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– PROMOZIONE ESTIVA –

IL BENESSERE PSICOLOGICO NON VA IN VACANZA!

5 euro di sconto su ogni seduta dal 21 Giugno al 30 Agosto 2016

Psicologia Estate

D’ estate si tende ad allentare con i ritmi quotidiani ed a rompere le routine, posticipando la ripresa di un’ attività o l’ inizio di qualcosa di nuovo ai mesi autunnali.
Ogni momento, però, è quello giusto per iniziare a prendersi cura del proprio benessere psicologico, dare un senso ad un  sintomo o affrontare una problematica persistente.
Per questo, dal 21 Giugno al 30 Agosto è attiva, per chi ne fa richiesta, la Promozione Estiva “Il Benessere Psicologico non va in vacanza”, che consiste nella riduzione di 5 euro sul prezzo totale di ogni seduta (fino al 30 Agosto) per chiunque decida di inziare un percorso terapeutico nei mesi estivi.

È possibile richiedere un appuntamento telefonando al 339.6034157 o scrivendo una mail all’ indirizzo: doc.ilariavisconti@gmail.com

“L’estate ammorbidisce le linee che il crudele inverno mostrava”
                                                                                                  John Geddes

 

 

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Bisogno di ordine e controllo – la Personalità Ossessiva.

Il bisogno di organizzare e dare un ordine al mondo nonché quello di avere un certo controllo sulle cose appartiene, in una certa misura, ad ogni essere umano.
personalità ossessiva 4Questa necessità è particolarmente evidente nell’ infanzia, periodo caratterizzato dalla presenza di atteggiamenti ripetitivi che hanno come obiettivo quello di ricercare precisione e regolarità nello svolgimento di qualsiasi banale routine quotidiana, generando un senso di sicurezza.
Con il passare del tempo questa tendenza si affievolisce ed il bisogno di controllare gli eventi si fa meno intenso sebbene talvolta si mantengano durante lo sviluppo alcune modalità che contribuiscono allo strutturarsi di una personalità con caratteristiche ossessive e ciò avviene in tutte quelle circostanze in cui viene stimolato un modo doppio e opposto di gestire la complessità del mondo.

Quali sono tali circostanze?

Nelle famiglie organizzate in modo ossessivo, in genere, almeno uno dei due genitori, sperimentando una difficoltà personale nel tradurre il suo affetto in contatto e carezze, anziché mandare segnali chiari al figlio, si esprime in modo ambivalente per cui, per esempio, di fronte al desiderio di contatto fisico, è in grado di fornire solo un attaccamento senza calore e ciò fa sì che il bambino percepisca agio e disagio contemporaneamente ogni volta che viene toccato.
Il figlio, alla costante ricerca di sicurezza, tende a stabilire un rapporto privilegiato proprio con il genitore che propone messaggi in modo razionale e freddo in quanto il suo essere prevedibile lo rassicura sebbene lo porti ad interpretare se stesso e il mondo attraverso schemi rigidi e inflessibili e proprio su tale inflessibilità continua a strutturarsi nelle varie fasi di crescita.
Il bambino, vivendo costantemente una realtà fatta di regole irremovibili, è continuamente portato ad avere visioni opposte sia di se stesso che dell’ ambiente circostante e ciò lo incoraggia ad organizzare la sua conoscenza del mondo in categorie estreme (buono/cattivo, giusto/sbagliato, bianco/nero).

Stressed man upset frustrated has too many thoughts with brain melting into lines

È per questo che, col passare del tempo, quel senso di “divisione dell’ io” che ogni essere umano sperimenta durante il periodo adolescenziale, viene vissuto, da chi ha una personalità organizzata in senso ossessivo, come il convivere, dentro di sé, di due persone completamente differenti tra loro. Pertanto, l’ unica soluzione per contenere l’ ansia di fronte a tale circostanza è quella di fare di tutto per confermare gli attributi del Sé positivo favorendo un’ immagine di sè come persona giusta e buona (e quindi amabile) evitando di fare in modo che si sviluppi il Sé negativo che rimanderebbe un’ immagine di persona sbagliata e cattiva.
Proprio per questo l’ ossessivo fa a se stesso una costante e rigida richiesta di perfezionismo: anziché accettare i normali limiti e le debolezze umane, al fine di potersi considerare valido ha bisogno di essere perfetto in tutto (“Se eseguo il lavoro perfettamente sono bravo, altrimenti non valgo nulla”) sebbene, generalmente, alle limitate circostanze di soddisfazione di sé si alternino le più costanti sensazioni di insufficienza. personalità ossessia 3
L’ atteggiamento verso l’ esterno non può che essere caratterizzato dalla ricerca costante di ordine che, ovviamente, non risulta mai adeguato e proprio tale necessità di certezza spinge l’ ossessivo a preoccuparsi per ogni minimo dettaglio, vagliando ogni possibilità di errore e dubitando di tutto; ogni situazione in cui viene richiesto di fare una scelta non fa altro che aumentare l’ ansia e spingere ad una continua ricerca di perfezione che, per definizione, non potrà mai essere raggiunta.
Il bisogno di categorizzare tipico di chi ha una personalità organizzata in senso ossessivo, è rassicurante perché permette di etichettare idee, pensieri, eventi, persone fornendo certezze che sono però soltanto apparenti e, semmai, molto limitanti.
La difficoltà di chi abbraccia questo tipo di personalità è quella di cogliere le infinite sfumature che si collocano tra due poli opposti del pensiero, tenendo conto solo delle alternative drastiche e non interessandosi delle innumerevoli soluzioni intermedie.
Modificare questa modalità di pensiero risulta spesso difficile soprattutto perché ci si trova a fare i conti con un giudice interno molto rigido che si è strutturato fin dall’ infanzia e che è sempre pronto a criticare senza mai  riconoscere i meriti.

Circus girl

Non è  però impossibile. Dopo aver preso atto di questa fragilità ciò che si deve imparare a fare è prendere confidenza con un atteggiamento flessibile, pronto a mettersi in gioco, a non giudicare e senza dimenticare mai che non esistono solo il bianco e il nero, ma anche il grigio..il giallo, il fucsia, il verde, il blu……

 Riferimento Bibliografico:

– Reda, M.A. (1986), Sistemi cognitivi complessi e psicoterapia, Carocci Editore. Roma

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Amore dopo Amore

Tempo verràamarsi
in cui, con esultanza,
saluterai te stesso arrivato
alla tua porta, nel tuo proprio specchio,
e ognuno sorriderà al benvenuto dell’altro
e dirà: Siedi qui. Mangia.
Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io.
Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
a se stesso, allo straniero che ti ha amato
per tutta la tua vita, che hai ignorato
per un altro e che ti sa a memoria.
Dallo scaffale tira giù le lettere d’amore,
le fotografie, le note disperate,
sbuccia via dallo specchio la tua immagine.
Siediti. È festa: la tua vita è in tavola.

Derek Walcott

*****

Per accettare se stessi è necessario compiere un percorso dentro di sè, alla scoperta di sè.
È necessario spogliarsi delle proprie paure, osservare le proprie ombre allo specchio e anche, perchè no, non riconoscersi nell’ immagine che si vede riflessa.
Soltanto mettendosi in discussione e prendendo coscienza dei propri limiti è possibile scoprire le proprie “parti oscure” e integrarle all’ immagine di sè, arrivando ad un’ accettazione completa e consapevole di ciò che siamo..iniziando, finalmente, ad essere felici.

 

 

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Difendersi dall’ angoscia: i meccanismi di difesa.

meccanismi-di-difesa

Sebbene il termine difesa tenda ad assumere una connotazione negativa, tale fenomeno in ambito psicologico possiede, in realtà, anche funzioni positive.
I meccanismi di difesa, a cui ogni essere umano ricorre fin dall’ infanzia, si manifestano infatti come adattamenti sani che continuano ad operare per tutta la vita, difendendo il Sé da potenziali minacce sia interne che esterne.
Proprio da questa funzione protettiva prende il nome questo meccanismo mentale che si attiva generalmente quando un sentimento si fa troppo intenso e minaccioso per chi lo vive. Pertanto, è proprio grazie ai meccanismi di difesa che siamo in grado di affrontare le sfide della vita quotidiana rimanendo equilibrati e mantenendo una certa stabilità emotiva.
Nonostante questo, quando tali meccanismi diventano le modalità privilegiate per relazionarsi agli altri e rapportarsi a se stessi indipendentemente dalla situazione, diventano troppo rigidi permanendo anche quando non sono necessari e si presentano costantemente nella vita del soggetto provocando disagio, diventano, ovviamente, disadattavi.
Ognuno possiede alcune difese privilegiate che, nel tempo, diventano parte integrante della propria personalità determinando la modalità per rapportarsi e affrontare i problemi quotidiani.  Vediamo insieme quelle più comuni.

 * Proiezione e introiezione *

Possono essere considerate due facce della stessa medaglia in quanto in entrambe si assiste ad una mancanza di confine psicologico tra sé e il mondo.
Nella proiezione qualcosa di interno viene vissuto come proveniente dall’ esterno; nelle sue forme più mature è alla base dell’ empatia, rendendo chi vi ricorre intuitivo ed emotivo. Molto spesso però può avvenire che vengano proiettati sugli altri sentimenti e aspetti di sé non apprezzati, con la possibilità di generare fraintendimenti o altre difficoltà relazionali.
Nell’ introiezione si sviluppa il processo opposto per cui la persona percepisce proveniente dall’ interno qualcosa che è, in realtà, esterno. Nella sua forma benigna questo meccanismo difensivo porta ad identificarsi con persone importanti, ma possiede anch’esso un aspetto distruttivo di cui il più noto è l’ identificazione con l’ aggressore, situazione che si verifica spesso in coloro che, in condizioni di maltrattamento e forte paura, tendono a padroneggiare la sofferenza assumendo le caratteristiche del maltrattante. Chi ricorre regolarmente all’ introiezione tende a sperimentare un umore depresso, in caso di perdita di una persona importante, per esempio, può avere la sensazione di perdere una parte della propria identità, tanto ne era stata interiorizzata l’ immagine.

*Rimozione*

Rimuovere vuol dire dimenticare: quando un evento o una consapevolezza sono talmente sconcertanti da diventare inaccettabili, possono essere consegnate direttamente all’ inconscio. La rimozione è un meccanismo molto evoluto e permette di non essere sopraffatti dalla vastità degli impulsi, dei sentimenti, dei ricordi e delle immagini di cui siamo quotidianamente coscienti; d’ altro canto, come tutti i meccanismi può diventare problematica quando fallisce nella sua funzione, elimina anche certi aspetti di vita positivi e agisce escludendo altri meccanismi efficaci.

*Regressione*

Si tratta di un meccanismo estremamente semplice che consiste nel ricadere in comportamenti tipici di età già superate ma, affinchè possa essere considerato tale, deve essere inconscio. Esempi quotidiani sono il mangiarsi le unghie o fumare, ricercando una protezione che richiama quella del capezzolo materno durante l’ allattamento.

*Isolamento*

Questo meccanismo di difesa permette di gestire l’ angoscia e altri stati mentali dolorosi isolando il sentimento e quindi la componente affettiva dal suo aspetto più razionale.
L’ esperienza continua ad essere presente nella coscienza, ma è svincolata dal suo significato emotivo. Tale modalità acquisisce un enorme valore in alcune circostanze: i chirurghi, per esempio, lavorano in maniera efficace proprio grazie all’ adozione di questo meccanismo, cosa che non riuscirebbero a fare se fossero costantemente sintonizzati sulla sofferenza fisica dei propri pazienti.
Quando questa difesa diventa una modalità costante, però, facendo sì che si verifichi una sopravvalutazione del pensiero a discapito del sentimento, si può strutturare un carattere di tipo ossessivo, piuttosto rigido e percepito dagli altri come freddo.

*Spostamento*

Si fa uso di questo meccanismo quando una pulsione, un’ emozione, una preoccupazione o un qualsiasi comportamento viene diretto dal suo oggetto iniziale a un altro, dato che il primo provoca ansia. Ne facciamo esperienza quando, per esempio, dopo aver subito un rimprovero dal proprio capo di lavoro, si torna a casa sbraitando contro il partner che si arrabbia con i figli che, a loro volta, se la prendono col cane.
Chi vi ricorre quotidianamente, con buone probabilità, è caratterizzato da una personalità fobica che lo porta ad esprimere una paura non rivolgendosi in modo diretto alla causa, ma ad un oggetto in grado di simbolizzarla come accade in chi è terrorizzato dai ragni che, secondo la prospettiva psicanalitica Freudiana, nasconde un significato inconscio di soffocamento materno.
Non bisogna dimenticare però che, nella sua forma benigna, questo meccanismo è anche molto produttivo: permette infatti di trasformare l’ energia aggressiva in un’ attività positiva, come per esempio, decidere di fare sport per “scaricarsi”.

*Sublimazione*

La sublimazione in generale viene considerata una difesa “buona” in quanto consiste nel deviare certe pulsioni (talvolta potenzialmente distruttive) verso mète più intellettuali e adattive. In questo modo, per esempio, il dentista sublima il sadismo, un artista l’ esibizionismo, un avvocato il desiderio di uccidere i propri nemici, permette quindi di scaricare un impulso senza “arrecare danni” a se stessi o agli altri. A mio avviso l’ unico rischio connesso ad un eccessivo ricorso alla sublimazione è quello di finire col reprimere (ossia soffocare) certe pulsioni che avrebbero bisogno di essere scaricate per come si presentano.

*****

Non è ovviamente possibile in un unico articolo esplorare tutti i meccanismi a cui ognuno di noi fa quotidianamente ricorso per salvaguardare se stesso da stati ansiogeni e angoscianti; ne esistono molti altri che possiedono valore adattivo ma che, se usati in maniera esclusiva, possono diventare patologici.
Penso e spero che questi illustrati possano però già fornire dei buoni spunti di riflessione utili alla crescita personale di ognuno.

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Mi irrita..quindi mi appartiene!

proiez1Come sostiene Jung, ciò che irrita negli altri può portare ad una maggiore comprensione di sè.
Quando qualcuno fa o dice qualcosa che infastidisce senza un motivo apparente ciò avviene quasi sicuramente perché si tende a rispecchiarsi in quella persona, scoprendo un’ immagine di se stessi non gradita.
Ognuno ha ovviamente pregi e difetti sebbene capiti che non sia consapevole di alcuni di essi ad un livello cosciente ed è proprio in queste circostanze che, vista la difficoltà di riconoscere parti di sé, la risposta più immediata è quella di trasferirle sugli altri.
La proiezione è un meccanismo difensivo attraverso il quale l’ inconscio tenta di “proteggere” l’ individuo, evitandogli di venire a conoscenza di certi aspetti vulnerabili di sé e convincendolo che alcuni comportamenti appartengono agli altri, sebbene si tratti di caratteristiche personali non riconosciute.
Generalmente si tratta di aspetti “scomodi” di sè, di parti della propria personalità non apprezzate e quindi non accettate ma possono anche essere caratteristiche gradevoli riconosciute negli altri di cui non si è in possesso; in questo caso si tende a provare una sorta di invidia per una caratteristica bramata anziché realizzare che si tratta di una mancanza personale.
In entrambi i casi, nel momento in cui ci si relaziona a qualcuno che crea irritazione potrebbe essere di grande aiuto chiedersi “Perché” si prova quel fastidio, quali sia la caratteristica disturbante che cogliamo nell’ altro.
Le persone e le situazioni con cui ci si relaziona quotidianamente fungono da specchi nei quali vengono riflesse parti profonde di sè richiamando l’ attenzione su aspetti interiori: ciò fornisce la possibilità di capire meglio se stessi sulla base di ciò che accade intorno.
Ed è così che tutte le persone antipatiche con cui ci si relaziona, così come le situazioni scomode che si ripetono, anziché essere delle “scocciature”, diventano delle grandi opportunità per conoscersi meglio.
proiez2Quando si prova una sofferenza, dirsi che sono stati gli altri ad averla provocata è più facile rispetto all’ attribuirsene la responsabilità ma, allo stesso tempo, impedisce di trovare una soluzione ad un disagio che rispecchia una fragilità interiore che, in relazione all’ altro, non fa altro che palesarsi.
È per questo che ogni volta che qualcuno o qualcosa crea una sofferenza, può essere di grande aiuto chiedersi cosa genera il fastidio.
Anziché dare la colpa a qualcosa di esterno, si può provare a guardarsi dentro e farsi delle domande: si tratta di una paura sepolta? Di un dolore nascosto? Di una rabbia repressa?
Forse quella persona ci maltratta come noi maltrattiamo noi stessi? Ci mostra come ci piacerebbe essere senza riuscirci? Fa qualcosa che proprio non ci piace ma che ci è, al contempo, estremamente familiare?
Già porsi certi quesiti è un ottimo modo per iniziare a prendere maggiore consapevolezza di sé, conoscere aspetti della propria personalità di cui non si è mai tenuto conto e relazionarsi in maniera più serena alle persone che si incontrano.

Riferimenti bibliografici:
-Papadopoulos, R. K. (2009). Manuale di psicologia Junghiana, Moretti & Vitali Editori, Tecnoprint, Romano di Lombardia (BG) Settembre 2009.

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“Mi capita sempre che..”. Come rompere i circoli viziosi.

circolo-viziosoOgni comportamento è guidato da tendenze inconsce presenti in ognuno di noi originate nell’ infanzia, e non solo..
Ogni azione è talmente abituale da diventare automatica e non sempre siamo in grado di comprendere quanto condizioni la nostra personalità nonchè le nostre relazioni con altri. E sono proprio queste modalità che ci portano a ripetere sempre gli stessi schemi, spesso disfunzionali, per cui ci innamoriamo sempre della stessa tipologia di persona, o reagiamo sempre allo stesso modo di fronte ad un evento stressante (per esempio scappando) oppure scateniamo negli altri una solita reazione nei nostri confronti.
A noi sembra di non fare nulla per determinare certe circostanze ma è importante prendere atto, per prima cosa, che almeno in buona parte questi eventi e reazioni dipendono proprio da noi stessi.
Quando certe situazioni sembrano riproporsi costantemente creando dei veri e propri circoli viziosi da cui pare impossibile uscire, si hanno due possibilità: continuare a pensare di essere sfortunati e destinati a non incontrare mai la persona giusta o a non rimanere simpatici a nessuno, per esempio, oppure ci si può chiedere perché le cose vadano così.
Prendersi la responsabilità delle proprie azioni, rendendole note alla coscienza, è quindi il primo passo da compiere se vogliamo rompere quegli schemi, quei circolo viziosi che ci condizionano “nostro malgrado”.

Ma come?

Mettersi in discussione. Non si possono apportare cambiamenti senza mettersi in gioco. Ciò determina la necessità di rendere più deboli e flessibili certe convinzioni radicate, cosa tutt’ altro che semplice in quanto richiede di abbandonare alcune certezze che sono state capisaldi fino a quel momento.
Per esempio il pensiero: “Tutti si approfittano della mia disponibilità”, potrebbe essere sostituito con: “Mi sto forse rendendo troppo disponibile e accomodante?” determinando un cambio di percezioni, da “Gli altri sono cattivi” a “Decido io a chi prestare il mio aiuto”.

Riflettere sulle critiche. Quando gli altri muovono una critica, una reazione molto frequente è quella di ribattere, anche un po’ risentiti. In realtà, se una commento esterno ci tocca è molto probabile che sia “azzeccato”, ossia che abbia toccato un aspetto di noi che non ci piace, ma che ci appartiene. Mettersi in gioco significa anche cercare di controllare una parte di sé permalosa e usare la critica in modo costruttivo, come motivo di crescita personale.
Per esempio, se un’ amica ci fa notare che ci innamoriamo sempre di uomini infantili perchè siamo un po’ troppo “crocerossine”, potremmo provare a cambiare un po’ atteggiamento.

Provare a dare un senso ai sogni. Come già spiegato in precedenza, l’ inconscio è sempre un passo avanti rispetto alla coscienza la quale tende però a metterlo a tacere. Provare a tradurre ciò che sta cercando di esprimere attraverso i simboli può offrire spunti di riflessione molto più validi di quanto non si pensi.

Cercare parallelismi tra il comportamento attuale e le dinamiche del passato. In genere ci relazioniamo agli altri seguendo delle modalità che ci sono note, modalità che si sono strutturate a partire dagli scambi avuti nell’ infanzia con i propri genitori che tendono a riproporsi con le altre figure significative che incontriamo nel corso della vita. Capire come si sono strutturate offre l’ opportunità di dar loro un senso e quindi di modificarle, uno dei grandi obiettivi, tra l’ altro, di molti tipi di psicoterapie.

Desiderare uscire dai “circoli viziosi”. Può sembrare banale, ma non lo è. Accade molto spesso infatti che, sebbene tali dinamiche arrechino sofferenza e quindi il desiderio è quello di allontanarle, tendano a riproporsi proprio perché siamo noi stessi a non lasciarle andare. Per quanto fastidiose, infatti, sono modalità familiari senza le quali talvolta potremmo sentirci “persi” e quindi siamo noi stessi che, inconsciamente, le teniamo strette. Ecco perché è fondamentale, per rompere il circolo, essere motivati a farlo.

Concludo con una bellissima frase di Jung: “Rendi cosciente l’inconscio altrimenti sarà l’inconscio a guidare la tua vita e tu lo chiamerai destino” – C.G. Jung

Riferimento Bibliografico:
– Wacthel, P. L. (2000), “La comunicazione terapeutica”, Bollati Boringhieri Editore s.r.l., Torino.

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“Ho fatto un sogno, che vorrà dire?” Impara ad auto-interpretarlo in 6 step.

Ogni parola, ogni gesto e ogni pensiero quotidiano sono guidati per lo più dal nostro inconscio.
Quando siamo svegli, però, questa parte istintiva non può esprimersi del tutto, in quanto le regole morali ed etiche che assimiliamo fin da piccoli e che vanno a formare la coscienza di ognuno, lo impediscono.
È di notte, durante il sonno, che la parte cosciente allenta la presa e l’ inconscio si sente a quel punto libero di dire ciò che pensa, senza freni..ed essendo istintivo e arcaico, anziché esprimersi a parole, lo fa attraverso immagini simboliche che prendono vita nel sogno.
I sogni rappresentano quindi una delle principali vie d’ accesso alla mente inconscia, per questo comprendere il messaggio che vogliono mandare, fornisce un’ importante occasione di conoscenza di se stessi.

Ma come si interpretano i sogni?


Intanto è imsognareportante sapere che non esiste un unico modo di dar loro un significato; Freud, Jung, ma anche Fromm, Perls e molti altri hanno fornito interessanti modalità per attribuire un senso al linguaggio dell’ inconscio nel sogno, ma avendo io personalmente approfondito un approccio Junghiano, farò riferimento al suo metodo. Ovviamente la situazione ottimale per interpretare un sogno è quella del contesto terapeutico, contesto nel quale l’ analista, conoscendo le caratteristiche di personalità e la storia di vita del sognatore, è in grado di collocare gli elementi emersi all’ interno di una cornice specifica arricchendola con le proprie conoscenze teoriche. Considerando però che, come sostiene lo stesso Jung, “il miglior interprete del sogno è il sognatore stesso”, cerchiamo di capire come farlo da soli.

1. Per prima cosa il sogno va messo nero su bianco. carta e pennaChe si decida di scriverlo (preferibilmente in prima persona e al tempo presente) o di disegnarlo, sarebbe opportuno avere sempre carta e penna sul comodino e scriverlo subito per evitare che finisca nel dimenticatoio (talvolta ciò può avvenire anche semplicemente alzandosi per procurarsi il materiale).
2. Bisogna annotare le riflessioni relative al pensiero o all’ immagine appena descritta. Che si tratti di fatti, di pensieri o di sentimenti vanno scritti, partendo da quelli che si presentano in modo spontaneo e naturale per aggiungere via via quelli che richiedono uno sforzo per essere richiamati alla memoria.
3. È importante focalizzare l’ attenzione sulla situazione conscia. Dopo aver riportato per scritto il sogno ed aver associato i pensieri collegati, è essenziale fare mente locale sugli avvenimenti ed i sentimenti che contornano il sogno, ovvero su tutto ciò che si è svolto nella vita del sognatore, sia interna che esterna, prima di sognare; può trattarsi di avvenimenti di vita o esperienze rilevanti da un punto di vista emotivo (anche se potrebbero non sembrare tali nell’ immediato). Si parte cercando di ricordare i giorni immediatamente precedenti al sogno e si procede via via a ritroso tenendo conto della fase di vita che si sta vivendo rispetto ad un avvenimento o una difficoltà più o meno recente, per esempio.
4. Cercare di evitare le ipotesi preconcette. I sogni descrivono la situazione attuale, il qui ed ora, così come viene vissuto dalla mente inconscia in relazione ad un progetto, ad un comportamento o un atteggiamento del sognatore. È importante non dimenticare mai questo aspetto quando ci si cimenta nell’ interpretazione di un sogno, in quanto spesso l’ idea che l’ immagine onirica sia sempre l’ appagamento di un desiderio o predica qualcosa che avverrà (sebbene talvolta sia così), possono essere devianti nella comprensione del significato che l’ inconscio sta tentando di esprimere.
5. Bisogna definire le immagini del sogno. È importante capire se l’ immagine onirica (sia nel caso in cui ritragga una persona che un oggetto) richiami caratteristiche della personalità del sognatore o se tenda a riferirsi all’ opinione inconscia circa qualcuno o alla relazione del sognatore con la persona (o l’ oggetto) sognata.sogno1
Nel primo caso, infatti, che tende a verificarsi quando si sogna una persona che non fa parte della vita quotidiana, un’ utile domanda potrebbe essere “Cosa penso di questa persona? Quali aspetti della sua personalità la caratterizzano?”, questo perchè è molto probabile che in tale circostanza, l’ inconscio “usi” quell’ immagine per simbolizzare caratteristiche di personalità del sognatore.
Allo stesso modo è importante comprendere se il sogno sia teso alla ricerca della causa di un problema da parte dell’ inconscio (in genere, in questo caso, si tratta di contenuti rimossi, avvenimenti, o impulsi che in genere non sono ben accetti dal sognatore), portandolo a domandarsi “Perché ho fatto questo sogno?” o se, al contrario, vuole indicare una soluzione o una possibilità di sviluppo da un punto di vista psicologico (in questo caso l’ inconscio vuole potenziare certe qualità positive o offrire una soluzione che non era stata presa in considerazione prima).
Infine, resta da chiedersi, quale atteggiamento coscio il sogno stia cercando di rendere palese.
In genere la psiche inconscia cerca di fornire alla psiche cosciente informazioni utili, relative magari ad un interrogativo che il sognatore si sta ponendo o un incoraggiamento nel proseguire un dato percorso su cui vige incertezza o, al contrario, tenta di scoraggiarlo incitandolo a cambiare direzione.
6. Provare ad ipotizzare un’ interpretazione. L’ ultimo passaggio è ovviamente quello di provare, sulla base di queste conoscenze, a dare un senso ai messaggi che l’ inconscio sta mandando attraverso i sogni. Di solito il sognatore capisce che un’ interpretazione è buona se il significato che viene attribuito lo soddisfa oppure, nel caso in cui si tratti di sogni ricorrenti, l’ interpretazione è soddisfacente quando questi smettono di presentarsi.

Il mondo onirico della vita notturna è un mondo vasto e complesso quanto (e forse di più!) quello diurno, di conseguenza, tengo a sottolineare che interpretare un sogno in maniera adeguata è un processo arduo e impegnativo che richiede molte più conoscenze e competenze di quelle riportate in questa sede.
Fatta questa premessa, spero che questo articolo posso fornire alcune indicazioni utili per imparare a comprendere qualcosa in più circa se stessi, quindi..buon lavoro! 🙂

Riferimenti bibliografici:
-Papadopoulos, R. K. (2009). Manuale di psicologia Junghiana, Moretti & Vitali Editori, Tecnoprint, Romano di Lombardia (BG) Settembre 2009.

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Quale malessere psicologico si nasconde dietro al tuo disturbo fisico..?

A chi non mai è capitato di soffrire di insonnia prima di un esame? Di accusare mal di stomaco durante un periodo stressante o mal di testa in una fase di vita complicata..?
Ma perché succede? Te lo sei mai chiesto?
“La mente (come cita un noto aforisma) mente”; non sempre ha infatti il coraggio di dire esplicitamente ciò che pensa o che prova, di esprimere un disagio o un punto di vista “scomodo”. Ma l’ inconscio, che tenta di sfuggire al suo controllo cosciente, difficilmente riesce ad accettare questa limitazione e a tenere la bocca chiusa.
Se la mente cosciente è in grado di razionalizzare, creare delle narrazioni, darsi delle spiegazioni logiche e lineari raccontandosi talvolta delle “false verità”, l’ inconscio, istintivo e primordiale, come un bambino capriccioso sente il bisogno di esprimere tutto quello che prova, senza filtri.
Ma come può riuscirci se la coscienza, ordinata e diligente, fa di tutto per zittirlo? Trovando delle vie di fuga nel corpo, per esempio.
Che corpo e mente siano inseparabili e si influenzino in maniera reciproca è ormai un dato di fatto ben noto praticamente a tutti, ma è straordinario notare come il messaggio che l’ inconscio manda puntualmente ogni volta che avverte un disagio non sia mai casuale.
Se sei una persona rigida e poco flessibile o ti trovi in una fase di vita in cui hai la sensazione di essere “paralizzata”, di attraversare un blocco a livello emotivo, lavorativo o relazionale è improbabile che l’ inconscio tenti di comunicartelo con un fastidio alle gengive, molto più probabile, invece, che si presenti mal-di-schienaun dolore di tipo muscolare, traducendo la rigidità percepita a livello mentale in una tensione a livello del collo, per esempio.
Discorso analogo è valido per i dolori articolari: le articolazioni sono, per natura, flessibili quindi quando provocano dolore vogliono indicare proprio una mancanza di libertà di movimento, un dolore al gomito, per esempio, può indicare la difficoltà di accettare un cambiamento e la conseguente tendenza ad opporre resistenza ad una certa situazione.
Relativamente alle articolazioni va detto che polsi, mani e ginocchia sono spesso una spia di problemi relazionali, in particolare indicano rispettivamente la difficoltà di “dare la mano”, quindi cercare nuovi amici e connettersi agli altri, e la capacità di “inginocchiarsi agli altri” e quindi di adattarsi alle situazioni sociali.
Similmente, il mal di testa è tipico delle persone ossessive, le quali hanno un’ innata tendenza a rimuginare, che pensano e ripensano a cosa sia meglio fare o non fare in una certa situazione, trovandosi molto in difficoltà nel momento di prendere una decisione.
Se un problema costante è quello riferito alla cervicale, chi ne soffre ha probabilmente difficoltà a lasciarsi andare e ad abbandonarsi alle proprie emozioni, come se l’ aspetto razionale e cerebrale avesse la meglio sulle emozioni, che vengono lasciate sottosoglia, per la paura di esprimerle.
Le emozioni inespresse tendono ad essere una causa frequente di disturbi a carico dei più disparati organi e zone corporee. Quando si ha la sensazione di essere stati giudicati in maniera negativa o, in generale, un certo evento o una certa situazione non è stata digerita, è molto probabile che il corpo tenti di dirlo attraverso il mal di stomaco, in modo analogo a quanto avviene dopo un’ indigestione di cibo.
La schiena ricorda che si stanno affrontando situazioni troppo pesanti, proprio come quando si alzano dei pesi, in particolare il dolore alle spalle ricorda che ci si sta facendo carico di un’ emozione troppo intensa, ingestibile, che appesantisce.
Anche un disturbo alla parte superiore della schiena mette l’ enfasi su aspetti emozionali, soprattutto a quelli legati al senso di solitudine, alla sensazione di non sapere a chi appoggiarsi in caso di bisogno, così come un fastidio nella zona lombare, in corrispondenza più o meno del baricentro che permette di stare in equilibrio ha a che fare con il senso di incertezza e instabilità.
L’ epicentro delle emozioni nell’ immaginario comune può essere ritrovato nella parte toracica, in prossimità del cuore. Fastidi in questa zona, relativi per esempio a palpitazioni o a senso di oppressione (non a caso tipici dell’ ansia) hanno a che fare con paure ed emozioni non esplicitate, con i sensi di colpa e con la chiusura verso l’ esterno, come se il corpo si ripiegasse su di sé.
Se il fastidio è localizzato a livello delle gambe e dei piedi è estremamente probabile che ciò abbia a che fare con la difficoltà nel movimento, con la paura di muoversi, di cambiare, di smuoversi da una situazione che crea sofferenza e quindi depressione.
Quando si avverte un disagio più o meno persistente, fermarsi per un attimo a riflettere sul suo significato che ne sta dietro può essere un enorme aiuto per acquisire maggiore consapevolezza di sé.
Anche se l’ abitudine è quella di relazionarsi con il proprio Io cosciente, sarebbe opportuno non dimenticare mai che spesso è proprio lui che sta cercando di nascondere certe consapevolezze per il timore della sofferenza che potrebbe scaturire dal venirne a conoscenza. Ma se l’ inconscio insiste affinchè vengano rese palesi riproponendole sotto forma di fastidio fisico, forse vale la pena stringere i denti e guardare in faccia la realtà….

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