“Hai il diritto di..” – Il Codice dei Diritti Assertivi.

Ho ribadito più volte l’ importanza di imparare ad essere assertivi.
Sebbene infatti spesso non sia comprensibile nell’ immediato quanto la difficoltà di esprimere i propri bisogni e desideri in maniera adeguata possa avere ripercussioni anche piuttosto forti sulla propria salute psicologica (nonchè fisica!), nei fatti la qualità della vita varia molto tra coloro che sanno esprimersi e coloro che tentennano nel farlo.
Per acquisire questa importante competenza, risulta fondamentale rimuovere false credenze, ristrutturare alcune convinzioni e correggere certe errate informazioni che vengono date per “buone” guidando il comportamento in una direzione che può essere, in realtà, distorta.
Ecco perché risulta importante conoscere quello che viene definito come “Codice dei Diritti Assertivi”, una specie di regolamento, caratterizzato da serie di imperativi tesi a focalizzare l’ attenzione sul proprio essere, chiarendo quelli che sono i diritti di ognuno che, troppo spesso, vengono  lasciati in disparte, per soddisfare le esigenze altrui o, al contrario, usati in maniera esclusiva, non tenendo conto degli altri.

diritti-assertivi

“IL CODICE DEI DIRITTI ASSERTIVI”

1. IL GIUDICE SUPREMO DEL TUO COMPORTAMENTO SEI TU STESSO
2. HAI IL DIRITTO DI NON DARE SPIEGAZIONI E SCUSE PER IL TUO COMPORTAMENTO
3. HAI IL DIRITTO DI GIUDICARE SE TOCCA A TE TROVARE LA SOLUZIONE PER I PROBLEMI DEGLI ALTRI
4. HAI IL DIRITTO DI CAMBIARE OPINIONE
5. HAI IL DIRITTO DI FARE SBAGLI
6. HAI IL DIRITTO DI DIRE “NON SO”
7. HAI IL DIRITTO DI PRESCINDERE DAL BENVOLERE DEGLI ALTRI, QUANDO HAI A CHE FARE CON LORO
8. HAI IL DIRITTO DI PRENDERE DECISIONI ILLOGICHE
9. HAI IL DIRITTO DI DIRE “NON CAPISCO”
10. HAI IL DIRITTO DI DIRE “NON MI RIGUARDA”
11. HAI IL DIRITTO DI DIRE “NO” SENZA SENTIRTI IN COLPA

Concentrarsi su questi principi, permette di acquisire una maggiore consapevolezza circa quelli che sono i confini tra sé e gli altri, limitando sentimenti comuni quali senso di colpa, timore di esprimersi e di essere giudicati e raggiungendo un maggiore livello di libertà e sicurezza personale, nel rispetto degli altri.

Riferimento Bibliografico:

  • Alberti L., Dinetto A., Manuale di addestramento affermativo, Bulzoni Ed., Roma, 1988
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Se ti innamori sempre di “Peter Pan”, forse soffri della “Sindrome di Wendy”.

“Wendy balza giù dal letto per correre a stringere tra le braccia Peter, ma lui si scosta; pur senza saperne la ragione, lui sa che deve scostarsi.”

Si parla di Sindrome di Peter Pan per riferirsi a quella tendenza presente negli uomini che, al pari del famoso personaggio di James M. Barrie si mostrano restii a crescere ed assumersi le proprie responsabilità. Proprio per la diffusione di questo fenomeno, che riguarda ormai un numero piuttosto notevole di uomini, negli ultimi anni si è assistito ad un crescente interesse rispetto al profilo psicologico del moderno Peter Pan.
La stessa enfasi, però, non sempre viene posta su tutte quelle donne “Wendy” che si innamorano di “Peter” immaturi e infantili finendo molto spesso “intrappolate” in una relazione squilibrata che non può che generare, a lungo andare, sofferenza.
Le donne Wendy possiedono caratteristiche generalmente opposte a quelle degli uomini Peter ma, nonostante questo, tale incastro che a colpo d’ occhio potrebbe sembrare complementare, risulta essere in realtà tossico in quanto totalmente sproporzionato. Cerchiamo di capire come.

                                                     Chi è Wendi?

Wendy è una bambina di circa dieci anni totalmente dedita e prodiga agli altri con un senso di responsabilità che, se sebbene possa sembrare un pregio, può non esserlo per una bimba così piccola che prova piacere, piuttosto che a giocare e divertirsi con gli altri ragazzini della sua età, a cucinare, cucire, accudire gli altri anziché mettere i propri bisogni al primo posto. La sua coscienziosità e serietà sono talmente forti ed il suo bisogno di accudire, proteggere e compiacere gli altri così intenso da comportarsi nei confronti del suo partner, come una mamma piuttosto che come una fidanzata.wendy3
Ed è così che le donne Wendy, sebbene siano ormai adulte, perpetuano questa loro tendenza con i propri uomini, proteggendoli dai loro conflitti interiori e cedendo a tutti i loro capricci con un atteggiamento di comprensione e accoglimento materno che le allontana, seppur inconsapevolmente, dal ruolo di fidanzate rendendole più “crocerossine” che compagne. Succede quindi che, nella convinzione che in quell’ “uomo/bambino” ci sia un partner potenzialmente meraviglioso, tutto quello che una donna Wendy può fare per non essere respinta è, nella sua mente, quella di esser sempre presente e impeccabile, paziente e premurosa, tollerando ogni strumentalizzazione infantile del proprio partner e sentendosi, anzi, rassicurata dal fatto che lui dipenda da lei.

Cosa si nasconde dietro al comportamento di Wendy?

Il bisogno di prendersi cura e sentirsi quindi indispensabile per gli altri corrisponde ad un bisogno di affetto: rendendosi amabile Wendy pensa di ridurre le probabilità di venire abbandonata dal partner, evenienza che la terrorizza in quanto la metterebbe strettamente in contatto con tutte le sue insicurezze e vulnerabilità più profonde.wendy
Ogni volta che accudisce qualcuno, la donna Wendy sta cercando di curare una ferita interiore di non accettazione, di vuoto interiore e di bassa autostima derivanti, con buone probabilità, dall’ attaccamento genitoriale.
Può darsi che la piccola Wendy sia stata abituata a credere che l’ amore debba essere conquistato e condizionato da comportamenti e gesti riempitivi e l’ idea quindi di essere semplicemente amata “senza riserve” non è contemplata nella sua mente bisognosa di continue conferme.

 Trasformarsi in Campanellino

Oltre alle donne Wendy, anche le donne “Campanellino” sono attratte dagli uomini Peter Pan ma, a differenza delle prime, ricercano dal partner spontaneità e crescita reciproca all’ interno di un rapporto ed è per questo che quando tali aspetti vengono meno la donna Campanellino, con un battito d’ ali, vola via..wendy2
L’ uomo Peter Pan intrappolato nell’ Isola-che-non-c’è sceglie generalmente una Wendy, incapace com’ è di fare a meno delle sue coccole e della sua comprensione e sarà proprio lei, col suo comportamento accondiscendente, a tenerlo al riparo dalla sua immaturità.
Quando però, lo stesso Peter Pan farà ritorno all’ Isola-che-non-c’è, è molto probabile che si metterà in cerca di una Campanellino con cui trascorrere la vita. A quel punto, infatti, ciò di cui Peter avrà bisogno sarà un amore maturo e adulto e sarà proprio questo tipo di donna ad attivare tutti quei “muscoli emotivi” che lui non sapeva neanche di avere.
In maniera analoga, se Wendy imparasse a sfruttare la carica grande di energia che giace dentro di sé ed iniziasse a dedicare a se stessa anziché agli altri le sue infinite risorse, potrebbe diventare una Campanellino che, stanca di fare da madre al suo uomo e desiderosa di essere un’ amante ad ogni effetto, potrebbe abbandonare quel partner che non la soddisfa andando alla ricerca di ciò di cui ha bisogno: un uomo vero che la ami incondizionatamente.

Riferimenti Bibliografici:

-Barrie, J. M. (1992), Peter Pan, il bambino che non voleva crescere. Universale Economica Feltrinelli (2008)
– Kiley, D. (1985), Gli uomini che hanno paura di crescere. Rizzoli Editore.

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Scopri il valore adattivo dello stress..e usalo a tuo vantaggio!

Chiunque fa quotidianamente esperienza dello stress a diversi livelli di intensità, dalla coda nel traffico al mattino, all’ essere respinto ad un esame, ai lutti e alle catastrofi.stress1
Nel linguaggio comune tale termine viene per lo più definito con accezioni negative e ciò è comprensibile se si tiene conto del fatto che, oltre ad essere inevitabilmente collegato a sensazioni spiacevoli a livello psico-fisico, quando diventa eccessivo e costante, può trasformarsi in ansia o panico e determinare anche  patologie a livello fisico.
In pochi sanno, però, che il termine stress significa originariamente “spinta”, “pressione”, “insistenza” indicando, in tal senso, la risposta fisiologica che ogni organismo mette in atto in seguito all’ insorgenza di una richiesta effettuata nei suoi confronti rendendo stressante anche un evento positivo come può essere il matrimonio che richiede comunque un processo di adattamento da parte dell’ organismo.
Ma, per quanto possa sembrare paradossale, senza una giusta dose di stress non saremmo in grado di ottenere buone prestazioni (non studieremmo abbastanza per un esame, non ci alleneremmo abbastanza per una gara, non ci impegneremmo per ottenere una promozione lavorativa..) ed ecco così che l’ accezione di stress come spinta assume un nuovo e importante significato che non può essere non preso in considerazione.
L’ organismo tende sempre a ricercare l’ equilibrio e ogni volta che un evento nuovo ha un impatto su di lui,  questa armonia tende a “vacillare” permettendogli di rimettersi in piedi o, al contrario, di cadere sulla base della sua capacità di reagire agli eventi.
stress2È a questo punto che lo stress può essere considerato “buono” (eustress) trasformandosi in un importante alleato o, viceversa, nocivo alla salute fisica e mentale.
Ogni volta che si fa esperienza di un evento stressante l’ organismo, secondo Selye, attraversa tre fasi di risposta allo stimolo: una prima fase di allarme, una fase di mobilitazione tesa ad affrontare la minaccia ed una fase finale di esaurimento  (quando il tentativo di resistenza allo stimolo perdura troppo a lungo).
Nel fronteggiare la minaccia assume grande importanza lo stile di coping adottato da ognuno, ossia l’ insieme di strategie utilizzate per affrontare un problema o per gestire le emozioni che esso produce. Esistono due tipi di strategie adattive di reazioni agli eventi nuovi: quelle focalizzate sul problema e quelle focalizzate sull’ emozione.
L’ individuo che privilegia strategie centrate sul problema, tende ad intraprendere azioni tese a risolvere concretamente e rapidamente le avversità o a ricercare comunque informazioni che ne facilitino la soluzione. Tale modalità è tipica di coloro che hanno bisogno di ricercare soluzioni pratiche e organizzate, può esserne d’ esempio lo studente che pianifica lo studio in modo da tenere il passo con le lezioni durante l’ anno accademico riuscendo così a ridurre la pressione quando l’ esame si avvicina.
Chi usa strategie centrate sull’ emozione, invece, tende a sforzarsi di ridurre le reazioni emozionali negative allo stress utilizzando diverse modalità tra cui, per esempio, distogliere la mente dal problema, rilassandosi e cercando conforto sugli altri.
Entrambe le modalità sono ritenute valide, ma solo se l’ individuo è in grado di svilupparle entrambe acquisendo la capacità di alternarle a seconda delle situazioni di vita. Di fronte al turbamento emotivo di dover superare una prova d’ esame, per esempio, adottare un coping emotivo decidendo di distrarsi facendo una corsa o ascoltando musica può essere una buona strategia, al fine di ridurre lo stress, discorso analogo però, non può essere fatto nel caso in cui si venga a conoscenza della possibilità di essere stati colpiti da una patologia, situazione che richiede piuttosto un “piano d’ azione” per poter fare tempestivamente esami clinici al fine di ottenere una diagnosi precoce, abbracciando uno stile di coping centrato sul problema.
Esistono numerose evidenze che dimostrano che l’ unica strategia di coping che, in quanto non adattiva, può portare col tempo al perdurare della fase di esaurimento, è quella basata sulla fuga/evitamento che si verifica ogni qual volta la persona, posta di fronte ad una situazione problematica, anziché fronteggiarla, attenda che scompaia, facendo finta che non esista.
L’ essere umano possiede una quantità di risorse talmente elevata che, talvolta, è il primo a non rendersi conto delle sue potenzialità. Ognuno dovrebbe invece ricordare che la tendenza a ritrovare un equilibrio è insita dentro di sé, e che lo stress non è un nemico ma, al contrario, un indicatore che segnala di aver raggiunto il limite al di là del quale, anziché esaurirsi, diventa necessario trovare la soluzione migliore per fronteggiarlo..e superarlo!

Puoi approfondire l’ argomento leggendo un altro mio articolo sulla rivista psicologica on line PsicologiaOk

Riferimento Bibliografico:
– Davison&Neal (2004), Psicologia Clinica, seconda ed. it., Zanichelli Editore, Bologna.

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Trasforma la realtà con il pensiero: la “Profezia che si Autoavvera”.

Qual è la percezione che hai di te stesso e delle tue capacità?
Focalizzàti come siamo nel dare peso a ciò che gli altri dicono o pensano di noi, può succedere che ci sfugga di tener conto del parere più importante di tutti: il nostro. Eppure l’ immagine che ognuno ha di se stesso e delle proprie capacità è in grado di modificare gli eventi quotidiani, in modo positivo o, al contrario, negativo.
Ciò non avviene peProfeziachesiautoavverar magia o per merito di energie cosmiche, ma grazie (o a causa) di un processo psicologico noto come “Profezia che si autoavvera”.
Come già detto più volte ognuno costruisce la propria realtà tramite schemi acquisiti dall’ esperienza e su questa base seleziona e classifica le informazioni esterne che tendono a mantenersi, dando così un significato ben preciso sia a se stesso che al mondo che lo circonda….e a comportarsi di conseguenza..!
La “profezia che si autoavvera”, introdotta dal sociologo Merton, prende spunto da un famoso teorema di Thomas secondo il quale Se gli uomini definiscono certe situazioni come reali, esse sono reali nelle loro conseguenze.

Ma come è possibile che ciò avvenga..?

L’ opinione che abbiamo di noi stessi e la modalità con cui leggiamo il comportamento altrui influenza in modo impareggiabile il nostro modo di porci.
Se per un qualsiasi motivo supponiamo di non piacere alla persona che abbiamo di fronte, con buone probabilità tenderemo ad avere un atteggiamento ostile, sospettoso e di chiusura che, sebbene messo in atto per tutelarci, non farà altro che incoraggiare negli altri quell’ esclusione tanto temuta, confermando effettivamente il timore di fondo, in questo caso di non essere apprezzati da quella persona, lasciandoci incastrati in una trappola mentale.
Se, al contrario, il pensiero è aperto e ben predisposto verso l’ esterno, permette di avere un’ opinione di se stessi positiva, di persone ben accolte nei contesti sociali e apprezzate dagli altri; allo stesso modo un atteggiamento sorridente e disponibile fungerà da calamita e stimolerà simpatia nei nostri confronti.
In entrambi i casi la “profezia” si è avverata, e ciò è dipeso solo ed esclusivamente da noi stessi e dal nostro modo di interpretare il mondo.
Questa predizione non riguarda solo le relazioni sociali, ma si estende ad ogni contesto di vita.
In ambito affettivo, ad esempio, la situazione classica in cui si verifica tale meccanismo è quella relativa all’ infedeltà: molto più spesso di quanto si pensi, infatti, un partner eccessivamente geloso, che cerca continuamente indizi circa l’ adulterio dell’ altro, diventa talmente morboso, possessivo e ossessionato dal timore di essere tradito da spingere il coniuge a cercare serenità altrove, tradendolo realmente.
La stessa dinamica si applica al lavoro o allo studio, ogni volta che ci si convince di non poter raggiungere un traguardo, di non aver abbastanza tempo per consegnare un elaborato, di non potersi classificare in una graduatoria..stiamo gettando le basi per far sì che la profezia tanto temuta si avveri..!

Come sfruttare la “Profezia che si Autoavvera” a nostro vantaggio”..?

Appare subito evidente quanto le nostre convinzioni abbiano una grande responsabilità nel costruire e modificare la realtà, quindi tanto vale farne un punto di forza.

La prima cosa da fare è quella di prendere consapevolezza circa le convinzioni prevalenti nei vari ambiti di vita. Come mi sento nei contesti sociali? Quali opinioni penso che gli altri abbiano di me? Come valuto le mie doti lavorative? Mi fido del mio partner? Come trovo il mio aspetto fisico?


Convertire ogni risposta negativa in positiva. Ad esempio: “Nei contesti sociali provo disagio” inNei contesti sociali sono perfettamente a mio agio; “Penso che gli altri mi trovino insicuro e noioso” in Gli altri pensano che io sia divertente e solare; “Lavorativamente parlando non sono particolarmente capace, quindi non riceverò alcuna promozione” in “Sono una persona seria, capace ed affidabile sul lavoro, pertanto merito quella promozione e così via..

Profeziachesiautoavvera1
Passare dal pensiero all’ azione iniziando a comportarsi effettivamente come se si fossero già assimilate le caratteristiche della persona che si vuole diventare.
Se voglio risultare simpatico agli altri, una buona idea è quella di sorridere di più, per esempio.

 Attribuirsi la responsabilità delle proprie azioni e sposare la convinzione di avere un ruolo attivo nel costruire la propria vita è un presupposto vincente, sebbene molto spesso svalutato o non considerato, per affrontare la quotidianità in maniera più serena e mettersi in discussione, al fine di diventare ciò che vorremmo essere.
Tramutare la realtà attraverso il pensiero, non significa fare un rituale magico, vuol dire piuttosto diventare coscienti del fatto che la bacchetta magica..siamo noi stessi..! 😉

Riferimento Bibliografico:
-Merton R. K. (1968). Teoria e struttura sociale. Bologna, Il Mulino.

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Riduci l’ ansia smantellando 4 falsi miti!

Riuscire a dire ciò che si prova, comunicare bisogni o palesare pensieri è tutt’ altro che semplice, soprattutto perché tali azioni sono molto spesso associate a sentimenti di ansia.
La motivazione principale alla base della mancanza di assertività, pare essere quella legata ad una scarsa autostima, che porta ad assumere un atteggiamento inibitorio, reprimendo i propri desideri, o, al contrario, imponendosi agli altri in maniera violenta, non riconoscendone i valori e le necessità.
assertività3Entrambe le modalità risultano essere disadattive e generano frustrazione, insicurezza, senso di colpa, isolamento ed ansia che, a lungo andare, rischiano di minare ulteriormente la stima in se stessi e generano risentimenti e nervosismo che sfociano spesso in somatizzazioni di ogni tipo.
Oltre al senso di valore personale, però, tra le ragioni che rendono difficile comunicare in maniera assertiva, assumono un ruolo molto importante i fattori culturali.
Può infatti avvenire che, nel corso del tempo, vengano trasmessi valori e ideali che, sebbene funzionali e coerenti in contesti passati, risultino inadeguati in quelli attuali ed essendo mantenuti all’ interno di un contesto sociale modificato generano incongruenze sia a livello ideologico che morale. E proprio per adeguarsi a questi modelli ormai superati, alcune persone tendono a modificare o addirittura rinnegare l’ espressione di sé, andando incontro a conflitti interiori e ansia.
A tal proposito Ellis ha individuato quattro opinioni errate, rinominate “miti”, che hanno una grande influenza nel generare comportamenti anassertivi.

Vediamo quale ti appartiene, in che modo devia il tuo pensiero..e come puoi affrontarlo!

1. Mito della modestia: La cultura Occidentale tende a trasmettere l’ idea che la modestia sia una virtù e ciò rende spesso molto difficile vivere e accettare in modo sereno i propri meriti e pregi e rende incapaci di rispondere ai complimenti o a parlare positivamente di sé. Al contrario, ciò favorisce lo svilupparsi di un’ immagine negativa di se stessi che, da una parte, nega ogni lode, dall’ altra giustifica le critiche nei propri confronti.
Il concentrarsi dell’ individuo sugli aspetti peggiori della propria personalità, può innescare sentimenti d’ ansia e depressione rendendo l’ adesione a questo valore estremamente controproducente.

Soluzione: Bisogna imparare a riconoscere e valorizzare le proprie qualità, a parlare di sé e dei propri aspetti positivi agli altri. Per iniziare, ogni volta che ci viene rivolto un complimento, anziché minimizzarlo, può essere una buona idea sorridere e rispondere “Grazie”, in questo modo, infatti, accettiamo una lusinga e la interiorizziamo, valorizzando noi stessi.

2. Mito del vero amico: L’ amicizia è un valore molto rilevante nella nostra cultura, tanto che spesso ci si aspetta che l’ altro sia in grado di anticipare e comprendere i nostri pensieri, desideri e aspettative, senza che ci sia bisogno di esprimerlo. E quando ciò non avviene si sviluppa spesso la convinzione che la gente si approfitti di noi o che non ci dia, comunque, la giusta considerazione reagendo con atteggiamenti di chiusura (tipici del passivo) o, al contrario, con atteggiamenti di difensiva (tipici dell’ aggressivo).

Soluzione: Per quanto un legame possa essere stretto, basato su conoscenza e affetto reciproco, nessuno al mondo, possiede la capacità di conoscere i nostri pensieri, a meno che non siamo noi a comunicarglieli. Inoltre, non meno importante, bisogna anche tener conto del fatto che ognuno di noi fa riferimento ad una  “gerarchia di valori” che non è valida per tutti allo stesso modo e, di conseguenza, ciò che per noi è molto importante non lo è per chi ci sta di fronte. Per questi motivi, per evitare inutili incomprensioni, fraintendimenti e delusioni, l’ unica soluzione è quella di esprimere sempre ciò che ci aspettiamo dall’ altro e ciò di cui avremmo bisogno.

3. Il mito dell’ ansia: Nella nostra società prevale ancora oggi la convinzione per cui le persone sicure di sé e “tutte d’ un pezzo”per poter contare sulla piena padronanza di loro stesse, non possono mostrarsi mai in ansia in quanto questo trasmetterebbe agli altri un’ immagine di persona debole e vulnerabile che non è accettabile.assertività2
Si tratta ovviamente di un mito.
Ansia non è sinonimo di fragilità, anzi esprime uno stato di attivazione che, fino a certi livelli, è fisiologico ed ha persino un valore adattivo in quanto migliora la performance. Diventa invece disadattiva quando è in eccesso e ciò succede ad ogni tentativo di sfuggire a questa sensazione, nascondendola agli altri.

Soluzione: Sebbene possa sembrare paradossale, esprimere apertamente agli altri la propria tensione, anziché sforzarsi di reprimerla, è un’ ottima strategia per ridurla e ciò permette di esprimere in modo tranquillo le emozioni, pensieri e sentimenti.

4. Mito dell’ obbligo: È forse il mito più diffuso che, per certi aspetti, è antagonista al “Mito del vero amico”.
Il mito dell’ obbligo consiste nella tendenza a sentirsi, da un lato, incapaci di rifiutare un piacere ad un amico e, dall’ altro, a vivere ogni richiesta propria come un’ imposizione fatta agli altri.
Se nel primo caso, quindi, si agisce perché ci si sente obbligati a farlo, nell’ altro non si agisce in quanto non si vuole obbligare gli altri a fare qualcosa per noi stessi. Ne consegue che chi aderisce a questo mito tende a proiettare la responsabilità della frustrazione che prova sugli altri, portandolo a concludere di essere incompreso e non considerato, provando sfiducia, isolamento e diffidenza nei confronti degli altri.

Soluzione: Un buon compromesso è quello di accondiscendere alle richieste altrui solo quando siano compatibili con i propri impegni o bisogni e concedersi, al tempo stesso, la libertà di avanzare, senza farsi prendere dai sensi di colpa, richieste agli amici; un rapporto interpersonale soddisfacente si basa sul dare e ricevere, mettendo al primo posto le proprie esigenze.

assertivitàOgnuno di questi miti racchiude dentro di sé una serie di idee preconcette e stereotipate che influenzano moltissimo la messa in atto di comportamenti disfunzionali; pertanto riconoscere queste false credenze è il primo passo fondamentale per correggere tali informazioni errate che, in maniera più o meno diretta, minano la serena gestione delle relazioni nella loro quotidianità.

Riferimento Bibliografico:
-Alberti L., Dinetto A., Manuale di addestramento affermativo, Bulzoni Ed., Roma, 1988

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Come vivi le relazioni? Dipende dal tuo modello di attaccamento..

Ognuno di noi, fin da piccolo, stabilisce un rapporto significativo con una figura d’ attaccamento, solitamente la madre, sulla base del quale si strutturano la personalità e le relazioni affettive future. partner1
È proprio attraverso queste esperienze precoci che il bambino costruisce una rappresentazione interna di se stesso e dell’ altro grazie alla quale impara ad interpretare le informazioni provenienti dal mondo esterno e sviluppa una specie di “copione” circa le sue modalità relazionali.
Gli schemi emotivi e comportamentali dell’ attaccamento hanno un valore adattivo in quanto si sono sviluppati nel tempo per garantire la sopravvivenza della specie. I due poli di questo processo sono la vicinanza fisica e l’ esplorazione dell’ ambiente: quando il piccolo percepisce un pericolo attiva tutta una serie di comportamenti (per esempio piangere o urlare) che producono la vicinanza della figura d’ attaccamento, mettendolo in salvo, rassicurandolo; qualora essa sia assente o se il bambino la percepisce tale, svilupperà “ansia da separazione”.
Un famoso esperimento compiuto da Mary Ainsworth e noto come Strange Situation (caratterizzato appunto dall’ allontanamento e riavvicinamento della madre alternato alla relazione del bimbo con un estraneo) ha permesso di individuare tre fondamentali stili di attaccamento che, come detto, caratterizzano la prima relazione della vita, strutturano la personalità e influenzano le modalità relazionali future.

Vediamo quali sono e in che modo influenzano le relazioni.

L’ attaccamento sicuro si sviluppa in tutti i bambini che hanno avuto una madre sensibile ai loro bisogni, pronta a correre in aiuto qualora ne abbiano fatto richiesta.
La mamma di un bimbo sicuro non ha mai impedito o limitato l’ esplorazione dell’ ambiente circostante trasmettendo al figlio la certezza della sua disponibilità, anche quando non può essere fisicamente presente.
Il bimbo comprende di poter contare su di lei perché è in grado di consolarlo e proteggerlo ogni  volta ne abbia bisogno e ciò gli permette di costruirsi un’ immagine di Sé come persona amabile, degna di essere confortata e apprezzata ed una rappresentazione interna degli altri come affidabili, presenti e pronti ad aiutarlo nel momento del bisogno.

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Proprio questa sicurezza acquisita nel periodo dell’ infanzia lo porta, da adulto, ad avere un ruolo attivo nella scelta del partner, selezionando solo coloro che sono in grado di amarlo davvero e tenendo lontane tutte quelle persone che possono frustrarlo nella sua certezza di essere amato e accettato.
Un adulto con attaccamento sicuro tende a scegliere partners “validi” e difficilmente incappa in relazioni “tossiche”, essendo alla ricerca di fiducia e accettazione dell’ altro; quando ciò avviene, tende a chiuderle in tempi rapidi e senza troppa sofferenza in quanto non gratificato da una relazione non in linea con le sue aspettative.

L’ attaccamento (insicuro) evitante è presente nei bambini che, anziché essere accolti nella normale richiesta di affetto e attenzione, durante l’ infanzia hanno sperimentato rifiuto. Le madri che incoraggiano tale modalità di attaccamento, tendono ad essere piuttosto insensibili ai segnali emessi dal figlio ed a scoraggiare o addirittura rifiutare il contatto fisico quando il bambino richiede protezione, favorendo in lui sentimenti di ansia e paura.
La percezione del bambino sarà quella di essere solo al mondo e non tutelato e, di conseguenza, l’ adulto che si sviluppa a partire da questa esperienza si costruisce una rappresentazione di Sé come persona non accettata e indegna, traendone la conclusione di non essere meritevole d’ amore. Dal suo punto di vista gli altri sono considerati persone ostili, non presenti, da cui non aspettarsi niente se non delusione e esclusione.
Da queste basi si genera, solitamente, la convinzione di potersi fidare solo di se stessi e delle proprie risorse (percepite comunque limitate data la scarsa autostima), pertanto chiedere aiuto nei momenti di difficoltà risulta del tutto superfluo.partener3
Evitare di esporre le proprie emozioni o controllarle nella loro espressione diventa la strategia privilegiata da chi ha sviluppato un attaccamento evitante; impedire agli altri di conoscere il proprio mondo emotivo permette infatti di evitare l’ esposizione ad eventuali rifiuti che verrebbero vissuti come conferme alla convinzione di non avere alcun valore. A livello di legame affettivo tale atteggiamento è tipico in coloro che vivono svariate relazioni senza concedersi mai all’ altro ad un livello intimo e profondo e stabilendo soltanto rapporti superficiali e privi di valore emotivo, anche a lungo termine.

L’ attaccamento (insicuro) ambivalente si sviluppa nei bambini che hanno la percezione di avere una madre imprevedibile in quanto, in seguito alle normali richieste di affetto e accudimento, ha reagito talvolta accorrendo ai segnali di paura del figlio, consolandolo, altre volte, mostrandosi indifferente a tali richieste. La difficoltà che i bambini con attaccamento ambivalente tendono a sviluppare, è quella di essere incapaci di regolare le loro emozioni mostrando, a loro volta, scarsa chiarezza nell’ esprimere i propri sentimenti.
partner4La percezione di Sé che si sviluppa a partire da tali modalità relazionali è quella di persona vulnerabile che non ricerca mai aiuto dagli altri in quanto considerati inaffidabili e incostanti. Un adulto che ha vissuto questo tipo di esperienza, da grande, andando alla continua ricerca di conferme al proprio valore, tende a mettere in atto una serie di strategie tese ad ottenere un controllo sugli altri allo scopo di renderli maggiormente prevedibili. Nelle relazioni, pertanto, la tendenza è quella di esprimere in maniera esagerata i propri sentimenti con emozioni intense ed esplosive (come ad esempio gelosia e possessività), costringendo, in modi più o meno impliciti, la persona amata ad essere sempre e ininterrottamente presente e prodiga di attenzioni che, però, non sono mai abbastanza.

Emerge chiaramente come la modalità con cui si sviluppa il legame di attaccamento sia uno dei fattori che assume un ruolo importante nello sviluppo della personalità dell’ individuo, plasmando il suo modo di relazionarsi agli altri e al mondo.
Sebbene tali esperienze affettive precoci tendano a mantenersi piuttosto stabili nel tempo, non si può non tenere conto del fatto che lo stesso legame di attaccamento è legato anche ad aspetti cognitivi che portano gli individui a interiorizzare certi “schemi”, riproponendoli poi nel tempo. Di conseguenza, conoscere e comprendere le dinamiche del proprio stile di attaccamento, permette di modificare certe esperienze precoci “distorte” e di dare nuovi significati alle proprie emozioni.

Riferimento Bibliografico:
– Fonzi, A. (2001). “Manuale di psicologia dello Sviluppo”, Giunti Editore.

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Sintomi depressione: mi sento spesso triste, ma non so perché..

Sintomi depressione: mi sento spesso triste, ma non so perché..

Sintomi depressione – Non tutte le giornate sono uguali tra loro e non tutte le persone vivono e fronteggiano le situazioni con le stesse modalità.

Sebbene ognuno sperimenti alterazioni quotidiane dell’ umore che sono assolutamente normali e influenzate da molti fattori, per alcuni la tristezza è un’ emozione particolarmente familiare che tende a presentarsi in modo costante e porta ad interpretare il mondo come se fosse osservato e vissuto attraverso una lente grigia.sintomi depressione, disturbo bipolare, psicologo firenze, psicoterapeuta firenze, ansia sintomi, ilaria visconti

Come spiegato in altri articoli, ognuno di noi elabora e dà un senso alla realtà circostante e alle situazioni che la caratterizzano, sulla base della propria capacità di organizzare le informazioni che possiede e questo è uno dei motivi per cui di fronte ad una situazione simile, la lettura che le persone ne fanno può essere anche molto diversa e, di conseguenza, è diverso il modo di rapportarsi ad essa.

Quando la tristezza tende ad essere l’ emozione prevalente orientando la personalità in senso depressivo, si hanno buone ragioni per pensare che, già dall’ infanzia, siano stati presenti eventi collegati alla perdita; che si sia trattato di una perdita reale o “soltanto” psicologica, è possibile che chi si scontra quotidianamente con sentimenti di vuoto, sconforto e demoralizzazione abbia vissuto precoci, frequenti e prolungati distacchi dalla figura di attaccamento.

Quando si verificano tali circostanze avviene che il bambino sviluppi, già da molto piccolo, aspettative di rifiuto e abbandono, senso di inferiorità, di colpa e una forte tendenza all’ autocritica che si traducono, durante la crescita, nella convinzione di non poter fare affidamento sugli altri e di poter, al contrario, contare solo su se stessi.

L’ identità  personale che si struttura a partire da questi presupposti, si basa pertanto su una valutazione di sé come persona negativa e non amabile, che può contare solo sulle proprie risorse (percepite però come limitate!) per affrontare le avversità della vita. L’ atteggiamento rispetto agli eventi è per lo più rassegnato e fatalista dato che la tendenza è quella di darsi “per vinti” già prima di tentare di fare qualcosa che viene considerata, a priori, una battaglia persa.

sintomi depressione, disturbo bipolare, psicologo firenze, psicoterapeuta firenze, ansia sintomi, ilaria viscontiChi struttura la propria personalità sulla base di tali principi sviluppa un atteggiamento verso la realtà caratterizzato da aspettative di esclusione, incapacità di accettare gratificazioni e piaceri incondizionati nonché la tendenza ad attribuire scarso valore agli obiettivi raggiunti, sebbene quando qualcosa di valido venga ottenuto, perde le sue caratteristiche di validità.

Ogni volta in cui si assiste ad una perdita nel corso della vita, chi ha sviluppato una personalità orientata in senso depressivo si trova a rivivere quel senso di abbandono sperimentato da piccolo, che lo porta a percepirsi fragile rispetto ai vissuti di solitudine che inevitabilmente associa a sentimenti di vuoto e disperazione.

Che si tratti di un oggetto tangibile, di un bene non materiale (per esempio la stima di qualcuno), di una delusione, della fantasia rispetto ad una perdita ipotetica nonché, ovviamente, a perdite concrete e gravi quali separazioni o lutti, si attivano sensazioni ed immagini di solitudine irreversibili.

Anziché reagire con una tristezza “costruttiva” che, sebbene fisiologica in situazioni di questo tipo, fornisce uno stimolo alla risoluzione di un problema, chi ha una personalità organizzata in senso depressivo replica isolandosi o dedicandosi in maniera costante agli altri non concedendosi il tempo per elaborare la perdita appena vissuta.
Questo innesca anzi un circolo nel quale, invece di confermarsi la possibilità di essere aiutati in caso di necessità, ci si ritrova sempre più soli.

La tristezza, al pari di tutte le emozioni, possiede un valore adattivo che è funzionale perché la sua presenza spinge chi la prova ad isolarsi e a chiudersi al mondo esterno mandando il messaggio che qualcosa non va e che c’è bisogno di aiuto per risollevarsi da una certa situazione.

Il paradosso è che, proprio chi la sperimenta di frequente e che quindi, con buone probabilità nasconde dentro di sé un’ organizzazione di personalità depressiva, sintomi depressione, ha imparato a doversi prendere cura di se stesso da solo, non rivolgendosi a chi gli sta intorno, ma contando solo ed esclusivamente sulle proprie forze e anzi prodigandosi, spesso fin troppo, per gli altri.

Un primo passo per poter rompere questo meccanismo di sintomi depressione può essere proprio quello di deresponsabilizzarsi e spogliarsi, pian piano, di tutte quelle credenze costruite nel corso della vita che plasmano un’ immagine di sé come persona di poco valore, fallimentare e non meritevole di amore, cercando di attribuire un nuovo significato al timore di essere abbandonato e ridimensionando la concezione di se stesso e della realtà circostante.

Puoi approfondire l’ argomento sui sintomi depressione leggendo un altro mio articolo sulla rivista psicologica on line PsicologiaOk.
Continue reading “Sintomi depressione: mi sento spesso triste, ma non so perché..”

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Amore dopo Amore

Tempo verràamarsi
in cui, con esultanza,
saluterai te stesso arrivato
alla tua porta, nel tuo proprio specchio,
e ognuno sorriderà al benvenuto dell’altro
e dirà: Siedi qui. Mangia.
Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io.
Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
a se stesso, allo straniero che ti ha amato
per tutta la tua vita, che hai ignorato
per un altro e che ti sa a memoria.
Dallo scaffale tira giù le lettere d’amore,
le fotografie, le note disperate,
sbuccia via dallo specchio la tua immagine.
Siediti. È festa: la tua vita è in tavola.

Derek Walcott

*****

Per accettare se stessi è necessario compiere un percorso dentro di sè, alla scoperta di sè.
È necessario spogliarsi delle proprie paure, osservare le proprie ombre allo specchio e anche, perchè no, non riconoscersi nell’ immagine che si vede riflessa.
Soltanto mettendosi in discussione e prendendo coscienza dei propri limiti è possibile scoprire le proprie “parti oscure” e integrarle all’ immagine di sè, arrivando ad un’ accettazione completa e consapevole di ciò che siamo..iniziando, finalmente, ad essere felici.

 

 

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Prendersi cura di sè: istruzioni per l’ uso.

Persi nella vita frenetica di ogni giorno, abituati a fare le cose di corsa, a passarespacer spacermentalmente da un pensiero all’ altro ripetendo una sequenza di azioni in maniera quasi automatica, può avvenire di dimenticarsi di compiere un’ azione fondamamare-se-stessi3.jpgentale e per niente banale nella vita di ognuno: prendersi cura di se stessi.
Dare per scontata la propria persona è un grandissimo errore che per diversi motivi è, però, estremamente frequente ed ha delle ripercussioni sul benessere psicofisico di ognuno. L’ avere cura di sé ha infatti a che fare con il valore personale che ci si attribuisce e, al tempo stesso, è proprio l’ occuparsi di se stessi che  permette di sentirsi a proprio agio con sè, aumentando la propria autostima.

Ecco alcuni passi da compiere per imparare o ricominciare ad amarsi di più:

Concedersi il tempo

La prima cosa da fare è imparare a ritagliarsi degli spazi solo per sé.
Che si tratti di praticare uno sport, di ascoltare musica, di meditare, disegnare o di leggere un buon libro, riuscire a fermare il tempo in una giornata fatta di eventi che si susseguono a velocità vertiginose, è un primo fondamentale modo di riconoscere a se stessi di meritare uno spazio privilegiato e unico per staccare la spina e regalarsi del tempo per fare cose piacevoli.

Evitare i vampiri emotivi

Ossia evitare tutte quelle persone che, caratterizzate da una tendenza al pessimismo, all’ egoismo, all’ immaturità, all’ aggressività, succhiano lentamente energia a chi sta loro intorno, nutrendosene e lasciando la vittima priva di vitalità. Hanno un’ azione molto lenta e protratta nel tempo e siccome sono, in genere, persone con cui si intraprende un rapporto di vicinanza, la gran parte delle volte si tratta di amici, familiari o partners ed è per questo che, tenerli lontani risulta particolarmente difficile, sebbene indispensabile. La loro azione protratta nel tempo può avere ripercussioni psicofisiche ed è per questo che è fondamentale riconoscerli e tenerli lontani.amare-se-stessi4.jpg
Ci si rende conto di avere a che fare con uno di loro quando, improvvisamente, l’ umore cambia e diventa depresso, ci si sente tristi, scarichi, deboli, svuotati della propria energia senza una reale motivazione apparente e proprio mentre ci si indebolisce loro, spesso senza rendersene conto, si ricaricano.
Pertanto, quando ci si relaziona ad un vampiro emotivo la cosa più importante da fare è imparare a tenerlo lontano senza farsi prendere dai sensi di colpa (che loro tendono generalmente ad alimentare per mantenere la relazione), stabilendo dei confini e senza cadere nella loro “trappola”, evitando così di farsi “vampirizzare”.

Esprimere agli altri i propri bisogni

Sebbene ci piacerebbe, gli altri non possiedono la capacità di capire cosa abbiamo nella mente, quali sono le cose di cui avremmo bisogno e, per evitare di rimanere incastrati in fastidiosi “non detti” fatti di fraintendimenti e inevitabili incomprensioni, è importante imparare ad essere assertivi, ad esprimere sempre, cioè, i nostri pensieri, senza paura.
È fondamentale, a tal proposito, anche acquisire la capacità di dire no qualora sentiamo essere la scelta migliore per noi stessi.
Non è certo compiacendo sempre gli altri, infatti, che possiamo imparare ad attribuirci più valore!

Accettare i propri limiti

Nessuno di noi è onnipotente; ognuno, anzi, possiede difetti, imperfezioni e compie costantemente errori che lo rendono perfetto nella propria unica imperfezione.
Ovviamente è molto importante e stimolante impegnarsi per tirare fuori sempre il meglio di sé, ma credo che sia altrettanto fondamentale accettare talvolta amare se stessi2di avere delle limitazioni che devono essere accolte come parti di se stessi non da condannare ma da comprendere ed elaborare.
Smetterla di seguire un’ ideale di perfezione irraggiungibile per prendere coscienza del fatto che può capitare di sbagliare, evitando di colpevolizzarsi in maniera eccessiva, è un altro step di fondamentale importanza per imparare ad accudirsi.

Farsi un regalo

Ogni tanto ci vuole. Un fiore, un abito, un orologio, un viaggio..qualunque cosa ci piacerebbe ricevere per regalo possiamo..auto-regalarcelo! Un piccolo premio, una ricompensa, un gesto carino verso di sé per ricordarsi che abbiamo un valore, che ci amiamo, che siamo bravi e che quindi.. meritiamo un presente!

Coccolarsi

Che si tratti di concedersi un bagno caldo, un massaggio rilassante o una cenetta cucinata con dedizione, le coccole rivolte a se stessi sono molto importanti e gradevoli. Ci si aspetta sempre che siano gli altri ad avere un pensiero per noi e quando ciò non avviene si tende a sentirsi non amati e non considerati, ma se non si è in grado per primi di regalarsi piccole attenzioni, come possiamo pretendere che siano gli altri a farlo..?

Fare pulizia

Quando si fa ordine nell’ armadio, nei cassetti, in casa, si sistemano anche i pensieri. Togliere la polvere, spazzare, addoppiare e spostare oggetti sono tutti gesti che, metaforicamente, permettono di trovare un filo logico anche dentro di noi.
amare-se-stessi1.jpgFare pulizia permette infatti di concentrare l’ attenzione sul proprio mondo interiore, riconoscere i propri valori e imparare a percepire la propria essenza, entrando in contatto con i propri sensi. Ogni volta che ciò avviene, ogni donna (o uomo), da un punto di vista archetipico, attiva la dea del focolare, Estia.

Mettersi in gioco

Ovvero, aprirsi al mondo, sempre. Essere sempre curiosi di conoscere nuove persone, esplorare nuovi luoghi, sentire nuove storie, sono tutte esperienze fondamentali per entrare in contatto e approfondire parti di noi stessi di cui magari non siamo del tutto consapevoli e alle quali, quindi, non siamo soliti dare importanza, ma che in realtà ci rappresentano e che, senza saperlo, fremono per uscire allo scoperto. Per questo rapportarsi all’ esterno è un’ opportunità preziosa, grazie alla quale non possiamo che uscire arricchiti.

“Amare se stessi è l’ inizio di un idillio che dura una vita” – O. Wilde

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Difendersi dall’ angoscia: i meccanismi di difesa.

meccanismi-di-difesa

Sebbene il termine difesa tenda ad assumere una connotazione negativa, tale fenomeno in ambito psicologico possiede, in realtà, anche funzioni positive.
I meccanismi di difesa, a cui ogni essere umano ricorre fin dall’ infanzia, si manifestano infatti come adattamenti sani che continuano ad operare per tutta la vita, difendendo il Sé da potenziali minacce sia interne che esterne.
Proprio da questa funzione protettiva prende il nome questo meccanismo mentale che si attiva generalmente quando un sentimento si fa troppo intenso e minaccioso per chi lo vive. Pertanto, è proprio grazie ai meccanismi di difesa che siamo in grado di affrontare le sfide della vita quotidiana rimanendo equilibrati e mantenendo una certa stabilità emotiva.
Nonostante questo, quando tali meccanismi diventano le modalità privilegiate per relazionarsi agli altri e rapportarsi a se stessi indipendentemente dalla situazione, diventano troppo rigidi permanendo anche quando non sono necessari e si presentano costantemente nella vita del soggetto provocando disagio, diventano, ovviamente, disadattavi.
Ognuno possiede alcune difese privilegiate che, nel tempo, diventano parte integrante della propria personalità determinando la modalità per rapportarsi e affrontare i problemi quotidiani.  Vediamo insieme quelle più comuni.

 * Proiezione e introiezione *

Possono essere considerate due facce della stessa medaglia in quanto in entrambe si assiste ad una mancanza di confine psicologico tra sé e il mondo.
Nella proiezione qualcosa di interno viene vissuto come proveniente dall’ esterno; nelle sue forme più mature è alla base dell’ empatia, rendendo chi vi ricorre intuitivo ed emotivo. Molto spesso però può avvenire che vengano proiettati sugli altri sentimenti e aspetti di sé non apprezzati, con la possibilità di generare fraintendimenti o altre difficoltà relazionali.
Nell’ introiezione si sviluppa il processo opposto per cui la persona percepisce proveniente dall’ interno qualcosa che è, in realtà, esterno. Nella sua forma benigna questo meccanismo difensivo porta ad identificarsi con persone importanti, ma possiede anch’esso un aspetto distruttivo di cui il più noto è l’ identificazione con l’ aggressore, situazione che si verifica spesso in coloro che, in condizioni di maltrattamento e forte paura, tendono a padroneggiare la sofferenza assumendo le caratteristiche del maltrattante. Chi ricorre regolarmente all’ introiezione tende a sperimentare un umore depresso, in caso di perdita di una persona importante, per esempio, può avere la sensazione di perdere una parte della propria identità, tanto ne era stata interiorizzata l’ immagine.

*Rimozione*

Rimuovere vuol dire dimenticare: quando un evento o una consapevolezza sono talmente sconcertanti da diventare inaccettabili, possono essere consegnate direttamente all’ inconscio. La rimozione è un meccanismo molto evoluto e permette di non essere sopraffatti dalla vastità degli impulsi, dei sentimenti, dei ricordi e delle immagini di cui siamo quotidianamente coscienti; d’ altro canto, come tutti i meccanismi può diventare problematica quando fallisce nella sua funzione, elimina anche certi aspetti di vita positivi e agisce escludendo altri meccanismi efficaci.

*Regressione*

Si tratta di un meccanismo estremamente semplice che consiste nel ricadere in comportamenti tipici di età già superate ma, affinchè possa essere considerato tale, deve essere inconscio. Esempi quotidiani sono il mangiarsi le unghie o fumare, ricercando una protezione che richiama quella del capezzolo materno durante l’ allattamento.

*Isolamento*

Questo meccanismo di difesa permette di gestire l’ angoscia e altri stati mentali dolorosi isolando il sentimento e quindi la componente affettiva dal suo aspetto più razionale.
L’ esperienza continua ad essere presente nella coscienza, ma è svincolata dal suo significato emotivo. Tale modalità acquisisce un enorme valore in alcune circostanze: i chirurghi, per esempio, lavorano in maniera efficace proprio grazie all’ adozione di questo meccanismo, cosa che non riuscirebbero a fare se fossero costantemente sintonizzati sulla sofferenza fisica dei propri pazienti.
Quando questa difesa diventa una modalità costante, però, facendo sì che si verifichi una sopravvalutazione del pensiero a discapito del sentimento, si può strutturare un carattere di tipo ossessivo, piuttosto rigido e percepito dagli altri come freddo.

*Spostamento*

Si fa uso di questo meccanismo quando una pulsione, un’ emozione, una preoccupazione o un qualsiasi comportamento viene diretto dal suo oggetto iniziale a un altro, dato che il primo provoca ansia. Ne facciamo esperienza quando, per esempio, dopo aver subito un rimprovero dal proprio capo di lavoro, si torna a casa sbraitando contro il partner che si arrabbia con i figli che, a loro volta, se la prendono col cane.
Chi vi ricorre quotidianamente, con buone probabilità, è caratterizzato da una personalità fobica che lo porta ad esprimere una paura non rivolgendosi in modo diretto alla causa, ma ad un oggetto in grado di simbolizzarla come accade in chi è terrorizzato dai ragni che, secondo la prospettiva psicanalitica Freudiana, nasconde un significato inconscio di soffocamento materno.
Non bisogna dimenticare però che, nella sua forma benigna, questo meccanismo è anche molto produttivo: permette infatti di trasformare l’ energia aggressiva in un’ attività positiva, come per esempio, decidere di fare sport per “scaricarsi”.

*Sublimazione*

La sublimazione in generale viene considerata una difesa “buona” in quanto consiste nel deviare certe pulsioni (talvolta potenzialmente distruttive) verso mète più intellettuali e adattive. In questo modo, per esempio, il dentista sublima il sadismo, un artista l’ esibizionismo, un avvocato il desiderio di uccidere i propri nemici, permette quindi di scaricare un impulso senza “arrecare danni” a se stessi o agli altri. A mio avviso l’ unico rischio connesso ad un eccessivo ricorso alla sublimazione è quello di finire col reprimere (ossia soffocare) certe pulsioni che avrebbero bisogno di essere scaricate per come si presentano.

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Non è ovviamente possibile in un unico articolo esplorare tutti i meccanismi a cui ognuno di noi fa quotidianamente ricorso per salvaguardare se stesso da stati ansiogeni e angoscianti; ne esistono molti altri che possiedono valore adattivo ma che, se usati in maniera esclusiva, possono diventare patologici.
Penso e spero che questi illustrati possano però già fornire dei buoni spunti di riflessione utili alla crescita personale di ognuno.

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