Amore dopo Amore

Tempo verràamarsi
in cui, con esultanza,
saluterai te stesso arrivato
alla tua porta, nel tuo proprio specchio,
e ognuno sorriderà al benvenuto dell’altro
e dirà: Siedi qui. Mangia.
Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io.
Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
a se stesso, allo straniero che ti ha amato
per tutta la tua vita, che hai ignorato
per un altro e che ti sa a memoria.
Dallo scaffale tira giù le lettere d’amore,
le fotografie, le note disperate,
sbuccia via dallo specchio la tua immagine.
Siediti. È festa: la tua vita è in tavola.

Derek Walcott

*****

Per accettare se stessi è necessario compiere un percorso dentro di sè, alla scoperta di sè.
È necessario spogliarsi delle proprie paure, osservare le proprie ombre allo specchio e anche, perchè no, non riconoscersi nell’ immagine che si vede riflessa.
Soltanto mettendosi in discussione e prendendo coscienza dei propri limiti è possibile scoprire le proprie “parti oscure” e integrarle all’ immagine di sè, arrivando ad un’ accettazione completa e consapevole di ciò che siamo..iniziando, finalmente, ad essere felici.

 

 

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Mi irrita..quindi mi appartiene!

proiez1Come sostiene Jung, ciò che irrita negli altri può portare ad una maggiore comprensione di sè.
Quando qualcuno fa o dice qualcosa che infastidisce senza un motivo apparente ciò avviene quasi sicuramente perché si tende a rispecchiarsi in quella persona, scoprendo un’ immagine di se stessi non gradita.
Ognuno ha ovviamente pregi e difetti sebbene capiti che non sia consapevole di alcuni di essi ad un livello cosciente ed è proprio in queste circostanze che, vista la difficoltà di riconoscere parti di sé, la risposta più immediata è quella di trasferirle sugli altri.
La proiezione è un meccanismo difensivo attraverso il quale l’ inconscio tenta di “proteggere” l’ individuo, evitandogli di venire a conoscenza di certi aspetti vulnerabili di sé e convincendolo che alcuni comportamenti appartengono agli altri, sebbene si tratti di caratteristiche personali non riconosciute.
Generalmente si tratta di aspetti “scomodi” di sè, di parti della propria personalità non apprezzate e quindi non accettate ma possono anche essere caratteristiche gradevoli riconosciute negli altri di cui non si è in possesso; in questo caso si tende a provare una sorta di invidia per una caratteristica bramata anziché realizzare che si tratta di una mancanza personale.
In entrambi i casi, nel momento in cui ci si relaziona a qualcuno che crea irritazione potrebbe essere di grande aiuto chiedersi “Perché” si prova quel fastidio, quali sia la caratteristica disturbante che cogliamo nell’ altro.
Le persone e le situazioni con cui ci si relaziona quotidianamente fungono da specchi nei quali vengono riflesse parti profonde di sè richiamando l’ attenzione su aspetti interiori: ciò fornisce la possibilità di capire meglio se stessi sulla base di ciò che accade intorno.
Ed è così che tutte le persone antipatiche con cui ci si relaziona, così come le situazioni scomode che si ripetono, anziché essere delle “scocciature”, diventano delle grandi opportunità per conoscersi meglio.
proiez2Quando si prova una sofferenza, dirsi che sono stati gli altri ad averla provocata è più facile rispetto all’ attribuirsene la responsabilità ma, allo stesso tempo, impedisce di trovare una soluzione ad un disagio che rispecchia una fragilità interiore che, in relazione all’ altro, non fa altro che palesarsi.
È per questo che ogni volta che qualcuno o qualcosa crea una sofferenza, può essere di grande aiuto chiedersi cosa genera il fastidio.
Anziché dare la colpa a qualcosa di esterno, si può provare a guardarsi dentro e farsi delle domande: si tratta di una paura sepolta? Di un dolore nascosto? Di una rabbia repressa?
Forse quella persona ci maltratta come noi maltrattiamo noi stessi? Ci mostra come ci piacerebbe essere senza riuscirci? Fa qualcosa che proprio non ci piace ma che ci è, al contempo, estremamente familiare?
Già porsi certi quesiti è un ottimo modo per iniziare a prendere maggiore consapevolezza di sé, conoscere aspetti della propria personalità di cui non si è mai tenuto conto e relazionarsi in maniera più serena alle persone che si incontrano.

Riferimenti bibliografici:
-Papadopoulos, R. K. (2009). Manuale di psicologia Junghiana, Moretti & Vitali Editori, Tecnoprint, Romano di Lombardia (BG) Settembre 2009.

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Lascia stare il tuo giudice interno e impara ad accettarTi.

“Smettere di combattere con se stessi, riuscire a perdonarsi ciò che causa dolore, non scegliere fra bene e male, non discriminare fra brutto e bello, ma cercare di comprendere passato e presente: in questo consiste il difficile processo dell’accettare se stessi.” – P. Wachtel

sestessi

Una delle preoccupazioni più ricorrenti in ognuno di noi è quella di non essere accettati dagli altri e spesso siamo talmente focalizzati su questo che non teniamo conto del fatto che, affinchè gli altri ci amino per quello che siamo, è fondamentale imparare, noi per primi, ad amarci.
Può sembrare scontato….ma non lo è.
Non è raro, infatti, che la valutazione che noi stessi facciamo della nostra persona sia molto più negativa rispetto a quella proveniente da chi ci sta intorno e questo di solito avviene perchè l’ unico a non accettare la nostra personalità o il nostro aspetto fisico è il proprio giudice interno, troppo spesso estremamente rigido.
Il giudice interno è quella vocina interiore che ha sempre da ridire qualcosa su ciò che pensiamo o facciamo, assomiglia al Grillo Parlante di Pinocchio, ha a che fare con la morale costruita nel corso della vita ed ha la caratteristica di essere spietato, distruttivo e generatore di sensi di colpa.
Tiene sempre sotto analisi la nostra persona, controlla ciò che facciamo e ci ricorda che potevamo sempre “fare di più”. Tanto più ha una percezione rigida delle cose (bello/brutto, giusto/sbagliato, buono/cattivo), tanto più crea sofferenza.
Siccome ci accompagna da sempre, non è molto semplice non ascoltarlo o fingere di non sentirlo perchè, per quanto sia cattivo e spesso sadico, non riusciamo a non credergli.
La prima cosa da fare è cercare di capire obiettivamente quali, tra tutte le cose che ci rimprovera, siano vere.
In quanto esseri umani nessuno è perfetto, ma tra avere delle imperfezioni ed essere totalmente fallimentari (sensazione che in molti, molti di più di quanti si pensi, sperimentano) c’è una grande differenza. Per quanto possa sembrare paradossale succede molto di frequente che le opinioni che gli altri abbiano su di noi siano molto più positive rispetto a quelle che ci attribuiamo noi stessi e quindi cercare di capire come ci percepisce chi ci sta intorno potrebbe essere un buon inizio per imparare ad essere più realistici e comprensivi con noi stessi.
Il secondo passo, che è quello più difficile, consiste nel prendere consapevolezza del fatto che proprio perchè siamo essere umani abbiamo dei difetti, dei limiti, degli aspetti di noi stessi che non apprezziamo ma dei quali, nonostante questo, ci rimane difficile sbarazzarci.
Molti aspetti del nostro ccondividilo_giorgia_come_saprei_girasole_cioccolata_spirito_libero_gocce_di_memoria_infinite_volte_se_stessiarattere e della nostra personalità possono essere smussati, resi più flessibili, permettendoci di vivere certe situazioni in modo più sereno, ma altri, sono talmente parti integranti di noi che rinunciarci significherebbe, in qualche modo, “denaturarci” ed è questa la situazione in cui la cosa più giusta da fare è quella di accettare ciò che siamo.
Jung parla di “ombre” per riferirsi a tutti quegli aspetti personali non graditi che, in quanto tali, fino a che restano inconsci si palesano nei sogni o nella  tendenza a vederli sulle altre persone.
Riuscire ad individuarli e, cosa ancora più complessa ma fondamentale, a riconoscerli come parti di noi è il passo essenziale per stare bene con sè stessi. Rendendoli consapevoli, infatti, acquistiamo la consapevolezza e ci prendiamo la responsabilità di ciò che siamo, dei propri limiti ma anche delle infinite risorse, imparando ad allontanare vissuti di rabbia e timore e a vivere, di conseguenza, in maniera più armonica e serena con se stessi e, inevitabilmente, con gli altri.

Riferimenti Bibliografici:
– Papadopoulos R. K. (2009), Manuale di Psicologia Junghiana, Moretti&Vitali Editori, Bergamo.
– Wachtel P. L. (1993), La comunicazione Terapeutica, Bollati Boringhieri editore s.r.l, Torino (2000)

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