Sistemare i cassetti..per fare ordine dentro di Sè!

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Ti è mai capitato di sentire il forte bisogno di sistemare la stanza, la casa, l’ auto?
Di buttare via vecchi oggetti, disporre in modo diverso l’ arredo, di mettere ordine tra armadi e cassetti o di stracciare con soddisfazione carte inutili?
Sebbene pulire e riordinare gli spazi quotidiani sia una necessità di routine (vissuta talvolta come doverosa e fastidiosa) spesso, dietro questa esigenza, si nasconde un vero e proprio desiderio di fare pulizia dentro di sé, liberandosi di alcuni pesi e facendo, così, spazio al nuovo.
È proprio questo il motivo per cui ordinare fisicamente gli oggetti può talvolta essere un mezzo tramite il quale si tenta di disciplinare il proprio Sé. In particolare, quando si presenta il desiderio di dare via vecchi vestiti, si decide di pulire angoli dove di solito non si arriva o si resetta il pc, è probabile che ciò che spinge all’ azione sia proprio il bisogno di cambiare noi stessi.
Avviene quindi che i movimenti che si compiono nel mettere a posto si riflettano metaforicamente nella dimensione psicologica permettendo di “spolverare” al proprio interno, eliminando i residui accumulati nel tempo.
Ogni volta che si percepisce questo bisogno, si entra in contatto con quella parte di sé governata dall’ archetipo di Estia; è proprio la sua attivazione, infatti, che consente di stabilire un legame con i valori personali, mettendo a fuoco ciò che è significativo a livello personale.
Grazie a questa prospettiva interiore, con cui si entra in contatto anche con l’ azione del riordinare, è possibile fare chiarezza in mezzo alla grande varietà di stimoli che si presentano costantemente ai nostri sensi, generando talvolta confusione.
Ecco perché svolgere mansioni di questo tipo permette di esperire un senso di armonia interiore, facilitando la concentrazione e determinando un vero e proprio nutrimento per l’ anima.

Come si può imparare ad entrare in contatto con questa parte di sé?

Alcune persone (quelle che hanno, appunto, particolarmente sviluppato in sé l’ archetipo Estia), sentono il bisogno di immergersi spontaneamente in una dimensione di solitudine e contemplazione, allo scopo di  “ritrovarsi”; sono pertanto in grado di “rinnovare il proprio guardaroba” ogni volta che ne sentono il  bisogno, trovando una nuova logica alla sistemazione delle cose e mostrandosi aperte a riordinare le idee con una certa ciclicità.
Per altre, “aprire le finestre” e dare aria agli armadi può risultare meno istintivo ma non per questo meno importante o realizzabile.spolverare-dentro-di-se
Entrare in contatto con la parte più “estiana” di sé (parte ovviamente presente nelle donne ma anche negli uomini) presuppone innanzi tutto la capacità di sapersi ritagliare spazio e tempo per dedicarsi alla cura del proprio ambiente, e quindi di sé.
Ogni gesto compiuto per fare ordine deve essere vissuto come un’ opportunità per liberare la mente, svuotarla dai pensieri e riempirla di energia positiva.
È importante svolgere un compito alla volta, dedicando tutto il tempo che occorre all’ esecuzione di quella determinata incombenza, lasciandosi assorbire come se si stesse eseguendo una cerimonia, sperimentando un senso di libertà e tranquillità ad ogni singolo movimento.
In questo modo si può riuscire a raggiungere un buon livello di pace interiore tramite il quale è possibile  soffocare il “chiacchierio” della mente che troppo frequentemente impedisce di concentrarsi rendendo così possibile ascoltare quelli che sono i reali bisogni ordinando le idee e trovare la spinta per realizzare un cambiamento.

Riferimento Bibliografico:
– Bolen J. S. (1984), Le Dee dentro la donna, Casa Editrice Astrolabio-Ubaldini Editore, Roma, 1991.

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Sintomi depressione: malumore d’ Autunno, il Disturbo Affettivo Stagionale.

Sintomi depressione: malumore d’ Autunno, il Disturbo Affettivo Stagionale.

Sintomi depressione – È iniziato l’Autunno, la stagione in cui la natura si manifesta nei suoi colori più brillanti, nei suoi sapori e odori più intesi che riportano a contatto con la terra.

È il periodo in cui si abbandona il caldo torrido dell’ estate e ci si prepara al freddo inverno godendo ancora di qualche debole raggio di sole e, sebbene per molti questo periodo sia atteso con entusiasmo, per altri può essere difficile affrontarlo con la giusta carica.

Molto spesso, infatti, il passaggio da una stagione all’ altra (in particolare dall’ estate all’ autunno, ma anche dall’ inverno alla primavera) può essere accompagnato da una diminuzione del tono dell’ umore e da altri fastidiosi sintomi associati.

Si parla, in tali circostanze, di Disturbo Affettivo Stagionale, un malessere caratterizzato da una serie di modificazioni delle condizioni psicologiche e fisiche di chi ne soffre che si presentano soltanto in specifici periodi dell’ anno, scomparendo completamente in altri.

Come capire se ne stai soffrendo anche tu?

È importante, per prima cosa, partire dal presupposto che questo tipo di sintomatologia è collegato essenzialmente ad un’ alterazione del tono dell’ umore per lo più in senso depressivo.

sintomi depressione, disturbo bipolare, psicologo firenze, psicoterapeuta firenze, ansia sintomi, ilaria viscontiLa tristezza pertanto, sottoposta quotidianamente ad un’ oscillazione continua in risposta a tantissime condizioni fisiche e mentali, è una delle maggiori caratteristiche che contraddistingue questo disturbo, presentandosi in maniera pressoché costante.

Chi ne soffre, infatti, tende a percepire, solo nei cambi stagionali una serie di fastidi tra cui, i più diffusi sono malinconia, nervosismo ingiustificato, facilità al pianto e difficoltà di concentrazione.

Non solo, in autunno, la stanchezza diventa talmente eccessiva da tradursi in desiderio di dormire tutto il giorno, la spossatezza si fa talmente marcata da ridurre al minimo le attività quotidiane, evitando situazioni sociali e sperimentando un calo del desiderio sessuale.

Tutto ciò permette di risparmiare il più possibile le energie percepite come deboli, l’ unica cosa in aumento è l’ appetito, nello specifico di zuccheri e carboidrati.

Un comportamento, come è facile notare, molto simile a quello che presentano gli animali prima di prepararsi al letargo che, facendo scorte per l’ inverno, si chiudono nelle loro tane e si preparano a dormire per un lungo periodo.

Perchè mi capita?

Sebbene le cause di questo fastidio non siano ancora del tutto chiare, sulla base dell’ evidenza che il disturbo è più frequente nei Paesi in cui la quantità di luce è bassa, si pensa che una motivazione importante al cambio di umore sia determinata dalla scarsità delle ore giornaliere.

Nello specifico ciò potrebbe dipendere dall’ impatto che la luce ha sulla ghiandola pineale, una struttura presente nel cervello e che produce melatonina eliminando la serotonina, nota come l’ “ormone del buonumore” e favorendo, quindi, l’ emergere di un umore triste e depresso con i conseguenti sintomi associati.sintomi depressione, disturbo bipolare, psicologo firenze, psicoterapeuta firenze, ansia sintomi, ilaria visconti

Tale combinazione (aumento di melatonina/diminuzione di serotonina), inoltre, influenza gli “orologi interni” (ritmi circadiani), sincronizzati per rispondere prontamente ai cambiamenti nel ritmo di luce e buio presenti in ogni stagione, creando una sorta di “confusione interna” che genera disagio.

È comunque necessario tener presente del fatto che chi soffre di un disturbo depressivo già conclamato assiste, nei cambi stagionali, ad un peggioramento della sintomatologia.

Ciò può essere in grado di spiegare, almeno in parte, il motivo per cui non tutti risentono, a livello umorale, dei cambi stagionali: si può pertanto ipotizzare che chi li accusa presenti una personalità orientata in senso depressivo che lo rende particolarmente sensibile alle variazioni climatiche.

Cosa posso fare?

Un tipo di trattamento utile a ridurre il disagio provocato dal cambio di stagione è la Fototerapia (Light Therapy) che prevede l’ esposizione alla luce artificiale nei cambi stagionali al fine di riequilibrare il ritmo circadiano interno del corpo, favorendo in tal modo la produzione dell’ “ormone del buonumore” stimolata, nei mesi caldi, dai raggi solari.

Tuttavia, essendo una delle caratteristiche principali del disturbo un abbassamento del tono dell’ umore, una buona idea è sicuramente quella di affrontare l’ argomento all’ interno di un contesto psicoterapeutico.

Grazie all’ aiuto di un professionista, può essere così possibile comprendere ed elaborare le cause che stanno alla base dell’ umore depresso, dando loro un nuovo significato e potenziando le proprie risorse per fronteggiare tali periodo complessi sulla base di nuove consapevolezze. 

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Se ti innamori sempre di “Peter Pan”, forse soffri della “Sindrome di Wendy”.

“Wendy balza giù dal letto per correre a stringere tra le braccia Peter, ma lui si scosta; pur senza saperne la ragione, lui sa che deve scostarsi.”

Si parla di Sindrome di Peter Pan per riferirsi a quella tendenza presente negli uomini che, al pari del famoso personaggio di James M. Barrie si mostrano restii a crescere ed assumersi le proprie responsabilità. Proprio per la diffusione di questo fenomeno, che riguarda ormai un numero piuttosto notevole di uomini, negli ultimi anni si è assistito ad un crescente interesse rispetto al profilo psicologico del moderno Peter Pan.
La stessa enfasi, però, non sempre viene posta su tutte quelle donne “Wendy” che si innamorano di “Peter” immaturi e infantili finendo molto spesso “intrappolate” in una relazione squilibrata che non può che generare, a lungo andare, sofferenza.
Le donne Wendy possiedono caratteristiche generalmente opposte a quelle degli uomini Peter ma, nonostante questo, tale incastro che a colpo d’ occhio potrebbe sembrare complementare, risulta essere in realtà tossico in quanto totalmente sproporzionato. Cerchiamo di capire come.

                                                     Chi è Wendi?

Wendy è una bambina di circa dieci anni totalmente dedita e prodiga agli altri con un senso di responsabilità che, se sebbene possa sembrare un pregio, può non esserlo per una bimba così piccola che prova piacere, piuttosto che a giocare e divertirsi con gli altri ragazzini della sua età, a cucinare, cucire, accudire gli altri anziché mettere i propri bisogni al primo posto. La sua coscienziosità e serietà sono talmente forti ed il suo bisogno di accudire, proteggere e compiacere gli altri così intenso da comportarsi nei confronti del suo partner, come una mamma piuttosto che come una fidanzata.wendy3
Ed è così che le donne Wendy, sebbene siano ormai adulte, perpetuano questa loro tendenza con i propri uomini, proteggendoli dai loro conflitti interiori e cedendo a tutti i loro capricci con un atteggiamento di comprensione e accoglimento materno che le allontana, seppur inconsapevolmente, dal ruolo di fidanzate rendendole più “crocerossine” che compagne. Succede quindi che, nella convinzione che in quell’ “uomo/bambino” ci sia un partner potenzialmente meraviglioso, tutto quello che una donna Wendy può fare per non essere respinta è, nella sua mente, quella di esser sempre presente e impeccabile, paziente e premurosa, tollerando ogni strumentalizzazione infantile del proprio partner e sentendosi, anzi, rassicurata dal fatto che lui dipenda da lei.

Cosa si nasconde dietro al comportamento di Wendy?

Il bisogno di prendersi cura e sentirsi quindi indispensabile per gli altri corrisponde ad un bisogno di affetto: rendendosi amabile Wendy pensa di ridurre le probabilità di venire abbandonata dal partner, evenienza che la terrorizza in quanto la metterebbe strettamente in contatto con tutte le sue insicurezze e vulnerabilità più profonde.wendy
Ogni volta che accudisce qualcuno, la donna Wendy sta cercando di curare una ferita interiore di non accettazione, di vuoto interiore e di bassa autostima derivanti, con buone probabilità, dall’ attaccamento genitoriale.
Può darsi che la piccola Wendy sia stata abituata a credere che l’ amore debba essere conquistato e condizionato da comportamenti e gesti riempitivi e l’ idea quindi di essere semplicemente amata “senza riserve” non è contemplata nella sua mente bisognosa di continue conferme.

 Trasformarsi in Campanellino

Oltre alle donne Wendy, anche le donne “Campanellino” sono attratte dagli uomini Peter Pan ma, a differenza delle prime, ricercano dal partner spontaneità e crescita reciproca all’ interno di un rapporto ed è per questo che quando tali aspetti vengono meno la donna Campanellino, con un battito d’ ali, vola via..wendy2
L’ uomo Peter Pan intrappolato nell’ Isola-che-non-c’è sceglie generalmente una Wendy, incapace com’ è di fare a meno delle sue coccole e della sua comprensione e sarà proprio lei, col suo comportamento accondiscendente, a tenerlo al riparo dalla sua immaturità.
Quando però, lo stesso Peter Pan farà ritorno all’ Isola-che-non-c’è, è molto probabile che si metterà in cerca di una Campanellino con cui trascorrere la vita. A quel punto, infatti, ciò di cui Peter avrà bisogno sarà un amore maturo e adulto e sarà proprio questo tipo di donna ad attivare tutti quei “muscoli emotivi” che lui non sapeva neanche di avere.
In maniera analoga, se Wendy imparasse a sfruttare la carica grande di energia che giace dentro di sé ed iniziasse a dedicare a se stessa anziché agli altri le sue infinite risorse, potrebbe diventare una Campanellino che, stanca di fare da madre al suo uomo e desiderosa di essere un’ amante ad ogni effetto, potrebbe abbandonare quel partner che non la soddisfa andando alla ricerca di ciò di cui ha bisogno: un uomo vero che la ami incondizionatamente.

Riferimenti Bibliografici:

-Barrie, J. M. (1992), Peter Pan, il bambino che non voleva crescere. Universale Economica Feltrinelli (2008)
– Kiley, D. (1985), Gli uomini che hanno paura di crescere. Rizzoli Editore.

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Psicoterapeuta Firenze – Ecco 4 buoni motivi per cui puoi decidere di iniziare un percorso di crescita.

Psicoterapeuta Firenze – Rimettiti in forma con la psicoterapia

Psicoterapeuta Firenze – La fine dell’ estate segna generalmente l’ inizio di un nuovo ciclo in cui si cominciano o si riprendono attività lasciate in disparte o rimandate durante il periodo estivo.sintomi depressione, disturbo bipolare, psicologo firenze, psicoterapeuta firenze, ansia sintomi, ilaria visconti

È per questo che settembre è un momento privilegiato per decidere di prendersi cura di sé iniziando un’ attività fisica, cominciando una nuova dieta ma anche decidendo di intraprendere un percorso terapeutico.

Il pensiero più comune, ad oggi, è che ci si rivolga ad uno psicoterapeuta solo ed esclusivamente quando si avverte un malessere costante e prolungato nel tempo tanto da limitare le attività quotidiane; in pratica il momento adatto per iniziare un percorso di crescita personale sembra coincidere molto frequentemente con il momento in cui “non c’è altra alternativa”.

Nonostante nel tempo gli stereotipi rispetto alla psicoterapia si siano notevolmente ridotti, permane ancora una sorta di diffidenza rispetto al lavoro terapeutico che viene visto come il risultato di una debolezza e vulnerabilità che riguarda solo chi ha “qualche problema”.

In realtà, le motivazioni per decidere di iniziare un percorso di cambiamento e crescita personale sono tanti e non necessariamente associati ad un sintomo vero e proprio.

Dato che è una domanda che mi viene rivolta spesso, ho deciso di illustrare in questo articolo alcuni motivi per cui, a mio avviso, è una buona idea decidere di intraprendere un percorso terapeutico.

1. Quando si presenta un sintomo. Parto da qui proprio perché, come detto poco fa, il presentarsi di un segno rimane forse la principale motivazione che spinge a richiedere un aiuto specialistico. Il determinarsi, in maniera più o meno esplicita e profonda, di una sofferenza determina il desiderio di cercare un sostegno al fine di eliminarla. Ovviamente è una motivazione validissima in quanto, come sostiene Lacan, “il sintomo è una metafora” pertanto è possibile, analizzandolo all’ interno del contesto psicoterapeutico, comprendere la sofferenza che si cela dietro di esso, comprenderlo, dargli un nuovo significato e, infine, eliminarlo.

2. Quando si hanno difficoltà ad affrontare fasi di vita complesse. La vita è un’ opportunità straordinaria per ogni essere umano ma ciò non toglie che ponga talvolta di fronte a situazioni dolorose da affrontare. Che si tratti di un lutto, di una malattia, di un incidente, di una separazione, di un evento traumatico, del passaggio ad una successiva fase di vita, può avvenire che la vulnerabilità prenda il sopravvento rendendo particolarmente difficoltoso abituarsi ad un nuovo riassetto della propria  quotidianità. In questi casi può essere utile rivolgersi ad uno specialista al fine di essere accompagnato e sostenuto in un percorso di accettazione ed elaborazione della mutata realtà.

3. Quando si ripetono le stesse dinamiche controproducenti determinando sofferenza. Se ci si rende conto che, nonostante gli sforzi per evitarlo, la tendenza è quella di incappare sempre nelle stesse situazioni sgradevoli quali, ad esempio, attrarre una determinata tipologia di persone, vivere certi tipi di relazioni, suscitare negli altri specifiche reazioni, richiedere un aiuto professionale può essere molto utile. Generalmente, infatti, ciò avviene perché si è guidati da certe modalità costruite nel tempo sulla base degli scambi comunicavi e relazionali avuti con le figure significative e sulla base dei quali si è costruita la propria capacità di dare un senso al mondo che, di frequente, può risultare troppo rigida o deviata generando infelicità e insoddisfazione. Grazie all’ aiuto di un professionista è possibile comprendere le radici di tali modalità comportamentali, lavorare insieme al fine di modificarle e rompere certi circoli viziosi, migliorando la qualità della propria vita.

4. Quando si avverte il desiderio di conoscere meglio se stessi. In ultimo, ma non per ordine di importanza, si può decidere di intraprendere un percorso terapeutico “semplicemente” per conoscere meglio le proprie modalità di funzionamento, al fine di acquisire una maggiore consapevolezza di sè, di migliorare le proprie risorse e rafforzare le proprie potenzialità.
sintomi depressione, disturbo bipolare, psicologo firenze, psicoterapeuta firenze, ansia sintomi, ilaria viscontiLa falsa credenza secondo cui ci si rivolge al terapeuta soltanto qualora si presenti un problema ben preciso, oltre ad essere una convinzione limitante che crea una sorta di “stigmatizzazione” nei confronti di chi intraprende un percorso di crescita personale (sebbene, fortunatamente, ci sia ad oggi una maggiore apertura mentale rispetto all’ argomento) non tiene conto di un concetto fondamentale secondo il quale, come sostiene Jung, il fine ultimo del processo terapeutico non è quello di guarire quanto più quello di individuarsi, ossia di diventare la personalità che potenzialmente si è, fin dall’ inizio della vita.

“Datemi un uomo normale ed io lo guarirò” – C. G. Jung

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– PROMOZIONE ESTIVA –

IL BENESSERE PSICOLOGICO NON VA IN VACANZA!

5 euro di sconto su ogni seduta dal 21 Giugno al 30 Agosto 2016

Psicologia Estate

D’ estate si tende ad allentare con i ritmi quotidiani ed a rompere le routine, posticipando la ripresa di un’ attività o l’ inizio di qualcosa di nuovo ai mesi autunnali.
Ogni momento, però, è quello giusto per iniziare a prendersi cura del proprio benessere psicologico, dare un senso ad un  sintomo o affrontare una problematica persistente.
Per questo, dal 21 Giugno al 30 Agosto è attiva, per chi ne fa richiesta, la Promozione Estiva “Il Benessere Psicologico non va in vacanza”, che consiste nella riduzione di 5 euro sul prezzo totale di ogni seduta (fino al 30 Agosto) per chiunque decida di inziare un percorso terapeutico nei mesi estivi.

È possibile richiedere un appuntamento telefonando al 339.6034157 o scrivendo una mail all’ indirizzo: doc.ilariavisconti@gmail.com

“L’estate ammorbidisce le linee che il crudele inverno mostrava”
                                                                                                  John Geddes

 

 

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Sintomi depressione: mi sento spesso triste, ma non so perché..

Sintomi depressione: mi sento spesso triste, ma non so perché..

Sintomi depressione – Non tutte le giornate sono uguali tra loro e non tutte le persone vivono e fronteggiano le situazioni con le stesse modalità.

Sebbene ognuno sperimenti alterazioni quotidiane dell’ umore che sono assolutamente normali e influenzate da molti fattori, per alcuni la tristezza è un’ emozione particolarmente familiare che tende a presentarsi in modo costante e porta ad interpretare il mondo come se fosse osservato e vissuto attraverso una lente grigia.sintomi depressione, disturbo bipolare, psicologo firenze, psicoterapeuta firenze, ansia sintomi, ilaria visconti

Come spiegato in altri articoli, ognuno di noi elabora e dà un senso alla realtà circostante e alle situazioni che la caratterizzano, sulla base della propria capacità di organizzare le informazioni che possiede e questo è uno dei motivi per cui di fronte ad una situazione simile, la lettura che le persone ne fanno può essere anche molto diversa e, di conseguenza, è diverso il modo di rapportarsi ad essa.

Quando la tristezza tende ad essere l’ emozione prevalente orientando la personalità in senso depressivo, si hanno buone ragioni per pensare che, già dall’ infanzia, siano stati presenti eventi collegati alla perdita; che si sia trattato di una perdita reale o “soltanto” psicologica, è possibile che chi si scontra quotidianamente con sentimenti di vuoto, sconforto e demoralizzazione abbia vissuto precoci, frequenti e prolungati distacchi dalla figura di attaccamento.

Quando si verificano tali circostanze avviene che il bambino sviluppi, già da molto piccolo, aspettative di rifiuto e abbandono, senso di inferiorità, di colpa e una forte tendenza all’ autocritica che si traducono, durante la crescita, nella convinzione di non poter fare affidamento sugli altri e di poter, al contrario, contare solo su se stessi.

L’ identità  personale che si struttura a partire da questi presupposti, si basa pertanto su una valutazione di sé come persona negativa e non amabile, che può contare solo sulle proprie risorse (percepite però come limitate!) per affrontare le avversità della vita. L’ atteggiamento rispetto agli eventi è per lo più rassegnato e fatalista dato che la tendenza è quella di darsi “per vinti” già prima di tentare di fare qualcosa che viene considerata, a priori, una battaglia persa.

sintomi depressione, disturbo bipolare, psicologo firenze, psicoterapeuta firenze, ansia sintomi, ilaria viscontiChi struttura la propria personalità sulla base di tali principi sviluppa un atteggiamento verso la realtà caratterizzato da aspettative di esclusione, incapacità di accettare gratificazioni e piaceri incondizionati nonché la tendenza ad attribuire scarso valore agli obiettivi raggiunti, sebbene quando qualcosa di valido venga ottenuto, perde le sue caratteristiche di validità.

Ogni volta in cui si assiste ad una perdita nel corso della vita, chi ha sviluppato una personalità orientata in senso depressivo si trova a rivivere quel senso di abbandono sperimentato da piccolo, che lo porta a percepirsi fragile rispetto ai vissuti di solitudine che inevitabilmente associa a sentimenti di vuoto e disperazione.

Che si tratti di un oggetto tangibile, di un bene non materiale (per esempio la stima di qualcuno), di una delusione, della fantasia rispetto ad una perdita ipotetica nonché, ovviamente, a perdite concrete e gravi quali separazioni o lutti, si attivano sensazioni ed immagini di solitudine irreversibili.

Anziché reagire con una tristezza “costruttiva” che, sebbene fisiologica in situazioni di questo tipo, fornisce uno stimolo alla risoluzione di un problema, chi ha una personalità organizzata in senso depressivo replica isolandosi o dedicandosi in maniera costante agli altri non concedendosi il tempo per elaborare la perdita appena vissuta.
Questo innesca anzi un circolo nel quale, invece di confermarsi la possibilità di essere aiutati in caso di necessità, ci si ritrova sempre più soli.

La tristezza, al pari di tutte le emozioni, possiede un valore adattivo che è funzionale perché la sua presenza spinge chi la prova ad isolarsi e a chiudersi al mondo esterno mandando il messaggio che qualcosa non va e che c’è bisogno di aiuto per risollevarsi da una certa situazione.

Il paradosso è che, proprio chi la sperimenta di frequente e che quindi, con buone probabilità nasconde dentro di sé un’ organizzazione di personalità depressiva, sintomi depressione, ha imparato a doversi prendere cura di se stesso da solo, non rivolgendosi a chi gli sta intorno, ma contando solo ed esclusivamente sulle proprie forze e anzi prodigandosi, spesso fin troppo, per gli altri.

Un primo passo per poter rompere questo meccanismo di sintomi depressione può essere proprio quello di deresponsabilizzarsi e spogliarsi, pian piano, di tutte quelle credenze costruite nel corso della vita che plasmano un’ immagine di sé come persona di poco valore, fallimentare e non meritevole di amore, cercando di attribuire un nuovo significato al timore di essere abbandonato e ridimensionando la concezione di se stesso e della realtà circostante.

Puoi approfondire l’ argomento sui sintomi depressione leggendo un altro mio articolo sulla rivista psicologica on line PsicologiaOk.
Continue reading “Sintomi depressione: mi sento spesso triste, ma non so perché..”

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Amore dopo Amore

Tempo verràamarsi
in cui, con esultanza,
saluterai te stesso arrivato
alla tua porta, nel tuo proprio specchio,
e ognuno sorriderà al benvenuto dell’altro
e dirà: Siedi qui. Mangia.
Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io.
Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
a se stesso, allo straniero che ti ha amato
per tutta la tua vita, che hai ignorato
per un altro e che ti sa a memoria.
Dallo scaffale tira giù le lettere d’amore,
le fotografie, le note disperate,
sbuccia via dallo specchio la tua immagine.
Siediti. È festa: la tua vita è in tavola.

Derek Walcott

*****

Per accettare se stessi è necessario compiere un percorso dentro di sè, alla scoperta di sè.
È necessario spogliarsi delle proprie paure, osservare le proprie ombre allo specchio e anche, perchè no, non riconoscersi nell’ immagine che si vede riflessa.
Soltanto mettendosi in discussione e prendendo coscienza dei propri limiti è possibile scoprire le proprie “parti oscure” e integrarle all’ immagine di sè, arrivando ad un’ accettazione completa e consapevole di ciò che siamo..iniziando, finalmente, ad essere felici.

 

 

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Prendersi cura di sè: istruzioni per l’ uso.

Persi nella vita frenetica di ogni giorno, abituati a fare le cose di corsa, a passarespacer spacermentalmente da un pensiero all’ altro ripetendo una sequenza di azioni in maniera quasi automatica, può avvenire di dimenticarsi di compiere un’ azione fondamamare-se-stessi3.jpgentale e per niente banale nella vita di ognuno: prendersi cura di se stessi.
Dare per scontata la propria persona è un grandissimo errore che per diversi motivi è, però, estremamente frequente ed ha delle ripercussioni sul benessere psicofisico di ognuno. L’ avere cura di sé ha infatti a che fare con il valore personale che ci si attribuisce e, al tempo stesso, è proprio l’ occuparsi di se stessi che  permette di sentirsi a proprio agio con sè, aumentando la propria autostima.

Ecco alcuni passi da compiere per imparare o ricominciare ad amarsi di più:

Concedersi il tempo

La prima cosa da fare è imparare a ritagliarsi degli spazi solo per sé.
Che si tratti di praticare uno sport, di ascoltare musica, di meditare, disegnare o di leggere un buon libro, riuscire a fermare il tempo in una giornata fatta di eventi che si susseguono a velocità vertiginose, è un primo fondamentale modo di riconoscere a se stessi di meritare uno spazio privilegiato e unico per staccare la spina e regalarsi del tempo per fare cose piacevoli.

Evitare i vampiri emotivi

Ossia evitare tutte quelle persone che, caratterizzate da una tendenza al pessimismo, all’ egoismo, all’ immaturità, all’ aggressività, succhiano lentamente energia a chi sta loro intorno, nutrendosene e lasciando la vittima priva di vitalità. Hanno un’ azione molto lenta e protratta nel tempo e siccome sono, in genere, persone con cui si intraprende un rapporto di vicinanza, la gran parte delle volte si tratta di amici, familiari o partners ed è per questo che, tenerli lontani risulta particolarmente difficile, sebbene indispensabile. La loro azione protratta nel tempo può avere ripercussioni psicofisiche ed è per questo che è fondamentale riconoscerli e tenerli lontani.amare-se-stessi4.jpg
Ci si rende conto di avere a che fare con uno di loro quando, improvvisamente, l’ umore cambia e diventa depresso, ci si sente tristi, scarichi, deboli, svuotati della propria energia senza una reale motivazione apparente e proprio mentre ci si indebolisce loro, spesso senza rendersene conto, si ricaricano.
Pertanto, quando ci si relaziona ad un vampiro emotivo la cosa più importante da fare è imparare a tenerlo lontano senza farsi prendere dai sensi di colpa (che loro tendono generalmente ad alimentare per mantenere la relazione), stabilendo dei confini e senza cadere nella loro “trappola”, evitando così di farsi “vampirizzare”.

Esprimere agli altri i propri bisogni

Sebbene ci piacerebbe, gli altri non possiedono la capacità di capire cosa abbiamo nella mente, quali sono le cose di cui avremmo bisogno e, per evitare di rimanere incastrati in fastidiosi “non detti” fatti di fraintendimenti e inevitabili incomprensioni, è importante imparare ad essere assertivi, ad esprimere sempre, cioè, i nostri pensieri, senza paura.
È fondamentale, a tal proposito, anche acquisire la capacità di dire no qualora sentiamo essere la scelta migliore per noi stessi.
Non è certo compiacendo sempre gli altri, infatti, che possiamo imparare ad attribuirci più valore!

Accettare i propri limiti

Nessuno di noi è onnipotente; ognuno, anzi, possiede difetti, imperfezioni e compie costantemente errori che lo rendono perfetto nella propria unica imperfezione.
Ovviamente è molto importante e stimolante impegnarsi per tirare fuori sempre il meglio di sé, ma credo che sia altrettanto fondamentale accettare talvolta amare se stessi2di avere delle limitazioni che devono essere accolte come parti di se stessi non da condannare ma da comprendere ed elaborare.
Smetterla di seguire un’ ideale di perfezione irraggiungibile per prendere coscienza del fatto che può capitare di sbagliare, evitando di colpevolizzarsi in maniera eccessiva, è un altro step di fondamentale importanza per imparare ad accudirsi.

Farsi un regalo

Ogni tanto ci vuole. Un fiore, un abito, un orologio, un viaggio..qualunque cosa ci piacerebbe ricevere per regalo possiamo..auto-regalarcelo! Un piccolo premio, una ricompensa, un gesto carino verso di sé per ricordarsi che abbiamo un valore, che ci amiamo, che siamo bravi e che quindi.. meritiamo un presente!

Coccolarsi

Che si tratti di concedersi un bagno caldo, un massaggio rilassante o una cenetta cucinata con dedizione, le coccole rivolte a se stessi sono molto importanti e gradevoli. Ci si aspetta sempre che siano gli altri ad avere un pensiero per noi e quando ciò non avviene si tende a sentirsi non amati e non considerati, ma se non si è in grado per primi di regalarsi piccole attenzioni, come possiamo pretendere che siano gli altri a farlo..?

Fare pulizia

Quando si fa ordine nell’ armadio, nei cassetti, in casa, si sistemano anche i pensieri. Togliere la polvere, spazzare, addoppiare e spostare oggetti sono tutti gesti che, metaforicamente, permettono di trovare un filo logico anche dentro di noi.
amare-se-stessi1.jpgFare pulizia permette infatti di concentrare l’ attenzione sul proprio mondo interiore, riconoscere i propri valori e imparare a percepire la propria essenza, entrando in contatto con i propri sensi. Ogni volta che ciò avviene, ogni donna (o uomo), da un punto di vista archetipico, attiva la dea del focolare, Estia.

Mettersi in gioco

Ovvero, aprirsi al mondo, sempre. Essere sempre curiosi di conoscere nuove persone, esplorare nuovi luoghi, sentire nuove storie, sono tutte esperienze fondamentali per entrare in contatto e approfondire parti di noi stessi di cui magari non siamo del tutto consapevoli e alle quali, quindi, non siamo soliti dare importanza, ma che in realtà ci rappresentano e che, senza saperlo, fremono per uscire allo scoperto. Per questo rapportarsi all’ esterno è un’ opportunità preziosa, grazie alla quale non possiamo che uscire arricchiti.

“Amare se stessi è l’ inizio di un idillio che dura una vita” – O. Wilde

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Difendersi dall’ angoscia: i meccanismi di difesa.

meccanismi-di-difesa

Sebbene il termine difesa tenda ad assumere una connotazione negativa, tale fenomeno in ambito psicologico possiede, in realtà, anche funzioni positive.
I meccanismi di difesa, a cui ogni essere umano ricorre fin dall’ infanzia, si manifestano infatti come adattamenti sani che continuano ad operare per tutta la vita, difendendo il Sé da potenziali minacce sia interne che esterne.
Proprio da questa funzione protettiva prende il nome questo meccanismo mentale che si attiva generalmente quando un sentimento si fa troppo intenso e minaccioso per chi lo vive. Pertanto, è proprio grazie ai meccanismi di difesa che siamo in grado di affrontare le sfide della vita quotidiana rimanendo equilibrati e mantenendo una certa stabilità emotiva.
Nonostante questo, quando tali meccanismi diventano le modalità privilegiate per relazionarsi agli altri e rapportarsi a se stessi indipendentemente dalla situazione, diventano troppo rigidi permanendo anche quando non sono necessari e si presentano costantemente nella vita del soggetto provocando disagio, diventano, ovviamente, disadattavi.
Ognuno possiede alcune difese privilegiate che, nel tempo, diventano parte integrante della propria personalità determinando la modalità per rapportarsi e affrontare i problemi quotidiani.  Vediamo insieme quelle più comuni.

 * Proiezione e introiezione *

Possono essere considerate due facce della stessa medaglia in quanto in entrambe si assiste ad una mancanza di confine psicologico tra sé e il mondo.
Nella proiezione qualcosa di interno viene vissuto come proveniente dall’ esterno; nelle sue forme più mature è alla base dell’ empatia, rendendo chi vi ricorre intuitivo ed emotivo. Molto spesso però può avvenire che vengano proiettati sugli altri sentimenti e aspetti di sé non apprezzati, con la possibilità di generare fraintendimenti o altre difficoltà relazionali.
Nell’ introiezione si sviluppa il processo opposto per cui la persona percepisce proveniente dall’ interno qualcosa che è, in realtà, esterno. Nella sua forma benigna questo meccanismo difensivo porta ad identificarsi con persone importanti, ma possiede anch’esso un aspetto distruttivo di cui il più noto è l’ identificazione con l’ aggressore, situazione che si verifica spesso in coloro che, in condizioni di maltrattamento e forte paura, tendono a padroneggiare la sofferenza assumendo le caratteristiche del maltrattante. Chi ricorre regolarmente all’ introiezione tende a sperimentare un umore depresso, in caso di perdita di una persona importante, per esempio, può avere la sensazione di perdere una parte della propria identità, tanto ne era stata interiorizzata l’ immagine.

*Rimozione*

Rimuovere vuol dire dimenticare: quando un evento o una consapevolezza sono talmente sconcertanti da diventare inaccettabili, possono essere consegnate direttamente all’ inconscio. La rimozione è un meccanismo molto evoluto e permette di non essere sopraffatti dalla vastità degli impulsi, dei sentimenti, dei ricordi e delle immagini di cui siamo quotidianamente coscienti; d’ altro canto, come tutti i meccanismi può diventare problematica quando fallisce nella sua funzione, elimina anche certi aspetti di vita positivi e agisce escludendo altri meccanismi efficaci.

*Regressione*

Si tratta di un meccanismo estremamente semplice che consiste nel ricadere in comportamenti tipici di età già superate ma, affinchè possa essere considerato tale, deve essere inconscio. Esempi quotidiani sono il mangiarsi le unghie o fumare, ricercando una protezione che richiama quella del capezzolo materno durante l’ allattamento.

*Isolamento*

Questo meccanismo di difesa permette di gestire l’ angoscia e altri stati mentali dolorosi isolando il sentimento e quindi la componente affettiva dal suo aspetto più razionale.
L’ esperienza continua ad essere presente nella coscienza, ma è svincolata dal suo significato emotivo. Tale modalità acquisisce un enorme valore in alcune circostanze: i chirurghi, per esempio, lavorano in maniera efficace proprio grazie all’ adozione di questo meccanismo, cosa che non riuscirebbero a fare se fossero costantemente sintonizzati sulla sofferenza fisica dei propri pazienti.
Quando questa difesa diventa una modalità costante, però, facendo sì che si verifichi una sopravvalutazione del pensiero a discapito del sentimento, si può strutturare un carattere di tipo ossessivo, piuttosto rigido e percepito dagli altri come freddo.

*Spostamento*

Si fa uso di questo meccanismo quando una pulsione, un’ emozione, una preoccupazione o un qualsiasi comportamento viene diretto dal suo oggetto iniziale a un altro, dato che il primo provoca ansia. Ne facciamo esperienza quando, per esempio, dopo aver subito un rimprovero dal proprio capo di lavoro, si torna a casa sbraitando contro il partner che si arrabbia con i figli che, a loro volta, se la prendono col cane.
Chi vi ricorre quotidianamente, con buone probabilità, è caratterizzato da una personalità fobica che lo porta ad esprimere una paura non rivolgendosi in modo diretto alla causa, ma ad un oggetto in grado di simbolizzarla come accade in chi è terrorizzato dai ragni che, secondo la prospettiva psicanalitica Freudiana, nasconde un significato inconscio di soffocamento materno.
Non bisogna dimenticare però che, nella sua forma benigna, questo meccanismo è anche molto produttivo: permette infatti di trasformare l’ energia aggressiva in un’ attività positiva, come per esempio, decidere di fare sport per “scaricarsi”.

*Sublimazione*

La sublimazione in generale viene considerata una difesa “buona” in quanto consiste nel deviare certe pulsioni (talvolta potenzialmente distruttive) verso mète più intellettuali e adattive. In questo modo, per esempio, il dentista sublima il sadismo, un artista l’ esibizionismo, un avvocato il desiderio di uccidere i propri nemici, permette quindi di scaricare un impulso senza “arrecare danni” a se stessi o agli altri. A mio avviso l’ unico rischio connesso ad un eccessivo ricorso alla sublimazione è quello di finire col reprimere (ossia soffocare) certe pulsioni che avrebbero bisogno di essere scaricate per come si presentano.

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Non è ovviamente possibile in un unico articolo esplorare tutti i meccanismi a cui ognuno di noi fa quotidianamente ricorso per salvaguardare se stesso da stati ansiogeni e angoscianti; ne esistono molti altri che possiedono valore adattivo ma che, se usati in maniera esclusiva, possono diventare patologici.
Penso e spero che questi illustrati possano però già fornire dei buoni spunti di riflessione utili alla crescita personale di ognuno.

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Non ho fame eppure mangio..perchè??

dap1Mangiare è un’ attività quotidiana di cui nessun essere vivente può fare a meno.
Il corpo necessita di nutrimento, da un punto di vista biologico ma non solo..quando si compie l’ azione di mangiare si  intrecciano tra loro aspetti culturali, sociali, sensoriali e psicologici. In ogni luogo esistono cibi tipici che richiamano la storia di una certa civiltà e la classica tendenza a consumare cibo in compagnia rimanda ad un aspetto goliardico e spensierato strettamente collegato alla socializzazione, così come alcuni sapori hanno la capacità di riportare indietro nel tempo. Il desiderio di mangiare è infine collegato alla vasta e complessa sfera emotiva: alcune emozioni particolarmente intense possono togliere o aumentare l’ appetito come avviene quando si è particolarmente arrabbiati, tristi o, al contrario, felici.
Quando si affronta il tema dell’ alimentazione, pertanto, ci si addentra in un argomento molto vasto e complesso che non  riguarda esclusivamente patologie eclatanti quali l’ anoressia o la bulimia ma si riferisce anche a tendenze  caratteristiche di coloro che ricorrono al cibo quando si trovano a contatto con emozioni intense.

Ma che tipo di personalità si nasconde dietro a tali abitudini alimentari..?

Iniziamo dicendo intanto che ognuno, fin dalla dap2primissima infanzia, costruisce la sua modalità di conoscenza del mondo grazie alla quale impara ad entrare in relazione con sé stesso e con l’ambiente circostante, attribuendo in questo modo significati ai propri stati interni ed esterni.
Assume, a tal proposito, un’ importanza fondamentale il sistema di attaccamento, ossia la modalità usata dal neonato  per entrare in contatto fisico con le figure di accudimento al fine di stabilire una relazione tra sè e il genitore.
Capita di frequente che le persone che tendono a gestire le proprie emozioni attraverso il cibo abbiano sperimentato un attaccamento ambiguo, instabile e confuso con le proprie figure genitoriali le quali, spesso, sentendosi impreparate per affrontare il nuovo difficile ruolo di genitore, hanno sperimentato un’ ansia che hanno tentato di gestire entrando in relazione col piccolo attraverso un’ alimentazione eccessiva e rispondendo ad ogni tentativo di contatto del neonato attraverso il cibo.
Si stabilisce così un rapporto che crea una sorta di circolo vizioso in cui il bambino provoca incertezza nei propri genitori i quali, con le loro riposte basate esclusivamente sul nutrimento, generano a loro volta confusione in lui  che non capisce quando è sazio o meno tendendo, inevitabilmente, ad associare il nutrimento ad emozioni percepite come ingestibili.
Essendo da sempre abituato ad essere anticipato nelle proprie decisioni e nel dover essere focalizzato su ciò che gli altri provano, l’ ormai adolescente ha un’ immagine di sé poco definita dove l’ unica possibilità di scelta è data dalla decisione di mangiare.
dap3Il senso di incertezza che ne consegue impedisce di costruirsi un’immagine di sé definita e diventa così fondamentale l’ opinione degli altri con la conseguente paura del giudizio che lo obbliga alla continua ricerca dell’approvazione altrui. Quando non ottiene tale approvazione, la sensazione di vuoto interiore che ne deriva viene etichettata come fame e ciò gli consente di utilizzare le modalità conosciute in famiglia per risolvere i problemi, evitando di riflettere sulle emozioni. Ed è così che l’ alimentazione diventa una vera e propria strategia in cui le aspettative di rifiuto provocano sensazioni di vuoto che vengono colmate col cibo, anche quando non c’è un bisogno fisiologico di nutrimento.
In questo modo avviene che, nella gestione di emozioni intense, dalla tristezza, alla rabbia, alla gioia, alle quotidiane circostanze stressanti, si possa avvertire il bisogno di rivolgersi al cibo come unica modalità per tenere a bada un’ ansia percepita come insopportabile e incontenibile.
Ogni volta si abbia il dubbio che a scatenare il desiderio di cibo non sia una fame reale ma piuttosto una fame “nervosa” credo possa essere d’aiuto chiedersi a cosa sia riconducibile quel vuoto che si sta tentando (invano) di riempire mangiando. È infatti probabile che quella sensazione di mancanza sia riferibile alla paura di non essere amati, riconosciuti e penso che quel senso di fame ingiustificata possa essere un’ ottima occasione per provare a dare un nome a tutte quelle emozioni e sentimenti che si nascondono dietro al bisogno di sentirsi coccolati e accettati, dagli altri..ma soprattutto da se stessi.

Puoi approfondire l’ argomento leggendo un altro mio articolo sulla rivista psicologica on line PsicologiaOk.

Riferimento Bibliografico:
– Reda, M.A. (1986), Sistemi cognitivi complessi e psicoterapia, Carocci Editore. Roma

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