Mi irrita..quindi mi appartiene!

proiez1Come sostiene Jung, ciò che irrita negli altri può portare ad una maggiore comprensione di sè.
Quando qualcuno fa o dice qualcosa che infastidisce senza un motivo apparente ciò avviene quasi sicuramente perché si tende a rispecchiarsi in quella persona, scoprendo un’ immagine di se stessi non gradita.
Ognuno ha ovviamente pregi e difetti sebbene capiti che non sia consapevole di alcuni di essi ad un livello cosciente ed è proprio in queste circostanze che, vista la difficoltà di riconoscere parti di sé, la risposta più immediata è quella di trasferirle sugli altri.
La proiezione è un meccanismo difensivo attraverso il quale l’ inconscio tenta di “proteggere” l’ individuo, evitandogli di venire a conoscenza di certi aspetti vulnerabili di sé e convincendolo che alcuni comportamenti appartengono agli altri, sebbene si tratti di caratteristiche personali non riconosciute.
Generalmente si tratta di aspetti “scomodi” di sè, di parti della propria personalità non apprezzate e quindi non accettate ma possono anche essere caratteristiche gradevoli riconosciute negli altri di cui non si è in possesso; in questo caso si tende a provare una sorta di invidia per una caratteristica bramata anziché realizzare che si tratta di una mancanza personale.
In entrambi i casi, nel momento in cui ci si relaziona a qualcuno che crea irritazione potrebbe essere di grande aiuto chiedersi “Perché” si prova quel fastidio, quali sia la caratteristica disturbante che cogliamo nell’ altro.
Le persone e le situazioni con cui ci si relaziona quotidianamente fungono da specchi nei quali vengono riflesse parti profonde di sè richiamando l’ attenzione su aspetti interiori: ciò fornisce la possibilità di capire meglio se stessi sulla base di ciò che accade intorno.
Ed è così che tutte le persone antipatiche con cui ci si relaziona, così come le situazioni scomode che si ripetono, anziché essere delle “scocciature”, diventano delle grandi opportunità per conoscersi meglio.
proiez2Quando si prova una sofferenza, dirsi che sono stati gli altri ad averla provocata è più facile rispetto all’ attribuirsene la responsabilità ma, allo stesso tempo, impedisce di trovare una soluzione ad un disagio che rispecchia una fragilità interiore che, in relazione all’ altro, non fa altro che palesarsi.
È per questo che ogni volta che qualcuno o qualcosa crea una sofferenza, può essere di grande aiuto chiedersi cosa genera il fastidio.
Anziché dare la colpa a qualcosa di esterno, si può provare a guardarsi dentro e farsi delle domande: si tratta di una paura sepolta? Di un dolore nascosto? Di una rabbia repressa?
Forse quella persona ci maltratta come noi maltrattiamo noi stessi? Ci mostra come ci piacerebbe essere senza riuscirci? Fa qualcosa che proprio non ci piace ma che ci è, al contempo, estremamente familiare?
Già porsi certi quesiti è un ottimo modo per iniziare a prendere maggiore consapevolezza di sé, conoscere aspetti della propria personalità di cui non si è mai tenuto conto e relazionarsi in maniera più serena alle persone che si incontrano.

Riferimenti bibliografici:
-Papadopoulos, R. K. (2009). Manuale di psicologia Junghiana, Moretti & Vitali Editori, Tecnoprint, Romano di Lombardia (BG) Settembre 2009.

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