Da cosa origina il bisogno di dipendere dagli altri?

Da piccoli dipendere da qualcuno è un bisogno fondamentale per la propria sopravvivenza.
Totalmente “nuovi” al mondo, senza nessuno che fornisca nutrimento e protezione, la vita di ognuno sarebbe, infatti, in grave e costante pericolo.
È crescendo che, pian piano, acquisendo nuove competenze e capacità, esplorando il mondo e nuovi contesti, il bisogno di avere costantemente presente una figura di riferimento che possa fornire un senso di sicurezza e protezione diminuisce progressivamente lasciando il posto ad un desiderio di autonomia ed indipendenza, adeguato ad ogni fase evolutiva. Ovviamente ciò non vuol dire che non si avverta più la necessità di essere circondati da  persone emotivamente rilevanti, significa piuttosto che, nel momento in cui esse sono lontane la loro assenza non genera ansia.personalita-dipendente3
Non sempre, però, le cose si svolgono “secondo i piani”. Può avvenire che anche da grandi permanga un bisogno eccessivo di essere accuditi e rassicurati dagli altri mettendo in atto comportamenti che, in modo più o meno implicito, suscitino una richiesta di attenzione e protezione costanti.
Il timore di fondo si basa sulla convinzione di essere totalmente incapaci di poter funzionare in modo indipendente ed è per questo che, pur di non perdere il supporto e l’ approvazione degli altri, la tendenza è quella di abbracciare un comportamento sottomesso, concordando sempre su ciò che ritengono sbagliato o a non arrabbiarsi neanche di fronte alle ingiustizie per timore di perdere l’ approvazione degli altri.
Non esprimendo, in poche parole, mai se stessi come essere autonomi.
Ciò si traduce nella difficoltà di prendere decisioni, iniziare progetti o fare cose da soli, andare alla disperata ricerca di una relazione intima appena ne termina una. Alla base di questo c’è la convinzione di essere completamente incapaci di funzionare senza la relazione con qualcuno diverso da sé ed è per questo che ricercano in maniera rapida ed indiscriminata la presenza di un’ altra persona non appena se ne perda una significativa.

Da dove ha origine questa paura incondizionata di rimanere solo?

È probabile che le basi di questo disagio debbano essere ricercate nella prima infanzia, periodo in cui si stabilisce l’ attaccamento che inevitabilmente condizionerà le relazioni future di ogni persona (per approfondire clicca qui).
Questa fase di vita attraversata da ogni essere umano nei primi anni dello sviluppo è molto importante per la formazione della personalità in quanto permette di sviluppare l’ attaccamento verso l’ adulto che, avendo funzione di “colonna portante”, permetterà di esplorare il mondo sentendosi al sicuro, dipendendone sempre meno col passare del tempo.
È possibile che questo tentativo costante e disperato di mantenere gli altri a sé possa derivare da una separazione precoce con la figura di attaccamento che ha portato la persona a sperimentare dolorosi sentimenti di rabbia e abbandono ostacolando così il normale e fisiologico processo di separazione e favorendo, al contrario, un’ emozione di ansia ogni qual volta si abbia la percezione di essere rimasti soli.
Il contesto terapeutico si configura, generalmente, un ambiente privilegiato per comprendere tali meccanismi, dar loro un significato e accettarli modificando in questo modo certe tendenze controproducenti.

Riferimenti Bibliografici:
– American Psychiatric Association (2014), DSM-5, Raffaello Cortina Editore.
– Davison C., Neale, J. M. (2000), Psicologia Clinica. Zanichelli Editore Spa. Bologna.

 

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Provare disagio nelle situazioni sociali: quando la timidezza si trasforma in ansia.

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Certe situazioni sociali, come sostenere una conversazione, incontrare nuove persone, telefonare a qualcuno o partecipare ad una festa, possono generare timidezza nella gran parte delle persone in quanto espongono alla relazione con gli altri, con la conseguente possibilità di venire osservati e, talvolta, giudicati.
Generalmente, i benefici che derivano da queste circostanze sono superiori agli svantaggi quindi l’ idea di conoscere persone nuove, divertirsi e trascorrere serenamente il proprio tempo sono ritenute motivazioni valide per affrontare il leggero imbarazzo iniziale e decidere di cominciare una nuova esperienza, in tranquillità.
Quando però tali esitazioni si trasformano in timori talmente grandi da generare vera e propria ansia al punto da compromettere la qualità della vita a livello personale e relazionale può darsi che siamo di fronte ad una situazione nota come “ansia sociale”.
Si parla di ansia sociale quando la leggera preoccupazione relativa alle situazioni sociali o a quelle in cui è richiesta una performance si trasforma in vera e propria paura e pare essere determinata in buona parte dalla tendenza ad interpretare certe situazioni in maniera distorta. Nello specifico, anziché essere vissute come divertenti e stimolanti, tali circostanze sono lette come minacciose e imbarazzanti, condizionando il modo di vivere se stessi e la propria capacità di relazionarsi a chi sta di fronte.
Il bisogno di fare a tutti i costi una buona impressione agli altri, collegata all’ insicurezza circa la possibilità di poterci riuscire, porta l’ individuo a formulare una serie di convinzioni su se stesso sminuenti e, vista la tendenza a focalizzare l’ attenzione su di sé anziché osservare le risposte degli altri, non si concentra sui riscontri (generalmente positivi) provenienti dall’ esterno, ma solo sulle proprie convinzioni distorte che non fanno che ridurre ulteriormente l’ autostima.

Quali sono le convinzioni controproducenti di chi soffre di “ansia sociale”?

ansia-socialeTra le credenze, le supposizioni e le regole errate alla base del pensiero di chi soffre di ansia sociale alcuni esempi sono: “Sono stupido/a”, “Se gli altri si accorgono che faccio un errore penseranno che sono un fallito/a”, “Devo apparire sempre perfetto/a”.
Avere pensieri così forti e negativi su se stessi e su come ci si deve comportare nelle situazioni sociali aumenta inevitabilmente l’ ansia in quelle circostanze, generando un circolo vizioso che spinge l’ individuo ad evitare tali situazioni sia impedendo a se stesso di mettersi alla prova che non dandosi la possibilità di dimostrarsi che gli esiti tanto temuti possono anche non verificarsi. Se solo riuscisse a trovare il coraggio di parlare in pubblico, per esempio, chi soffre di ansia sociale, potrebbe rimanere piacevolmente stupido dal realizzare di essere perfettamente in grado di farlo; l’ ansia però, in queste circostanze, è talmente paralizzante, da impedire di mettersi alla prova.

Quali sono le soluzioni?

Esistono una serie di tecniche, derivanti dall’ approccio cognitivo comportamentale, che possono essere utili per sbloccare la situazione.

  • Psico-educazione. Istruire le persone che soffrono di ansia sociale relativamente alla natura della propria agitazione è utile per metterle a conoscenza e rassicurarle relativamente alle sensazioni sgradevoli che stanno provando.ansia-sociale-1
  • Strategie cognitive. Dato che una delle cause principali dell’ ansia sociale è la presenza di pensieri distorti, risulta utile aiutare la persona a focalizzarsi su di essi e, soprattutto, sul modificarli in “positivo, aprendo la mente ad alternative meno ansiogene e giudicanti.
  • Esposizione. Per ridurre la paura è fondamentale confrontarsi direttamente con ciò che si cerca di evitare; ogni volta che avviene un confronto con ciò che si teme e si realizza che non succede nulla di nocivo, l’ ansia tende a ridursi automaticamente. Sebbene questa tecnica sia fondamentale è anche quella a più alto contenuto emotivo, pertanto è importante che l’ esposizione avvenga gradualmente.
  • Tecniche di rilassamento. Le tecniche di rilassamento quali il Training Autogeno, per esempio, risultano di grande aiuto per abbassare la soglia di ansia generale e sono particolarmente utili in prossimità dell’ esposizione.

Ritengo che l’ uso di tali tecniche sia molto utile per aiutare la persona a sbloccarsi di fronte a certe situazioni sociali riducendo il livello d’ ansia ed imparando ad aprirsi al mondo.
Nonostante questo, osservando la problematica secondo un approccio comparato, ritengo che, affinchè l’ individuo possa raggiungere benefici a lungo termine sia essenziale approfondire il lavoro terapeutico focalizzando l’ attenzione sulle motivazioni alla base delle proprie insicurezze e timori, analizzandole e comprendendole al fine di prenderne coscienza e realizzando così una crescita personale.

Riferimento Bibliografico:
– Antony M. M., Rowa K. (2010), Disturbo d’ ansia sociale. Giunti O.S. Organizzazioni Speciali – Firenze.

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Cosa comunichi agli altri senza rendertene conto..?

“Non si può non comunicare” è il primo assioma (cioè principio) relativo alla comunicazione umana introdotto da Paul Watzlawick che esprime in modo esaustivo il concetto fondamentale secondo il quale in ogni circostanza, che se ne abbia intenzione o meno, sia impossibile per chiunque non trasmettere informazioni di se stesso.
Sebbene la tendenza sia infatti quella di associare la comunicazione alla parola, nella pratica la gran parte delle informazioni che gli altri acquisiscono rispetto a noi (e, ovviamente, viceversa) viaggia attraverso un canale molto più inconscio e meno controllabile noto come comunicazione non verbale.

In che modo si parla agli altri di se stessi?

• Aspetto fisico •

Il modo con cui ci si presenta fisicamente fornisce una sorta di biglietto da visita rispetto a ciò che siamo e mostra, inevitabilmente, aspetti della propria personalità o del proprio ruolo sociale che non sfuggono agli osservatori; di conseguenza, certi aspetti del proprio fisico mal trascurati o non valorizzati vengono valutati dagli altri e possono provocare distacco o, al contrario, approvazione.

• Contatto oculare •

Si dice che gli occhi siano lo specchio dell’ anima, probabilmente a ribadire il concetto che, se può essere relativamente semplice mentire con le parole, diventa molto più complesso farlo attraverso lo sguardo.
Il contatto oculare possiede infatti particolari potenzialità espressive tanto da essere spesso molto difficile da sostenere, rimandando agli altri una grande quantità di informazioni circa le emozioni che si stanno sperimentando. La tendenza a rifuggire il rapporto faccia a faccia guardando altrove o evitare la sguardo altrui, rimanda insicurezza ed imbarazzo, al contrario, uno sguardo fisso e costante può essere percepito come fastidioso fino a diventare propriamente minaccioso e, pertanto, aggressivo e violento.

• Mimica facciale •

La mimica facciale è, in un certo senso, un complemento al contatto oculare. Ci si riferisce, nello specifico, ad ogni variazione espressiva a livello delle sopracciglia, degli occhi, della bocca e delle guance.non-verbale
Ti sei mai chiesto cose stai comunicando a chi ti sta di fronte semplicemente muovendo un sopracciglio..?
Sebbene la gran parte della responsabilità espressiva dipenda dalla bocca, infatti, ogni movimento di muscoli del viso contribuisce a trasmettere importanti informazioni su ciò che si sta pensando o provando. Ciò è confermato, per esempio, dal fatto che esprimere verbalmente felicità corrugando la fronte determina confusione in chi ascolta proprio a causa della contraddizione tra linguaggio verbale e non verbale essendo diffusa la tendenza, generalmente, a credere a ciò che diciamo col volto piuttosto che con la voce.

• Spazio sociale •

Come occupi lo spazio a tua disposizione? Come e quanto ti fai notare? Che posizione assumi di fronte agli altri?non-verbale3
Tutti questi aspetti relativi allo spazio fisico e alla tua modalità privilegiata di occuparlo, forniscono un grandissimo numero di indicazioni relative a ciò che sei. Chi occupa, per esempio, poco spazio quasi a chiudersi su se stesso, si distanzia nelle situazioni sociali o limita il contatto fisico, sta dicendo, spesso senza neanche saperlo, che si trova in difficoltà, in imbarazzo, in una situazione in cui non è a proprio agio.

• Tono della voce •

Questo aspetto si riferisce ad una ricchezza praticamente illimitata di variazioni e modulazioni che permettono di esprimere una vastissima varietà di concetti con valori e significati anche molto diversi tra loro.
Una stessa osservazione può risultare fatta in modo prepotente o pacato a seconda del tono della voce scelto. In genere, parlare a voce alta rimanda ad una tonalità minatoria o comunque litigiosa, sulla difensiva così come, al contrario, parlare a bassa voce, in modo lento ed incerto trasmette agli altri un forte senso di insicurezza e disagio.

• Gestualità •

La gestualità è una modalità molto utilizzata anche perché possiede, potremmo dire, una duplice funzione; da una non-verbale2parte è un vero e proprio codice che, addirittura, sostituisce l’ espressività verbale (basti pensare a segnali quali “ok” o “time-out”), dall’ altro costituisce un importante rinforzo a ciò che si sta esprimendo a parole.
Anche il modo di gesticolare rimanda molte informazioni agli altri relative al proprio stato emotivo: usare i gesti in maniera eccessiva, per esempio, fa trasparire agli altri un’ ipereccitazione che viene, generalmente, interpretata come ansia.

Il tema del linguaggio non verbale è un argomento estremamente vasto che, nonostante la sua presenza costante nella quotidianità di tutti, non viene spesso preso in considerazione con l’ importanza che meriterebbe.
Non bisogna dimenticare che ognuno di noi ha un’ innata capacità ad interpretarlo e, al tempo stesso, un’ impossibilità nel nasconderlo essendo legato ad aspetti innati ed istintivi. Per questo, imparare a conoscerlo meglio può fornire delle importanti chiarimenti nella comprensione di se stessi e degli altri.

Riferimento Bibliografico:
– Alberti L., Dinetto A., Manuale di addestramento affermativo, Bulzoni Ed., Roma, 1988

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Quando lo specchio è un nemico: la Dismorfofobia.

Dato che la perfezione non appartiene a questo mondo, ogni essere umano presenta difetti fisici più o meno accentuati che, sebbene non graditi, vengono generalmente riconosciuti e accettati come peculiarità del proprio aspetto.
Esistono però circostanze in cui l’ insoddisfazione per il proprio corpo diventa talmente forte da minare la qualità della vita di chi la prova, trasformandosi in un vero e proprio sintomo che, in quanto tale,  genera una forte sofferenza.
In questi casi la preoccupazione per un difetto fisico, che viene in questi casi esagerato o addirittura immaginato, assume un importanza talmente grande da indurre chi lo sperimenta a trascorrere ore ed ore davanti allo specchio controllando incessantemente il proprio “difetto” o addirittura spingendolo ad eliminare ogni specchio dall’ ambiente in cui vive per evitare di doversi confrontare con il proprio supposto difetto.dismorfofobia2
Lo stress che consegue da questa non accettazione di sé è talmente forte da generare, talvolta, un’ angoscia così grande da spingere chi ne soffre a rivolgersi al chirurgo plastico con l’ intento di eliminarlo, sebbene risulti chiaro come ciò non può essere in grado di risolvere la problematica..

Di cosa si tratta?

Quando l’ insoddisfazione per il proprio aspetto si trasforma in un disgusto irragionevole o preoccupazione eccessiva per una parte del corpo per la quale si prova vera e propria avversione, ci si potrebbe trovare di fronte al Disturbo di Dismorfismo Corporeo (o Dismorfofobia).
Tale disturbo può essere definito come un sentimento soggettivo di bruttezza o come timore di un difetto fisico che il paziente considera evidente agli occhi degli altri, anche se per tutti il suo aspetto risulta essere del tutto normale.

Come si fa a distinguere la tendenza a percepire difetti nel proprio aspetto fisico da un vero è proprio disturbo?

Comprendere quando ci si trovi di fronte ad un vero e proprio disturbo risulta tutt’ altro che semplice in quanto i fattori soggettivi, tra cui canoni estetici e gusti individuali, giocano un ruolo fondamentale nel determinare come e perché una persona ritenga di essere o meno attraente. Nonostante questo, quando la lamentela è fatta in modo esagerato ed estremo per una deformità del tutto trascurabile, tale convinzione non cambia sulla base delle disconferme da parte degli altri ed è associata ad sentimenti di forte ansia e angoscia, ci sono buone ragioni per pensare che si tratti di un disturbo di pertinenza psicologica.

Quali sono le cause e quali i rimedi?

Sebbene le cause rispetto a questo disturbo non siano ancora del tutto chiare, stando ad alcune interpretazioni si può ipotizzare che (analogamente a quanto si verifica in problematiche quali ipocondria o disturbi somatici, di cui la disforfofobia può essere un sintomo), la causa vada ricercata in una difficoltà da parte di chi ne soffre di concentrare l’ attenzione su una determinata  sofferenza interiore che viene percepita troppo grande da sopportare, preferendo quindi (ovviamente senza esserne consapevole) spostare il dolore verso un disagio fisico, percepito come più tollerabile.
Il trattamento si pone pertanto come obiettivo quello di comprendere il significato che si dietro all’ avversione per il proprio corpo, cercando di far emergere, all’ interno di un contesto “protetto” quali quello psicoterapeutico questo disagio facendo in modo che l’ angoscia non prenda il sopravvento.

Riferimenti Bibliografici:

  • Davison&Neal (2004), Psicologia Clinica, seconda ed. it., Zanichelli Editore, Bologna.
  • Femi Oyebode (2009), SIMS Quarta Edizione – Introduzione alla psicopatologia descrittiva, Raffaello Cortina Editore, Milano.

 

 

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Se ti innamori sempre di “Peter Pan”, forse soffri della “Sindrome di Wendy”.

“Wendy balza giù dal letto per correre a stringere tra le braccia Peter, ma lui si scosta; pur senza saperne la ragione, lui sa che deve scostarsi.”

Si parla di Sindrome di Peter Pan per riferirsi a quella tendenza presente negli uomini che, al pari del famoso personaggio di James M. Barrie si mostrano restii a crescere ed assumersi le proprie responsabilità. Proprio per la diffusione di questo fenomeno, che riguarda ormai un numero piuttosto notevole di uomini, negli ultimi anni si è assistito ad un crescente interesse rispetto al profilo psicologico del moderno Peter Pan.
La stessa enfasi, però, non sempre viene posta su tutte quelle donne “Wendy” che si innamorano di “Peter” immaturi e infantili finendo molto spesso “intrappolate” in una relazione squilibrata che non può che generare, a lungo andare, sofferenza.
Le donne Wendy possiedono caratteristiche generalmente opposte a quelle degli uomini Peter ma, nonostante questo, tale incastro che a colpo d’ occhio potrebbe sembrare complementare, risulta essere in realtà tossico in quanto totalmente sproporzionato. Cerchiamo di capire come.

                                                     Chi è Wendi?

Wendy è una bambina di circa dieci anni totalmente dedita e prodiga agli altri con un senso di responsabilità che, se sebbene possa sembrare un pregio, può non esserlo per una bimba così piccola che prova piacere, piuttosto che a giocare e divertirsi con gli altri ragazzini della sua età, a cucinare, cucire, accudire gli altri anziché mettere i propri bisogni al primo posto. La sua coscienziosità e serietà sono talmente forti ed il suo bisogno di accudire, proteggere e compiacere gli altri così intenso da comportarsi nei confronti del suo partner, come una mamma piuttosto che come una fidanzata.wendy3
Ed è così che le donne Wendy, sebbene siano ormai adulte, perpetuano questa loro tendenza con i propri uomini, proteggendoli dai loro conflitti interiori e cedendo a tutti i loro capricci con un atteggiamento di comprensione e accoglimento materno che le allontana, seppur inconsapevolmente, dal ruolo di fidanzate rendendole più “crocerossine” che compagne. Succede quindi che, nella convinzione che in quell’ “uomo/bambino” ci sia un partner potenzialmente meraviglioso, tutto quello che una donna Wendy può fare per non essere respinta è, nella sua mente, quella di esser sempre presente e impeccabile, paziente e premurosa, tollerando ogni strumentalizzazione infantile del proprio partner e sentendosi, anzi, rassicurata dal fatto che lui dipenda da lei.

Cosa si nasconde dietro al comportamento di Wendy?

Il bisogno di prendersi cura e sentirsi quindi indispensabile per gli altri corrisponde ad un bisogno di affetto: rendendosi amabile Wendy pensa di ridurre le probabilità di venire abbandonata dal partner, evenienza che la terrorizza in quanto la metterebbe strettamente in contatto con tutte le sue insicurezze e vulnerabilità più profonde.wendy
Ogni volta che accudisce qualcuno, la donna Wendy sta cercando di curare una ferita interiore di non accettazione, di vuoto interiore e di bassa autostima derivanti, con buone probabilità, dall’ attaccamento genitoriale.
Può darsi che la piccola Wendy sia stata abituata a credere che l’ amore debba essere conquistato e condizionato da comportamenti e gesti riempitivi e l’ idea quindi di essere semplicemente amata “senza riserve” non è contemplata nella sua mente bisognosa di continue conferme.

 Trasformarsi in Campanellino

Oltre alle donne Wendy, anche le donne “Campanellino” sono attratte dagli uomini Peter Pan ma, a differenza delle prime, ricercano dal partner spontaneità e crescita reciproca all’ interno di un rapporto ed è per questo che quando tali aspetti vengono meno la donna Campanellino, con un battito d’ ali, vola via..wendy2
L’ uomo Peter Pan intrappolato nell’ Isola-che-non-c’è sceglie generalmente una Wendy, incapace com’ è di fare a meno delle sue coccole e della sua comprensione e sarà proprio lei, col suo comportamento accondiscendente, a tenerlo al riparo dalla sua immaturità.
Quando però, lo stesso Peter Pan farà ritorno all’ Isola-che-non-c’è, è molto probabile che si metterà in cerca di una Campanellino con cui trascorrere la vita. A quel punto, infatti, ciò di cui Peter avrà bisogno sarà un amore maturo e adulto e sarà proprio questo tipo di donna ad attivare tutti quei “muscoli emotivi” che lui non sapeva neanche di avere.
In maniera analoga, se Wendy imparasse a sfruttare la carica grande di energia che giace dentro di sé ed iniziasse a dedicare a se stessa anziché agli altri le sue infinite risorse, potrebbe diventare una Campanellino che, stanca di fare da madre al suo uomo e desiderosa di essere un’ amante ad ogni effetto, potrebbe abbandonare quel partner che non la soddisfa andando alla ricerca di ciò di cui ha bisogno: un uomo vero che la ami incondizionatamente.

Riferimenti Bibliografici:

-Barrie, J. M. (1992), Peter Pan, il bambino che non voleva crescere. Universale Economica Feltrinelli (2008)
– Kiley, D. (1985), Gli uomini che hanno paura di crescere. Rizzoli Editore.

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Riduci l’ ansia smantellando 4 falsi miti!

Riuscire a dire ciò che si prova, comunicare bisogni o palesare pensieri è tutt’ altro che semplice, soprattutto perché tali azioni sono molto spesso associate a sentimenti di ansia.
La motivazione principale alla base della mancanza di assertività, pare essere quella legata ad una scarsa autostima, che porta ad assumere un atteggiamento inibitorio, reprimendo i propri desideri, o, al contrario, imponendosi agli altri in maniera violenta, non riconoscendone i valori e le necessità.
assertività3Entrambe le modalità risultano essere disadattive e generano frustrazione, insicurezza, senso di colpa, isolamento ed ansia che, a lungo andare, rischiano di minare ulteriormente la stima in se stessi e generano risentimenti e nervosismo che sfociano spesso in somatizzazioni di ogni tipo.
Oltre al senso di valore personale, però, tra le ragioni che rendono difficile comunicare in maniera assertiva, assumono un ruolo molto importante i fattori culturali.
Può infatti avvenire che, nel corso del tempo, vengano trasmessi valori e ideali che, sebbene funzionali e coerenti in contesti passati, risultino inadeguati in quelli attuali ed essendo mantenuti all’ interno di un contesto sociale modificato generano incongruenze sia a livello ideologico che morale. E proprio per adeguarsi a questi modelli ormai superati, alcune persone tendono a modificare o addirittura rinnegare l’ espressione di sé, andando incontro a conflitti interiori e ansia.
A tal proposito Ellis ha individuato quattro opinioni errate, rinominate “miti”, che hanno una grande influenza nel generare comportamenti anassertivi.

Vediamo quale ti appartiene, in che modo devia il tuo pensiero..e come puoi affrontarlo!

1. Mito della modestia: La cultura Occidentale tende a trasmettere l’ idea che la modestia sia una virtù e ciò rende spesso molto difficile vivere e accettare in modo sereno i propri meriti e pregi e rende incapaci di rispondere ai complimenti o a parlare positivamente di sé. Al contrario, ciò favorisce lo svilupparsi di un’ immagine negativa di se stessi che, da una parte, nega ogni lode, dall’ altra giustifica le critiche nei propri confronti.
Il concentrarsi dell’ individuo sugli aspetti peggiori della propria personalità, può innescare sentimenti d’ ansia e depressione rendendo l’ adesione a questo valore estremamente controproducente.

Soluzione: Bisogna imparare a riconoscere e valorizzare le proprie qualità, a parlare di sé e dei propri aspetti positivi agli altri. Per iniziare, ogni volta che ci viene rivolto un complimento, anziché minimizzarlo, può essere una buona idea sorridere e rispondere “Grazie”, in questo modo, infatti, accettiamo una lusinga e la interiorizziamo, valorizzando noi stessi.

2. Mito del vero amico: L’ amicizia è un valore molto rilevante nella nostra cultura, tanto che spesso ci si aspetta che l’ altro sia in grado di anticipare e comprendere i nostri pensieri, desideri e aspettative, senza che ci sia bisogno di esprimerlo. E quando ciò non avviene si sviluppa spesso la convinzione che la gente si approfitti di noi o che non ci dia, comunque, la giusta considerazione reagendo con atteggiamenti di chiusura (tipici del passivo) o, al contrario, con atteggiamenti di difensiva (tipici dell’ aggressivo).

Soluzione: Per quanto un legame possa essere stretto, basato su conoscenza e affetto reciproco, nessuno al mondo, possiede la capacità di conoscere i nostri pensieri, a meno che non siamo noi a comunicarglieli. Inoltre, non meno importante, bisogna anche tener conto del fatto che ognuno di noi fa riferimento ad una  “gerarchia di valori” che non è valida per tutti allo stesso modo e, di conseguenza, ciò che per noi è molto importante non lo è per chi ci sta di fronte. Per questi motivi, per evitare inutili incomprensioni, fraintendimenti e delusioni, l’ unica soluzione è quella di esprimere sempre ciò che ci aspettiamo dall’ altro e ciò di cui avremmo bisogno.

3. Il mito dell’ ansia: Nella nostra società prevale ancora oggi la convinzione per cui le persone sicure di sé e “tutte d’ un pezzo”per poter contare sulla piena padronanza di loro stesse, non possono mostrarsi mai in ansia in quanto questo trasmetterebbe agli altri un’ immagine di persona debole e vulnerabile che non è accettabile.assertività2
Si tratta ovviamente di un mito.
Ansia non è sinonimo di fragilità, anzi esprime uno stato di attivazione che, fino a certi livelli, è fisiologico ed ha persino un valore adattivo in quanto migliora la performance. Diventa invece disadattiva quando è in eccesso e ciò succede ad ogni tentativo di sfuggire a questa sensazione, nascondendola agli altri.

Soluzione: Sebbene possa sembrare paradossale, esprimere apertamente agli altri la propria tensione, anziché sforzarsi di reprimerla, è un’ ottima strategia per ridurla e ciò permette di esprimere in modo tranquillo le emozioni, pensieri e sentimenti.

4. Mito dell’ obbligo: È forse il mito più diffuso che, per certi aspetti, è antagonista al “Mito del vero amico”.
Il mito dell’ obbligo consiste nella tendenza a sentirsi, da un lato, incapaci di rifiutare un piacere ad un amico e, dall’ altro, a vivere ogni richiesta propria come un’ imposizione fatta agli altri.
Se nel primo caso, quindi, si agisce perché ci si sente obbligati a farlo, nell’ altro non si agisce in quanto non si vuole obbligare gli altri a fare qualcosa per noi stessi. Ne consegue che chi aderisce a questo mito tende a proiettare la responsabilità della frustrazione che prova sugli altri, portandolo a concludere di essere incompreso e non considerato, provando sfiducia, isolamento e diffidenza nei confronti degli altri.

Soluzione: Un buon compromesso è quello di accondiscendere alle richieste altrui solo quando siano compatibili con i propri impegni o bisogni e concedersi, al tempo stesso, la libertà di avanzare, senza farsi prendere dai sensi di colpa, richieste agli amici; un rapporto interpersonale soddisfacente si basa sul dare e ricevere, mettendo al primo posto le proprie esigenze.

assertivitàOgnuno di questi miti racchiude dentro di sé una serie di idee preconcette e stereotipate che influenzano moltissimo la messa in atto di comportamenti disfunzionali; pertanto riconoscere queste false credenze è il primo passo fondamentale per correggere tali informazioni errate che, in maniera più o meno diretta, minano la serena gestione delle relazioni nella loro quotidianità.

Riferimento Bibliografico:
-Alberti L., Dinetto A., Manuale di addestramento affermativo, Bulzoni Ed., Roma, 1988

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