Close

Ansia Sintomi – Non farti paralizzare dall’ansia, chiedi aiuto.

sintomi depressione, disturbo bipolare, psicologo firenze, psicoterapeuta firenze, ansia sintomi, ilaria viscontiAnsia sintomi – Non farti paralizzare!! Chiedi aiuto.

Ansia sintomi – Quando si parla di ansia è chiaro per tutti a cosa si sta facendo riferimento. É quella sensazione che si prova quando si sta vivendo uno stato d’allerta ed è generalmente collegata all’emozione sgradevole della paura.

I sintomi associati all’ansia sono moltissimi e riguardano sia la sfera psicologica che quella fisica.

Da un punto di vista emotivo, è caratterizzata da un senso di preoccupazione pervasivo e costante, difficoltà di concentrazione, stato di confusione mentale e perdita di controllo.

Fisicamente le manifestazioni dell’ansia sono tantissime e vanno dall’accelerazione del battito cardiaco, al tremore, alla sudorazione, ad un senso di formicolio diffuso, vampate di calore o, al contrario, brividi di freddo, tutti sintomi che contribuiscono ad acuire e mantenere il senso di angoscia che la caratterizza.

Sebbene abbia un importante valore adattivo (provare un forte stato d’ansia in una situazione di reale pericolo ci mette in allerta dandoci la possibilità anche di salvarci la vita), quando si manifesta costantemente ed eccessivamente perde questa sua caratteristica, conservando soltanto gli aspetti sgradevoli e diventando, inevitabilmente, disfunzionale.

É in questi casi che i livelli di ansietà possono diventare talmente elevati da essere paralizzanti, portando alla costruzione di una gabbia mentale della quale si può anche restare prigionieri.

Quando gestire la propria vita diventa estremamente complicato, la quotidianità finisce per essere logorata dal senso di oppressione e rilassarsi diventa un’impresa impossibile, si può andare incontro ad uno stato di esaurimento che può e deve essere migliorato.

Certe volte persino chiedere aiuto per uscire dal recinto dell’apprensione può essere difficile, in realtà la decisione di intraprendere un percorso psicoterapeutico mirato può essere una scelta molto saggia.

Con l’aiuto di un professionista, si può imparare infatti ad “ascoltare” quello che la nostra mente ed il nostro corpo stanno tentando di dire attraverso quel fastidioso sintomo, permettendoci di (ri)conoscere tutte le cause che si celano dietro al disturbo d’ansia al fine di comprenderle, imparando, quindi, a gestirle ed a trovare la chiave per rompere quei muri ritrovando la propria libertà. Continue reading “Ansia Sintomi – Non farti paralizzare dall’ansia, chiedi aiuto.”

Condividi:

7 strategie di coping utili a regolare le emozioni di fronte alle difficoltà.

regolazione-emozioni

Le emozioni fanno parte della vita di ognuno di noi, da sempre.
Dal momento in cui veniamo al mondo accompagnano la nostra esistenza, attivandosi ogni volta in cui si verifichi la necessità di fronteggiare un’ emergenza derivata dall’ ambiente. È grazie alla paura, per esempio, che evitiamo di mettere in atto comportamenti pericolosi o attraverso la tristezza che chiediamo aiuto agli altri, ovvero cerchiamo di tutelare il più possibile la nostra esistenza. In questo senso le emozioni preparano all’ azione attraverso tendenze comportamentali che spingono a muoversi verso qualcosa o, al contrario, evitarla. Queste azioni mentali sono molto importanti in quanto si caratterizzano come strategie con cui la persona affronta una certa situazione emotiva; in psicologia tale aspetto è definito coping ed influenza moltissimo la riuscita di fronte alle avversità della vita rendendo alcune persone più “vincenti” rispetto ad altre.
Quando ci si trova di fronte ad una circostanza problematica si può cercare di affrontarla usando una strategia centrata proprio sul problema, sfidandolo in maniera diretta attraverso le nostre risorse; al contrario, qualora ciò non sia possibile, si può adottare una strategia che si focalizza più sull’ emozione, che mira per lo più a controllare gli effetti negativi di una reazione emotiva troppo intensa.regolazione-emozioni2

Ecco 7 strategie di coping da utilizzare per gestire le emozioni di fronte ai problemi:

  1. Accettare il confronto:

Accettare il confronto è una modalità molto “attiva” di rapportarsi ai problemi in quanto, mantenendo ferme le proprie convinzioni, permette di combattere per raggiungere il proprio obiettivo, senza arrendersi.

  1. Prendere le distanze:

Questo stile spinge principalmente ad aggirare il problema, evitando di pensare troppo su quanto accaduto e andando avanti per la propria strada, senza mai voltarsi. Il problema, in questo modo, non viene “affrontato di petto”, ma isolato, senza ripensamenti.

  1. Autocontrollarsi:

L’ autocontrollo come strategia di coping porta a non condividere con gli altri tutti quei sentimenti sperimentati in seguito ad un evento vissuto in maniera più o meno traumatica. Evitando di cercare supporto negli altri, quindi, usando questa modalità si nasconde la propria difficoltà o sofferenza puntando prevalentemente sulle proprie risorse interiori.

  1. Ricercare il sostegno sociale:

Questa strategia è esattamente opposta alla precedente: anziché cercare di risolvere tutto da sé,  si sceglie, in questo caso, di parlare con chi, si pensa, possa essere di aiuto. Che si tratti di una figura di riferimento, di un conoscente o di qualcuno che suscita fiducia, in ogni caso viene accettata la comprensione offerta, facendone un’ importante risorsa.

  1. Accettare la responsabilità:

Si parte dall’ idea che, se qualcosa è avvenuto, ciò dipende in parte (o del tutto) da se stessi. Questo tipo di autocritica, da cui consegue un riconoscimento della propria colpa in ciò che è avvenuto, può essere un buon modo per affrontare un’ avversità.

  1. Pianificare la soluzione:

Preso atto della problematica presentata, ci si focalizza sul problema; in questo modo, analizzando la situazione, e prendendo atto del fatto che, compiendo certe azioni, si può trovare un rimedio, si tende a raddoppiare i propri sforzi per realizzare un piano di risoluzione.

  1. Rivalutarsi positivamente:

Si tratta di partire da se stessi per rapportarsi all’ imprevisto. Ritrovare fiducia in se stessi, sulle proprie capacità e risorse, acquisendo una buona stima si sé consente di porsi di fronte all’ ostacolo in maniera fiduciosa, favorendo così la nascita di buone idee. Pensare “Posso trovare una soluzione grazie alle mie risorse”, infonde un senso di sicurezza e tranquillità che pone di fronte all’ ostacolo in maniera serena e costruttiva.

Le emozioni si sono sviluppate proprio come risposta agli eventi esterni, nonostante questo talvolta, data la loro caratteristica di impulsività, può essere utile imparare a gestirle al fine di rapportarsi nella maniera più appropriata di fronte a tutte quelle avversità, più o meno frequenti, che si presentano nel corso della vita di ognuno.

Riferimento Bibliografico:
– Mecacci, L. (2001), Manuale di Psicologia Generale e Sperimentale, Giunti Gruppo Editoriale, Firenze.

Condividi:

Esci dalla zona di comfort..e inizia a vivere!

zona-di-comfort

La paura è una delle emozioni universali e, in quanto tale, possiede un importante valore adattivo. La sua presenza infatti, determinando uno stato di allerta, permette di stare alla larga dai pericoli garantendo a se stessi e agli altri la sopravvivenza.
Quando diventa eccessiva però, perde le sue caratteristiche funzionali e si trasforma in ansia, caratterizzandosi come un’ esperienza limitante che impedisce di far esplorare il mondo per il timore eccessivo di venirne ferito, da un punto di visto sia fisico che (soprattutto) emotivo.
Purtroppo però, a lungo andare, tale atteggiamento può diventare tanto rigido da intralciare la propria crescita e la possibilità di aprirsi a ciò che non si conosce, limitando le probabilità di vivere una vita libera e serena. Questo è il motivo fondamentale perché è importante farsi coraggio e uscire dalla propria zona di comfort.

Cos’è la zona di comfort e in che modo costituisce un limite alla propria crescita personale?

“Comfort” letteralmente significa “sicurezza”, “protezione”, “rassicurazione”, pertanto quando si parla di zona di comfort si fa riferimento a quell’ area entro la quale si ha la percezione di essere al sicuro.
Ed è effettivamente così: nella zona di confort ci si relaziona esclusivamente a persone familiari, si eseguono le solite azioni quotidiane e le situazioni a cui ci si rapporta diventano prevedibili e controllabili, per questo il senso di ansia scompare o si minimizza all’ interno di un contesto tranquillo che, per quanto rassicurante è, al tempo stesso, estremamente limitante.
Questo senso di sicurezza, che può far riferimento a persone, situazioni o sentimenti, è caratterizzato dal bisogno di restarne ancorati evitando di mettersi in gioco sperimentando in questo modo cose nuove e preferendo piuttosto chiudersi in modalità conosciute sebbene disadattive dato che, per quanto possa essere spaventoso, nessuno è in grado di controllare li eventi e pertanto non è stando sotto una campana di vetro che si può evitare la sofferenza.
Rimanendo vincolati a quest’ area, infatti, ci si priva della possibilità di evolvere, di avere sorprese, di aprirsi a quell’ imprevisto che, sebbene temuto, rende la vita degna di essere vissuta, senza contare, inoltre, che più si resta fermi e disinteressati verso l’ incontrollabile più l’ ansia prende consistenza, innescando una sorta di circolo vizioso dal quale diventa sempre più difficile uscire (se vuoi approfondire, clicca qui).

Piccoli step per uscire dalla zona di comfort

zona-di-comfort2Fuori dalla zona di comfort c’è tutto ciò che non si conosce ed è per questo che per uscire fuori dal confine è necessario trovare il coraggio di fare piccole cose nuove.

LA PAROLA D’ ORDINE È “CAMBIARE”


Puoi decidere tu quanto “osare” ogni giorno quindi inizia a farlo iniziando da cose “banali” fino ad arrivare a quelle più “complesse”, senza fretta ma seguendo i tuoi tempi.

Ecco alcuni spunti per iniziare:

◊ Cambia strada: nel solito percorso da casa a lavoro, per esempio, segui percorsi alternativi; questo ti permetterà di incontrare nuove persone, scoprire magari un bel parco o un locale che non conoscevi.

◊ Sperimenta nuovi cibi: cucina cose diverse dal solito, potresti accorgerti di quanto sia piacevole assaggiare cose diverse da quelle a cui sei abituato.

◊ Sorridi (o fallo più spesso): Un’ espressione rilassata e serena è un’ importante canale di apertura al mondo.

◊ Inizia una nuova attività: ci sono tante cose che ti piacerebbe fare ma alla fine non ne inizi mai nessuna, fare qualcosa di nuovo è uno step abbastanza complesso, ma fondamentale, per liberarti delle tue corazze.

◊ Parla con uno sconosciuto: inizia per primo una conversazione con qualcuno che non conosci in situazioni quotidiane, in coda alla cassa, in fila dal medico, al vicino di poltrona al cinema..

◊ Non smettere mai di stupirti: concediti la gioia di andare oltre a quelli che credi essere i tuoi confini, sperimenta, tenta, abbi il coraggio di osare..e non aver paura.

“La vita inizia dove finisce la paura” – Osho

Riferimento Bibliografico:
– Mecacci, L. (2001), Manuale di Psicologia Generale e Sperimentale, Giunti Gruppo Editoriale, Firenze.

Condividi:

Provare disagio nelle situazioni sociali: quando la timidezza si trasforma in ansia.

ansia-sociale-3
Certe situazioni sociali, come sostenere una conversazione, incontrare nuove persone, telefonare a qualcuno o partecipare ad una festa, possono generare timidezza nella gran parte delle persone in quanto espongono alla relazione con gli altri, con la conseguente possibilità di venire osservati e, talvolta, giudicati.
Generalmente, i benefici che derivano da queste circostanze sono superiori agli svantaggi quindi l’ idea di conoscere persone nuove, divertirsi e trascorrere serenamente il proprio tempo sono ritenute motivazioni valide per affrontare il leggero imbarazzo iniziale e decidere di cominciare una nuova esperienza, in tranquillità.
Quando però tali esitazioni si trasformano in timori talmente grandi da generare vera e propria ansia al punto da compromettere la qualità della vita a livello personale e relazionale può darsi che siamo di fronte ad una situazione nota come “ansia sociale”.
Si parla di ansia sociale quando la leggera preoccupazione relativa alle situazioni sociali o a quelle in cui è richiesta una performance si trasforma in vera e propria paura e pare essere determinata in buona parte dalla tendenza ad interpretare certe situazioni in maniera distorta. Nello specifico, anziché essere vissute come divertenti e stimolanti, tali circostanze sono lette come minacciose e imbarazzanti, condizionando il modo di vivere se stessi e la propria capacità di relazionarsi a chi sta di fronte.
Il bisogno di fare a tutti i costi una buona impressione agli altri, collegata all’ insicurezza circa la possibilità di poterci riuscire, porta l’ individuo a formulare una serie di convinzioni su se stesso sminuenti e, vista la tendenza a focalizzare l’ attenzione su di sé anziché osservare le risposte degli altri, non si concentra sui riscontri (generalmente positivi) provenienti dall’ esterno, ma solo sulle proprie convinzioni distorte che non fanno che ridurre ulteriormente l’ autostima.

Quali sono le convinzioni controproducenti di chi soffre di “ansia sociale”?

ansia-socialeTra le credenze, le supposizioni e le regole errate alla base del pensiero di chi soffre di ansia sociale alcuni esempi sono: “Sono stupido/a”, “Se gli altri si accorgono che faccio un errore penseranno che sono un fallito/a”, “Devo apparire sempre perfetto/a”.
Avere pensieri così forti e negativi su se stessi e su come ci si deve comportare nelle situazioni sociali aumenta inevitabilmente l’ ansia in quelle circostanze, generando un circolo vizioso che spinge l’ individuo ad evitare tali situazioni sia impedendo a se stesso di mettersi alla prova che non dandosi la possibilità di dimostrarsi che gli esiti tanto temuti possono anche non verificarsi. Se solo riuscisse a trovare il coraggio di parlare in pubblico, per esempio, chi soffre di ansia sociale, potrebbe rimanere piacevolmente stupido dal realizzare di essere perfettamente in grado di farlo; l’ ansia però, in queste circostanze, è talmente paralizzante, da impedire di mettersi alla prova.

Quali sono le soluzioni?

Esistono una serie di tecniche, derivanti dall’ approccio cognitivo comportamentale, che possono essere utili per sbloccare la situazione.

  • Psico-educazione. Istruire le persone che soffrono di ansia sociale relativamente alla natura della propria agitazione è utile per metterle a conoscenza e rassicurarle relativamente alle sensazioni sgradevoli che stanno provando.ansia-sociale-1
  • Strategie cognitive. Dato che una delle cause principali dell’ ansia sociale è la presenza di pensieri distorti, risulta utile aiutare la persona a focalizzarsi su di essi e, soprattutto, sul modificarli in “positivo, aprendo la mente ad alternative meno ansiogene e giudicanti.
  • Esposizione. Per ridurre la paura è fondamentale confrontarsi direttamente con ciò che si cerca di evitare; ogni volta che avviene un confronto con ciò che si teme e si realizza che non succede nulla di nocivo, l’ ansia tende a ridursi automaticamente. Sebbene questa tecnica sia fondamentale è anche quella a più alto contenuto emotivo, pertanto è importante che l’ esposizione avvenga gradualmente.
  • Tecniche di rilassamento. Le tecniche di rilassamento quali il Training Autogeno, per esempio, risultano di grande aiuto per abbassare la soglia di ansia generale e sono particolarmente utili in prossimità dell’ esposizione.

Ritengo che l’ uso di tali tecniche sia molto utile per aiutare la persona a sbloccarsi di fronte a certe situazioni sociali riducendo il livello d’ ansia ed imparando ad aprirsi al mondo.
Nonostante questo, osservando la problematica secondo un approccio comparato, ritengo che, affinchè l’ individuo possa raggiungere benefici a lungo termine sia essenziale approfondire il lavoro terapeutico focalizzando l’ attenzione sulle motivazioni alla base delle proprie insicurezze e timori, analizzandole e comprendendole al fine di prenderne coscienza e realizzando così una crescita personale.

Riferimento Bibliografico:
– Antony M. M., Rowa K. (2010), Disturbo d’ ansia sociale. Giunti O.S. Organizzazioni Speciali – Firenze.

Condividi:

“Hai il diritto di..” – Il Codice dei Diritti Assertivi.

Ho ribadito più volte l’ importanza di imparare ad essere assertivi.
Sebbene infatti spesso non sia comprensibile nell’ immediato quanto la difficoltà di esprimere i propri bisogni e desideri in maniera adeguata possa avere ripercussioni anche piuttosto forti sulla propria salute psicologica (nonchè fisica!), nei fatti la qualità della vita varia molto tra coloro che sanno esprimersi e coloro che tentennano nel farlo.
Per acquisire questa importante competenza, risulta fondamentale rimuovere false credenze, ristrutturare alcune convinzioni e correggere certe errate informazioni che vengono date per “buone” guidando il comportamento in una direzione che può essere, in realtà, distorta.
Ecco perché risulta importante conoscere quello che viene definito come “Codice dei Diritti Assertivi”, una specie di regolamento, caratterizzato da serie di imperativi tesi a focalizzare l’ attenzione sul proprio essere, chiarendo quelli che sono i diritti di ognuno che, troppo spesso, vengono  lasciati in disparte, per soddisfare le esigenze altrui o, al contrario, usati in maniera esclusiva, non tenendo conto degli altri.

diritti-assertivi

“IL CODICE DEI DIRITTI ASSERTIVI”

1. IL GIUDICE SUPREMO DEL TUO COMPORTAMENTO SEI TU STESSO
2. HAI IL DIRITTO DI NON DARE SPIEGAZIONI E SCUSE PER IL TUO COMPORTAMENTO
3. HAI IL DIRITTO DI GIUDICARE SE TOCCA A TE TROVARE LA SOLUZIONE PER I PROBLEMI DEGLI ALTRI
4. HAI IL DIRITTO DI CAMBIARE OPINIONE
5. HAI IL DIRITTO DI FARE SBAGLI
6. HAI IL DIRITTO DI DIRE “NON SO”
7. HAI IL DIRITTO DI PRESCINDERE DAL BENVOLERE DEGLI ALTRI, QUANDO HAI A CHE FARE CON LORO
8. HAI IL DIRITTO DI PRENDERE DECISIONI ILLOGICHE
9. HAI IL DIRITTO DI DIRE “NON CAPISCO”
10. HAI IL DIRITTO DI DIRE “NON MI RIGUARDA”
11. HAI IL DIRITTO DI DIRE “NO” SENZA SENTIRTI IN COLPA

Concentrarsi su questi principi, permette di acquisire una maggiore consapevolezza circa quelli che sono i confini tra sé e gli altri, limitando sentimenti comuni quali senso di colpa, timore di esprimersi e di essere giudicati e raggiungendo un maggiore livello di libertà e sicurezza personale, nel rispetto degli altri.

Riferimento Bibliografico:

  • Alberti L., Dinetto A., Manuale di addestramento affermativo, Bulzoni Ed., Roma, 1988
Condividi:

– PROMOZIONE ESTIVA –

IL BENESSERE PSICOLOGICO NON VA IN VACANZA!

5 euro di sconto su ogni seduta dal 21 Giugno al 30 Agosto 2016

Psicologia Estate

D’ estate si tende ad allentare con i ritmi quotidiani ed a rompere le routine, posticipando la ripresa di un’ attività o l’ inizio di qualcosa di nuovo ai mesi autunnali.
Ogni momento, però, è quello giusto per iniziare a prendersi cura del proprio benessere psicologico, dare un senso ad un  sintomo o affrontare una problematica persistente.
Per questo, dal 21 Giugno al 30 Agosto è attiva, per chi ne fa richiesta, la Promozione Estiva “Il Benessere Psicologico non va in vacanza”, che consiste nella riduzione di 5 euro sul prezzo totale di ogni seduta (fino al 30 Agosto) per chiunque decida di inziare un percorso terapeutico nei mesi estivi.

È possibile richiedere un appuntamento telefonando al 339.6034157 o scrivendo una mail all’ indirizzo: doc.ilariavisconti@gmail.com

“L’estate ammorbidisce le linee che il crudele inverno mostrava”
                                                                                                  John Geddes

 

 

Salva

Salva

Condividi:

Riduci l’ ansia smantellando 4 falsi miti!

Riuscire a dire ciò che si prova, comunicare bisogni o palesare pensieri è tutt’ altro che semplice, soprattutto perché tali azioni sono molto spesso associate a sentimenti di ansia.
La motivazione principale alla base della mancanza di assertività, pare essere quella legata ad una scarsa autostima, che porta ad assumere un atteggiamento inibitorio, reprimendo i propri desideri, o, al contrario, imponendosi agli altri in maniera violenta, non riconoscendone i valori e le necessità.
assertività3Entrambe le modalità risultano essere disadattive e generano frustrazione, insicurezza, senso di colpa, isolamento ed ansia che, a lungo andare, rischiano di minare ulteriormente la stima in se stessi e generano risentimenti e nervosismo che sfociano spesso in somatizzazioni di ogni tipo.
Oltre al senso di valore personale, però, tra le ragioni che rendono difficile comunicare in maniera assertiva, assumono un ruolo molto importante i fattori culturali.
Può infatti avvenire che, nel corso del tempo, vengano trasmessi valori e ideali che, sebbene funzionali e coerenti in contesti passati, risultino inadeguati in quelli attuali ed essendo mantenuti all’ interno di un contesto sociale modificato generano incongruenze sia a livello ideologico che morale. E proprio per adeguarsi a questi modelli ormai superati, alcune persone tendono a modificare o addirittura rinnegare l’ espressione di sé, andando incontro a conflitti interiori e ansia.
A tal proposito Ellis ha individuato quattro opinioni errate, rinominate “miti”, che hanno una grande influenza nel generare comportamenti anassertivi.

Vediamo quale ti appartiene, in che modo devia il tuo pensiero..e come puoi affrontarlo!

1. Mito della modestia: La cultura Occidentale tende a trasmettere l’ idea che la modestia sia una virtù e ciò rende spesso molto difficile vivere e accettare in modo sereno i propri meriti e pregi e rende incapaci di rispondere ai complimenti o a parlare positivamente di sé. Al contrario, ciò favorisce lo svilupparsi di un’ immagine negativa di se stessi che, da una parte, nega ogni lode, dall’ altra giustifica le critiche nei propri confronti.
Il concentrarsi dell’ individuo sugli aspetti peggiori della propria personalità, può innescare sentimenti d’ ansia e depressione rendendo l’ adesione a questo valore estremamente controproducente.

Soluzione: Bisogna imparare a riconoscere e valorizzare le proprie qualità, a parlare di sé e dei propri aspetti positivi agli altri. Per iniziare, ogni volta che ci viene rivolto un complimento, anziché minimizzarlo, può essere una buona idea sorridere e rispondere “Grazie”, in questo modo, infatti, accettiamo una lusinga e la interiorizziamo, valorizzando noi stessi.

2. Mito del vero amico: L’ amicizia è un valore molto rilevante nella nostra cultura, tanto che spesso ci si aspetta che l’ altro sia in grado di anticipare e comprendere i nostri pensieri, desideri e aspettative, senza che ci sia bisogno di esprimerlo. E quando ciò non avviene si sviluppa spesso la convinzione che la gente si approfitti di noi o che non ci dia, comunque, la giusta considerazione reagendo con atteggiamenti di chiusura (tipici del passivo) o, al contrario, con atteggiamenti di difensiva (tipici dell’ aggressivo).

Soluzione: Per quanto un legame possa essere stretto, basato su conoscenza e affetto reciproco, nessuno al mondo, possiede la capacità di conoscere i nostri pensieri, a meno che non siamo noi a comunicarglieli. Inoltre, non meno importante, bisogna anche tener conto del fatto che ognuno di noi fa riferimento ad una  “gerarchia di valori” che non è valida per tutti allo stesso modo e, di conseguenza, ciò che per noi è molto importante non lo è per chi ci sta di fronte. Per questi motivi, per evitare inutili incomprensioni, fraintendimenti e delusioni, l’ unica soluzione è quella di esprimere sempre ciò che ci aspettiamo dall’ altro e ciò di cui avremmo bisogno.

3. Il mito dell’ ansia: Nella nostra società prevale ancora oggi la convinzione per cui le persone sicure di sé e “tutte d’ un pezzo”per poter contare sulla piena padronanza di loro stesse, non possono mostrarsi mai in ansia in quanto questo trasmetterebbe agli altri un’ immagine di persona debole e vulnerabile che non è accettabile.assertività2
Si tratta ovviamente di un mito.
Ansia non è sinonimo di fragilità, anzi esprime uno stato di attivazione che, fino a certi livelli, è fisiologico ed ha persino un valore adattivo in quanto migliora la performance. Diventa invece disadattiva quando è in eccesso e ciò succede ad ogni tentativo di sfuggire a questa sensazione, nascondendola agli altri.

Soluzione: Sebbene possa sembrare paradossale, esprimere apertamente agli altri la propria tensione, anziché sforzarsi di reprimerla, è un’ ottima strategia per ridurla e ciò permette di esprimere in modo tranquillo le emozioni, pensieri e sentimenti.

4. Mito dell’ obbligo: È forse il mito più diffuso che, per certi aspetti, è antagonista al “Mito del vero amico”.
Il mito dell’ obbligo consiste nella tendenza a sentirsi, da un lato, incapaci di rifiutare un piacere ad un amico e, dall’ altro, a vivere ogni richiesta propria come un’ imposizione fatta agli altri.
Se nel primo caso, quindi, si agisce perché ci si sente obbligati a farlo, nell’ altro non si agisce in quanto non si vuole obbligare gli altri a fare qualcosa per noi stessi. Ne consegue che chi aderisce a questo mito tende a proiettare la responsabilità della frustrazione che prova sugli altri, portandolo a concludere di essere incompreso e non considerato, provando sfiducia, isolamento e diffidenza nei confronti degli altri.

Soluzione: Un buon compromesso è quello di accondiscendere alle richieste altrui solo quando siano compatibili con i propri impegni o bisogni e concedersi, al tempo stesso, la libertà di avanzare, senza farsi prendere dai sensi di colpa, richieste agli amici; un rapporto interpersonale soddisfacente si basa sul dare e ricevere, mettendo al primo posto le proprie esigenze.

assertivitàOgnuno di questi miti racchiude dentro di sé una serie di idee preconcette e stereotipate che influenzano moltissimo la messa in atto di comportamenti disfunzionali; pertanto riconoscere queste false credenze è il primo passo fondamentale per correggere tali informazioni errate che, in maniera più o meno diretta, minano la serena gestione delle relazioni nella loro quotidianità.

Riferimento Bibliografico:
-Alberti L., Dinetto A., Manuale di addestramento affermativo, Bulzoni Ed., Roma, 1988

Salva

Salva

Salva

Salva

Condividi:

Come vivi le relazioni? Dipende dal tuo modello di attaccamento..

Ognuno di noi, fin da piccolo, stabilisce un rapporto significativo con una figura d’ attaccamento, solitamente la madre, sulla base del quale si strutturano la personalità e le relazioni affettive future. partner1
È proprio attraverso queste esperienze precoci che il bambino costruisce una rappresentazione interna di se stesso e dell’ altro grazie alla quale impara ad interpretare le informazioni provenienti dal mondo esterno e sviluppa una specie di “copione” circa le sue modalità relazionali.
Gli schemi emotivi e comportamentali dell’ attaccamento hanno un valore adattivo in quanto si sono sviluppati nel tempo per garantire la sopravvivenza della specie. I due poli di questo processo sono la vicinanza fisica e l’ esplorazione dell’ ambiente: quando il piccolo percepisce un pericolo attiva tutta una serie di comportamenti (per esempio piangere o urlare) che producono la vicinanza della figura d’ attaccamento, mettendolo in salvo, rassicurandolo; qualora essa sia assente o se il bambino la percepisce tale, svilupperà “ansia da separazione”.
Un famoso esperimento compiuto da Mary Ainsworth e noto come Strange Situation (caratterizzato appunto dall’ allontanamento e riavvicinamento della madre alternato alla relazione del bimbo con un estraneo) ha permesso di individuare tre fondamentali stili di attaccamento che, come detto, caratterizzano la prima relazione della vita, strutturano la personalità e influenzano le modalità relazionali future.

Vediamo quali sono e in che modo influenzano le relazioni.

L’ attaccamento sicuro si sviluppa in tutti i bambini che hanno avuto una madre sensibile ai loro bisogni, pronta a correre in aiuto qualora ne abbiano fatto richiesta.
La mamma di un bimbo sicuro non ha mai impedito o limitato l’ esplorazione dell’ ambiente circostante trasmettendo al figlio la certezza della sua disponibilità, anche quando non può essere fisicamente presente.
Il bimbo comprende di poter contare su di lei perché è in grado di consolarlo e proteggerlo ogni  volta ne abbia bisogno e ciò gli permette di costruirsi un’ immagine di Sé come persona amabile, degna di essere confortata e apprezzata ed una rappresentazione interna degli altri come affidabili, presenti e pronti ad aiutarlo nel momento del bisogno.

partner2

Proprio questa sicurezza acquisita nel periodo dell’ infanzia lo porta, da adulto, ad avere un ruolo attivo nella scelta del partner, selezionando solo coloro che sono in grado di amarlo davvero e tenendo lontane tutte quelle persone che possono frustrarlo nella sua certezza di essere amato e accettato.
Un adulto con attaccamento sicuro tende a scegliere partners “validi” e difficilmente incappa in relazioni “tossiche”, essendo alla ricerca di fiducia e accettazione dell’ altro; quando ciò avviene, tende a chiuderle in tempi rapidi e senza troppa sofferenza in quanto non gratificato da una relazione non in linea con le sue aspettative.

L’ attaccamento (insicuro) evitante è presente nei bambini che, anziché essere accolti nella normale richiesta di affetto e attenzione, durante l’ infanzia hanno sperimentato rifiuto. Le madri che incoraggiano tale modalità di attaccamento, tendono ad essere piuttosto insensibili ai segnali emessi dal figlio ed a scoraggiare o addirittura rifiutare il contatto fisico quando il bambino richiede protezione, favorendo in lui sentimenti di ansia e paura.
La percezione del bambino sarà quella di essere solo al mondo e non tutelato e, di conseguenza, l’ adulto che si sviluppa a partire da questa esperienza si costruisce una rappresentazione di Sé come persona non accettata e indegna, traendone la conclusione di non essere meritevole d’ amore. Dal suo punto di vista gli altri sono considerati persone ostili, non presenti, da cui non aspettarsi niente se non delusione e esclusione.
Da queste basi si genera, solitamente, la convinzione di potersi fidare solo di se stessi e delle proprie risorse (percepite comunque limitate data la scarsa autostima), pertanto chiedere aiuto nei momenti di difficoltà risulta del tutto superfluo.partener3
Evitare di esporre le proprie emozioni o controllarle nella loro espressione diventa la strategia privilegiata da chi ha sviluppato un attaccamento evitante; impedire agli altri di conoscere il proprio mondo emotivo permette infatti di evitare l’ esposizione ad eventuali rifiuti che verrebbero vissuti come conferme alla convinzione di non avere alcun valore. A livello di legame affettivo tale atteggiamento è tipico in coloro che vivono svariate relazioni senza concedersi mai all’ altro ad un livello intimo e profondo e stabilendo soltanto rapporti superficiali e privi di valore emotivo, anche a lungo termine.

L’ attaccamento (insicuro) ambivalente si sviluppa nei bambini che hanno la percezione di avere una madre imprevedibile in quanto, in seguito alle normali richieste di affetto e accudimento, ha reagito talvolta accorrendo ai segnali di paura del figlio, consolandolo, altre volte, mostrandosi indifferente a tali richieste. La difficoltà che i bambini con attaccamento ambivalente tendono a sviluppare, è quella di essere incapaci di regolare le loro emozioni mostrando, a loro volta, scarsa chiarezza nell’ esprimere i propri sentimenti.
partner4La percezione di Sé che si sviluppa a partire da tali modalità relazionali è quella di persona vulnerabile che non ricerca mai aiuto dagli altri in quanto considerati inaffidabili e incostanti. Un adulto che ha vissuto questo tipo di esperienza, da grande, andando alla continua ricerca di conferme al proprio valore, tende a mettere in atto una serie di strategie tese ad ottenere un controllo sugli altri allo scopo di renderli maggiormente prevedibili. Nelle relazioni, pertanto, la tendenza è quella di esprimere in maniera esagerata i propri sentimenti con emozioni intense ed esplosive (come ad esempio gelosia e possessività), costringendo, in modi più o meno impliciti, la persona amata ad essere sempre e ininterrottamente presente e prodiga di attenzioni che, però, non sono mai abbastanza.

Emerge chiaramente come la modalità con cui si sviluppa il legame di attaccamento sia uno dei fattori che assume un ruolo importante nello sviluppo della personalità dell’ individuo, plasmando il suo modo di relazionarsi agli altri e al mondo.
Sebbene tali esperienze affettive precoci tendano a mantenersi piuttosto stabili nel tempo, non si può non tenere conto del fatto che lo stesso legame di attaccamento è legato anche ad aspetti cognitivi che portano gli individui a interiorizzare certi “schemi”, riproponendoli poi nel tempo. Di conseguenza, conoscere e comprendere le dinamiche del proprio stile di attaccamento, permette di modificare certe esperienze precoci “distorte” e di dare nuovi significati alle proprie emozioni.

Riferimento Bibliografico:
– Fonzi, A. (2001). “Manuale di psicologia dello Sviluppo”, Giunti Editore.

Salva

Salva

Condividi:

Sintomi depressione: mi sento spesso triste, ma non so perché..

Sintomi depressione: mi sento spesso triste, ma non so perché..

Sintomi depressione – Non tutte le giornate sono uguali tra loro e non tutte le persone vivono e fronteggiano le situazioni con le stesse modalità.

Sebbene ognuno sperimenti alterazioni quotidiane dell’ umore che sono assolutamente normali e influenzate da molti fattori, per alcuni la tristezza è un’ emozione particolarmente familiare che tende a presentarsi in modo costante e porta ad interpretare il mondo come se fosse osservato e vissuto attraverso una lente grigia.sintomi depressione, disturbo bipolare, psicologo firenze, psicoterapeuta firenze, ansia sintomi, ilaria visconti

Come spiegato in altri articoli, ognuno di noi elabora e dà un senso alla realtà circostante e alle situazioni che la caratterizzano, sulla base della propria capacità di organizzare le informazioni che possiede e questo è uno dei motivi per cui di fronte ad una situazione simile, la lettura che le persone ne fanno può essere anche molto diversa e, di conseguenza, è diverso il modo di rapportarsi ad essa.

Quando la tristezza tende ad essere l’ emozione prevalente orientando la personalità in senso depressivo, si hanno buone ragioni per pensare che, già dall’ infanzia, siano stati presenti eventi collegati alla perdita; che si sia trattato di una perdita reale o “soltanto” psicologica, è possibile che chi si scontra quotidianamente con sentimenti di vuoto, sconforto e demoralizzazione abbia vissuto precoci, frequenti e prolungati distacchi dalla figura di attaccamento.

Quando si verificano tali circostanze avviene che il bambino sviluppi, già da molto piccolo, aspettative di rifiuto e abbandono, senso di inferiorità, di colpa e una forte tendenza all’ autocritica che si traducono, durante la crescita, nella convinzione di non poter fare affidamento sugli altri e di poter, al contrario, contare solo su se stessi.

L’ identità  personale che si struttura a partire da questi presupposti, si basa pertanto su una valutazione di sé come persona negativa e non amabile, che può contare solo sulle proprie risorse (percepite però come limitate!) per affrontare le avversità della vita. L’ atteggiamento rispetto agli eventi è per lo più rassegnato e fatalista dato che la tendenza è quella di darsi “per vinti” già prima di tentare di fare qualcosa che viene considerata, a priori, una battaglia persa.

sintomi depressione, disturbo bipolare, psicologo firenze, psicoterapeuta firenze, ansia sintomi, ilaria viscontiChi struttura la propria personalità sulla base di tali principi sviluppa un atteggiamento verso la realtà caratterizzato da aspettative di esclusione, incapacità di accettare gratificazioni e piaceri incondizionati nonché la tendenza ad attribuire scarso valore agli obiettivi raggiunti, sebbene quando qualcosa di valido venga ottenuto, perde le sue caratteristiche di validità.

Ogni volta in cui si assiste ad una perdita nel corso della vita, chi ha sviluppato una personalità orientata in senso depressivo si trova a rivivere quel senso di abbandono sperimentato da piccolo, che lo porta a percepirsi fragile rispetto ai vissuti di solitudine che inevitabilmente associa a sentimenti di vuoto e disperazione.

Che si tratti di un oggetto tangibile, di un bene non materiale (per esempio la stima di qualcuno), di una delusione, della fantasia rispetto ad una perdita ipotetica nonché, ovviamente, a perdite concrete e gravi quali separazioni o lutti, si attivano sensazioni ed immagini di solitudine irreversibili.

Anziché reagire con una tristezza “costruttiva” che, sebbene fisiologica in situazioni di questo tipo, fornisce uno stimolo alla risoluzione di un problema, chi ha una personalità organizzata in senso depressivo replica isolandosi o dedicandosi in maniera costante agli altri non concedendosi il tempo per elaborare la perdita appena vissuta.
Questo innesca anzi un circolo nel quale, invece di confermarsi la possibilità di essere aiutati in caso di necessità, ci si ritrova sempre più soli.

La tristezza, al pari di tutte le emozioni, possiede un valore adattivo che è funzionale perché la sua presenza spinge chi la prova ad isolarsi e a chiudersi al mondo esterno mandando il messaggio che qualcosa non va e che c’è bisogno di aiuto per risollevarsi da una certa situazione.

Il paradosso è che, proprio chi la sperimenta di frequente e che quindi, con buone probabilità nasconde dentro di sé un’ organizzazione di personalità depressiva, sintomi depressione, ha imparato a doversi prendere cura di se stesso da solo, non rivolgendosi a chi gli sta intorno, ma contando solo ed esclusivamente sulle proprie forze e anzi prodigandosi, spesso fin troppo, per gli altri.

Un primo passo per poter rompere questo meccanismo di sintomi depressione può essere proprio quello di deresponsabilizzarsi e spogliarsi, pian piano, di tutte quelle credenze costruite nel corso della vita che plasmano un’ immagine di sé come persona di poco valore, fallimentare e non meritevole di amore, cercando di attribuire un nuovo significato al timore di essere abbandonato e ridimensionando la concezione di se stesso e della realtà circostante.

Puoi approfondire l’ argomento sui sintomi depressione leggendo un altro mio articolo sulla rivista psicologica on line PsicologiaOk.
Continue reading “Sintomi depressione: mi sento spesso triste, ma non so perché..”

Condividi:

Difendersi dall’ angoscia: i meccanismi di difesa.

meccanismi-di-difesa

Sebbene il termine difesa tenda ad assumere una connotazione negativa, tale fenomeno in ambito psicologico possiede, in realtà, anche funzioni positive.
I meccanismi di difesa, a cui ogni essere umano ricorre fin dall’ infanzia, si manifestano infatti come adattamenti sani che continuano ad operare per tutta la vita, difendendo il Sé da potenziali minacce sia interne che esterne.
Proprio da questa funzione protettiva prende il nome questo meccanismo mentale che si attiva generalmente quando un sentimento si fa troppo intenso e minaccioso per chi lo vive. Pertanto, è proprio grazie ai meccanismi di difesa che siamo in grado di affrontare le sfide della vita quotidiana rimanendo equilibrati e mantenendo una certa stabilità emotiva.
Nonostante questo, quando tali meccanismi diventano le modalità privilegiate per relazionarsi agli altri e rapportarsi a se stessi indipendentemente dalla situazione, diventano troppo rigidi permanendo anche quando non sono necessari e si presentano costantemente nella vita del soggetto provocando disagio, diventano, ovviamente, disadattavi.
Ognuno possiede alcune difese privilegiate che, nel tempo, diventano parte integrante della propria personalità determinando la modalità per rapportarsi e affrontare i problemi quotidiani.  Vediamo insieme quelle più comuni.

 * Proiezione e introiezione *

Possono essere considerate due facce della stessa medaglia in quanto in entrambe si assiste ad una mancanza di confine psicologico tra sé e il mondo.
Nella proiezione qualcosa di interno viene vissuto come proveniente dall’ esterno; nelle sue forme più mature è alla base dell’ empatia, rendendo chi vi ricorre intuitivo ed emotivo. Molto spesso però può avvenire che vengano proiettati sugli altri sentimenti e aspetti di sé non apprezzati, con la possibilità di generare fraintendimenti o altre difficoltà relazionali.
Nell’ introiezione si sviluppa il processo opposto per cui la persona percepisce proveniente dall’ interno qualcosa che è, in realtà, esterno. Nella sua forma benigna questo meccanismo difensivo porta ad identificarsi con persone importanti, ma possiede anch’esso un aspetto distruttivo di cui il più noto è l’ identificazione con l’ aggressore, situazione che si verifica spesso in coloro che, in condizioni di maltrattamento e forte paura, tendono a padroneggiare la sofferenza assumendo le caratteristiche del maltrattante. Chi ricorre regolarmente all’ introiezione tende a sperimentare un umore depresso, in caso di perdita di una persona importante, per esempio, può avere la sensazione di perdere una parte della propria identità, tanto ne era stata interiorizzata l’ immagine.

*Rimozione*

Rimuovere vuol dire dimenticare: quando un evento o una consapevolezza sono talmente sconcertanti da diventare inaccettabili, possono essere consegnate direttamente all’ inconscio. La rimozione è un meccanismo molto evoluto e permette di non essere sopraffatti dalla vastità degli impulsi, dei sentimenti, dei ricordi e delle immagini di cui siamo quotidianamente coscienti; d’ altro canto, come tutti i meccanismi può diventare problematica quando fallisce nella sua funzione, elimina anche certi aspetti di vita positivi e agisce escludendo altri meccanismi efficaci.

*Regressione*

Si tratta di un meccanismo estremamente semplice che consiste nel ricadere in comportamenti tipici di età già superate ma, affinchè possa essere considerato tale, deve essere inconscio. Esempi quotidiani sono il mangiarsi le unghie o fumare, ricercando una protezione che richiama quella del capezzolo materno durante l’ allattamento.

*Isolamento*

Questo meccanismo di difesa permette di gestire l’ angoscia e altri stati mentali dolorosi isolando il sentimento e quindi la componente affettiva dal suo aspetto più razionale.
L’ esperienza continua ad essere presente nella coscienza, ma è svincolata dal suo significato emotivo. Tale modalità acquisisce un enorme valore in alcune circostanze: i chirurghi, per esempio, lavorano in maniera efficace proprio grazie all’ adozione di questo meccanismo, cosa che non riuscirebbero a fare se fossero costantemente sintonizzati sulla sofferenza fisica dei propri pazienti.
Quando questa difesa diventa una modalità costante, però, facendo sì che si verifichi una sopravvalutazione del pensiero a discapito del sentimento, si può strutturare un carattere di tipo ossessivo, piuttosto rigido e percepito dagli altri come freddo.

*Spostamento*

Si fa uso di questo meccanismo quando una pulsione, un’ emozione, una preoccupazione o un qualsiasi comportamento viene diretto dal suo oggetto iniziale a un altro, dato che il primo provoca ansia. Ne facciamo esperienza quando, per esempio, dopo aver subito un rimprovero dal proprio capo di lavoro, si torna a casa sbraitando contro il partner che si arrabbia con i figli che, a loro volta, se la prendono col cane.
Chi vi ricorre quotidianamente, con buone probabilità, è caratterizzato da una personalità fobica che lo porta ad esprimere una paura non rivolgendosi in modo diretto alla causa, ma ad un oggetto in grado di simbolizzarla come accade in chi è terrorizzato dai ragni che, secondo la prospettiva psicanalitica Freudiana, nasconde un significato inconscio di soffocamento materno.
Non bisogna dimenticare però che, nella sua forma benigna, questo meccanismo è anche molto produttivo: permette infatti di trasformare l’ energia aggressiva in un’ attività positiva, come per esempio, decidere di fare sport per “scaricarsi”.

*Sublimazione*

La sublimazione in generale viene considerata una difesa “buona” in quanto consiste nel deviare certe pulsioni (talvolta potenzialmente distruttive) verso mète più intellettuali e adattive. In questo modo, per esempio, il dentista sublima il sadismo, un artista l’ esibizionismo, un avvocato il desiderio di uccidere i propri nemici, permette quindi di scaricare un impulso senza “arrecare danni” a se stessi o agli altri. A mio avviso l’ unico rischio connesso ad un eccessivo ricorso alla sublimazione è quello di finire col reprimere (ossia soffocare) certe pulsioni che avrebbero bisogno di essere scaricate per come si presentano.

*****

Non è ovviamente possibile in un unico articolo esplorare tutti i meccanismi a cui ognuno di noi fa quotidianamente ricorso per salvaguardare se stesso da stati ansiogeni e angoscianti; ne esistono molti altri che possiedono valore adattivo ma che, se usati in maniera esclusiva, possono diventare patologici.
Penso e spero che questi illustrati possano però già fornire dei buoni spunti di riflessione utili alla crescita personale di ognuno.

Salva

Condividi: