buon compromesso è quello di accondiscendere alle richieste altrui solo quando siano compatibili con i propri impegni o bisogni e concedersi, al tempo stesso, la libertà di avanzare, senza farsi prendere dai sensi di colpa, richieste agli amici; un rapporto interpersonale soddisfacente si basa sul dare e ricevere, mettendo al primo posto le proprie esigenze.

assertivitàOgnuno di questi miti racchiude dentro di sé una serie di idee preconcette e stereotipate che influenzano moltissimo la messa in atto di comportamenti disfunzionali; pertanto riconoscere queste false credenze è il primo passo fondamentale per correggere tali informazioni errate che, in maniera più o meno diretta, minano la serena gestione delle relazioni nella loro quotidianità.

Riferimento Bibliografico:
-Alberti L., Dinetto A., Manuale di addestramento affermativo, Bulzoni Ed., Roma, 1988

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Mi irrita..quindi mi appartiene!

proiez1Come sostiene Jung, ciò che irrita negli altri può portare ad una maggiore comprensione di sè.
Quando qualcuno fa o dice qualcosa che infastidisce senza un motivo apparente ciò avviene quasi sicuramente perché si tende a rispecchiarsi in quella persona, scoprendo un’ immagine di se stessi non gradita.
Ognuno ha ovviamente pregi e difetti sebbene capiti che non sia consapevole di alcuni di essi ad un livello cosciente ed è proprio in queste circostanze che, vista la difficoltà di riconoscere parti di sé, la risposta più immediata è quella di trasferirle sugli altri.
La proiezione è un meccanismo difensivo attraverso il quale l’ inconscio tenta di “proteggere” l’ individuo, evitandogli di venire a conoscenza di certi aspetti vulnerabili di sé e convincendolo che alcuni comportamenti appartengono agli altri, sebbene si tratti di caratteristiche personali non riconosciute.
Generalmente si tratta di aspetti “scomodi” di sè, di parti della propria personalità non apprezzate e quindi non accettate ma possono anche essere caratteristiche gradevoli riconosciute negli altri di cui non si è in possesso; in questo caso si tende a provare una sorta di invidia per una caratteristica bramata anziché realizzare che si tratta di una mancanza personale.
In entrambi i casi, nel momento in cui ci si relaziona a qualcuno che crea irritazione potrebbe essere di grande aiuto chiedersi “Perché” si prova quel fastidio, quali sia la caratteristica disturbante che cogliamo nell’ altro.
Le persone e le situazioni con cui ci si relaziona quotidianamente fungono da specchi nei quali vengono riflesse parti profonde di sè richiamando l’ attenzione su aspetti interiori: ciò fornisce la possibilità di capire meglio se stessi sulla base di ciò che accade intorno.
Ed è così che tutte le persone antipatiche con cui ci si relaziona, così come le situazioni scomode che si ripetono, anziché essere delle “scocciature”, diventano delle grandi opportunità per conoscersi meglio.
proiez2Quando si prova una sofferenza, dirsi che sono stati gli altri ad averla provocata è più facile rispetto all’ attribuirsene la responsabilità ma, allo stesso tempo, impedisce di trovare una soluzione ad un disagio che rispecchia una fragilità interiore che, in relazione all’ altro, non fa altro che palesarsi.
È per questo che ogni volta che qualcuno o qualcosa crea una sofferenza, può essere di grande aiuto chiedersi cosa genera il fastidio.
Anziché dare la colpa a qualcosa di esterno, si può provare a guardarsi dentro e farsi delle domande: si tratta di una paura sepolta? Di un dolore nascosto? Di una rabbia repressa?
Forse quella persona ci maltratta come noi maltrattiamo noi stessi? Ci mostra come ci piacerebbe essere senza riuscirci? Fa qualcosa che proprio non ci piace ma che ci è, al contempo, estremamente familiare?
Già porsi certi quesiti è un ottimo modo per iniziare a prendere maggiore consapevolezza di sé, conoscere aspetti della propria personalità di cui non si è mai tenuto conto e relazionarsi in maniera più serena alle persone che si incontrano.

Riferimenti bibliografici:
-Papadopoulos, R. K. (2009). Manuale di psicologia Junghiana, Moretti & Vitali Editori, Tecnoprint, Romano di Lombardia (BG) Settembre 2009.

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“Mi capita sempre che..”. Come rompere i circoli viziosi.

circolo-viziosoOgni comportamento è guidato da tendenze inconsce presenti in ognuno di noi originate nell’ infanzia, e non solo..
Ogni azione è talmente abituale da diventare automatica e non sempre siamo in grado di comprendere quanto condizioni la nostra personalità nonchè le nostre relazioni con altri. E sono proprio queste modalità che ci portano a ripetere sempre gli stessi schemi, spesso disfunzionali, per cui ci innamoriamo sempre della stessa tipologia di persona, o reagiamo sempre allo stesso modo di fronte ad un evento stressante (per esempio scappando) oppure scateniamo negli altri una solita reazione nei nostri confronti.
A noi sembra di non fare nulla per determinare certe circostanze ma è importante prendere atto, per prima cosa, che almeno in buona parte questi eventi e reazioni dipendono proprio da noi stessi.
Quando certe situazioni sembrano riproporsi costantemente creando dei veri e propri circoli viziosi da cui pare impossibile uscire, si hanno due possibilità: continuare a pensare di essere sfortunati e destinati a non incontrare mai la persona giusta o a non rimanere simpatici a nessuno, per esempio, oppure ci si può chiedere perché le cose vadano così.
Prendersi la responsabilità delle proprie azioni, rendendole note alla coscienza, è quindi il primo passo da compiere se vogliamo rompere quegli schemi, quei circolo viziosi che ci condizionano “nostro malgrado”.

Ma come?

Mettersi in discussione. Non si possono apportare cambiamenti senza mettersi in gioco. Ciò determina la necessità di rendere più deboli e flessibili certe convinzioni radicate, cosa tutt’ altro che semplice in quanto richiede di abbandonare alcune certezze che sono state capisaldi fino a quel momento.
Per esempio il pensiero: “Tutti si approfittano della mia disponibilità”, potrebbe essere sostituito con: “Mi sto forse rendendo troppo disponibile e accomodante?” determinando un cambio di percezioni, da “Gli altri sono cattivi” a “Decido io a chi prestare il mio aiuto”.

Riflettere sulle critiche. Quando gli altri muovono una critica, una reazione molto frequente è quella di ribattere, anche un po’ risentiti. In realtà, se una commento esterno ci tocca è molto probabile che sia “azzeccato”, ossia che abbia toccato un aspetto di noi che non ci piace, ma che ci appartiene. Mettersi in gioco significa anche cercare di controllare una parte di sé permalosa e usare la critica in modo costruttivo, come motivo di crescita personale.
Per esempio, se un’ amica ci fa notare che ci innamoriamo sempre di uomini infantili perchè siamo un po’ troppo “crocerossine”, potremmo provare a cambiare un po’ atteggiamento.

Provare a dare un senso ai sogni. Come già spiegato in precedenza, l’ inconscio è sempre un passo avanti rispetto alla coscienza la quale tende però a metterlo a tacere. Provare a tradurre ciò che sta cercando di esprimere attraverso i simboli può offrire spunti di riflessione molto più validi di quanto non si pensi.

Cercare parallelismi tra il comportamento attuale e le dinamiche del passato. In genere ci relazioniamo agli altri seguendo delle modalità che ci sono note, modalità che si sono strutturate a partire dagli scambi avuti nell’ infanzia con i propri genitori che tendono a riproporsi con le altre figure significative che incontriamo nel corso della vita. Capire come si sono strutturate offre l’ opportunità di dar loro un senso e quindi di modificarle, uno dei grandi obiettivi, tra l’ altro, di molti tipi di psicoterapie.

Desiderare uscire dai “circoli viziosi”. Può sembrare banale, ma non lo è. Accade molto spesso infatti che, sebbene tali dinamiche arrechino sofferenza e quindi il desiderio è quello di allontanarle, tendano a riproporsi proprio perché siamo noi stessi a non lasciarle andare. Per quanto fastidiose, infatti, sono modalità familiari senza le quali talvolta potremmo sentirci “persi” e quindi siamo noi stessi che, inconsciamente, le teniamo strette. Ecco perché è fondamentale, per rompere il circolo, essere motivati a farlo.

Concludo con una bellissima frase di Jung: “Rendi cosciente l’inconscio altrimenti sarà l’inconscio a guidare la tua vita e tu lo chiamerai destino” – C.G. Jung

Riferimento Bibliografico:
– Wacthel, P. L. (2000), “La comunicazione terapeutica”, Bollati Boringhieri Editore s.r.l., Torino.

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4 convinzioni errate che ti rendono prigioniero di te stesso.

Oggi vorrei proporre una riflessione…

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Spesso, ammettere che la gran parte delle cose dipenda da noi stessi, spaventa più che pensare che non possiamo fare niente per cambiare le cose.
E allora, anzichè assumersi la responsabilità dei propri bisogni, desideri, delle proprie scelte e decisioni, tendiamo a pensare che queste dipendano da qualcos’ altro diverso da noi..che si tratti di altre persone, di entità o di destino.
Ciò riesce indubbiamente ad “alleggerire” il carico interiore, allontanando la responsabilità di ciò che avviene, ma contribuisce alla costruzione di una gabbia dalla quale, col tempo, diventa difficile liberarsi.
Non bisogna mai dimenticare che la gran parte delle cose avviene grazie a noi stessi e smetterla di raccontarsi bugie è il primo passo per sentirsi liberi.

Ecco 4 convinzioni frequenti ma errate che impediscono di prendere in mano le redini della propria vita.

“IO DEVO”: è ovvio che all’ interno dei contesti e microcontesti sociali in cui quotidianamente si vive, ognuno abbia dei doveri da rispettare.
Frequentemente però il giudice interno può essere talmente rigido e severo da impedire di considerare le alternative alle situazioni “doverose”.
Sei sicuro, per esempio, di dover necessariamente pulire casa dopo una durissima giornata di lavoro..? Davvero non puoi farlo domani? Devi proprio accollarti ogni impegno lavorativo? Sei certo di non poter chiedere a qualcun altro..?
Ogni volta che dici a te stesso “devo farlo”, prendi coscienza del fatto che, in realtà, fare ciò che fai è una scelta soltanto tua e quindi di qualunque cosa si tratti la fai perché vuoi, non perché devi. Se non è così..impara a delegare.

“NON POSSO”: Un proverbio africano che trovo molto carino (e ovviamente veritiero!) cita: “Se una cosa la vuoi, una strada la trovi. Se una cosa non la vuoi, una scusa la trovi”.
È esattamente così. Ogni volta che diciamo agli altri o a noi stessi di “non poter” far qualcosa..in realtà non lo vogliamo davvero, altrimenti, nonostante le indubbie difficoltà, il modo di fare ciò che si desidera, si trova sempre.
Così come non siamo obbligati a DOVERE fare qualcosa, abbiamo la libertà di scegliere cosa POTER fare.

“MI CAPITA”: In generale ogni meccanismo ricorrente dipende da noi stessi. Se tutte le persone pensano una determinata cosa riguardo a noi, o tendono ad adottare uno stesso comportamento nei nostri confronti, per quanto sia faticoso da accettare, è estremamente probabile che siamo noi stessi ad alimentare queste convinzioni e azioni negli altri.
E se questo capita di frequente e noi non facciamo nulla per impedirlo, significa che lasciamo che ciò avvenga. Porsi delle domande, mettersi in discussione, cercare di capire per cambiare è il primo passo per fare in modo che certe cose sgradevoli non accadano più.

“HO PAURA”: Quando abbiamo paura, siamo talmente concentrati su ciò che blocca, toglie il respiro e paralizza che difficilmente siamo in grado di comprendere che proprio dietro a quel timore si nasconda, inconsciamente, un forte desiderio.
Impariamo a farla parlare quella paura e, anziché farci togliere il respiro da lei, permettiamole di esprimersi e di dirci di cosa abbiamo bisogno.

Prendere decisioni, presuppone delle perdite e questo è ciò che più spaventa, ma vale la pena attraversare la paura piuttosto che rischiare di rimanere schiavi delle proprie “non scelte”..

 

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PROMOZIONE D’ AUTUNNO
SCONTO DEL 15% SU TUTTO IL PERCORSO TERAPEUTICO

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L’ Autunno segna un nuovo inizio….si torna alla routine di tutti i giorni, al lavoro, alla quotidianità..si riprendono vecchie attività o se ne iniziano di nuove.
Può essere un buon momento anche per iniziare un nuovo viaggio alla scoperta di sè decidendo di intraprendere un percorso terapeutico di arricchimento o di risoluzione di dinamiche disturbanti.
A partire dal 1° ottobre e fino a dicembre, offro la possibilità di intraprendere un percorso di conoscenza e arricchimento di sè con uno sconto del 15% sull’ intera durata del percorso terapeutico.

Ecco chi sono, come posso aiutarti, come lavoro, dove ricevo e come puoi contattarmi.

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