Le strategie per ridurre l’ ansia che generano ansia: i safety behaviors.

Chi soffre di ansia sa bene che sia che si tratti di attacchi di panico, di agorafobia, di fobia sociale o di ansia generalizzata, l’ apprensione che caratterizza tali manifestazioni è talmente elevata che, per riuscire a tollerarla, la gran parte delle persone si vede costretta ad adottare comportamenti che possano, in qualche modo, generare sollievo.
safety-behaviorsI safety behaviors (cioè “comportamenti di sicurezza”) sono proprio le strategie che chi sperimenta ansia usa per proteggersi da un sentimento sgradevole o per prevenire le conseguenze temute impedendone la loro realizzazione.
La più grande manifestazione di safety behavior consiste nell’ evitare la situazione ansiogena, reazione che, sebbene nell’ immediato sia utile nel creare un senso di sollievo, col tempo non fa altro che peggiorare le cose in quanto non consente alla persona di vivere la circostanza temuta e le impedisce in questo modo di verificare che, contrariamente a quanto pensi, non c’è nulla di pericoloso in quella situazione e ciò inevitabilmente aumenta i suoi timori (molto spesso infondati tra l’ altro!).
Oltre all’ evitamento vero e proprio, esiste un’ ampia gamma di safety behaviors più “velati” e specifici a seconda del tipo di ansia sperimentata che hanno in comune la caratteristica di funzionare da “coperta di Linus”.
Nel caso dell’ ansia sociale, per esempio, il timore che gli altri colgano l’ imbarazzo derivante dal vivere una situazione collettiva può portare ad indossare maglioni a collo alto al fine di nascondere l’ arrossamento o la sudorazione che potrebbero derivarne, generando esattamente la conseguenza temuta.
Mettendo in atto queste strategie, oltre a favorire, in un certo senso, la “profezia che si auto-avvera”, il rischio maggiore è quello di non mettersi mai nella circostanza di poter verificare che le conseguenze temute difficilmente si realizzano, continuando a restare intrappolati in un circolo che peggiora la situazione.
Se solo chi prova ansia all’ idea di parlare in pubblico si desse la possibilità di farlo potrebbe infatti  accorgersi di riuscirci benissimo o potrebbe mettersi, in alternativa, nella condizione di realizzare che gli ascoltatori sono molto meno critici e oppositivi di quanto non pensasse.
Ciò permetterebbe ovviamente di ridurre l’ ansia ed aumentare la fiducia in sé.
La lista dei comportamenti di sicurezza è molto lunga e variegata e può includere, tra le tante, uso dell’ alcool per gestire l’ imbarazzo, portare sempre con sé una persona di fiducia o un ansiolitico, stare in disparte o in prossimità di vie di fuga….

Come rompere questo circolo vizioso?

La portata dell’ ansia sperimentata nelle situazioni temute è talmente grande che abbandonare questi comportamenti, solo apparentemente funzionali, può risultare davvero molto difficile per chi ne soffre.safety-behaviors3
Allo stesso tempo però, avendo la funzione di aiutare la persona a mantenere le proprie convinzioni errate circa le relazioni sociali e impedendole di scoprire cosa accadrebbe davvero in tali situazioni se non mettesse in atto tali comportamenti, eliminare i safety behaviors risulta indispensabile.
La sensazione è di solito quella di sentirsi “scoperti”, vulnerabili e al sicuro solo quando vengono adottate tali strategie quindi, l’ avvicinamento alla situazione o all’ oggetto temuto deve avvenire in modo graduale al fine di gestire l’ ansia. Generalmente, in un contesto terapeutico, una tecnica utilizzata a tal proposito consiste nell’ inserire i comportamenti di sicurezza all’ interno di una gerarchia allo scopo di abbandonarli progressivamente, rispettando i tempi di ognuno e passando così da una situazione di evitamento ad una di esposizione senza dover necessariamente ricorrere a comportamenti protettivi.

Riferimento Bibliografico:
– Antony M. M., Rowa K. (2010), Disturbo d’ ansia sociale. Giunti O.S. Organizzazioni Speciali – Firenze.

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Cosa comunichi agli altri senza rendertene conto..?

“Non si può non comunicare” è il primo assioma (cioè principio) relativo alla comunicazione umana introdotto da Paul Watzlawick che esprime in modo esaustivo il concetto fondamentale secondo il quale in ogni circostanza, che se ne abbia intenzione o meno, sia impossibile per chiunque non trasmettere informazioni di se stesso.
Sebbene la tendenza sia infatti quella di associare la comunicazione alla parola, nella pratica la gran parte delle informazioni che gli altri acquisiscono rispetto a noi (e, ovviamente, viceversa) viaggia attraverso un canale molto più inconscio e meno controllabile noto come comunicazione non verbale.

In che modo si parla agli altri di se stessi?

• Aspetto fisico •

Il modo con cui ci si presenta fisicamente fornisce una sorta di biglietto da visita rispetto a ciò che siamo e mostra, inevitabilmente, aspetti della propria personalità o del proprio ruolo sociale che non sfuggono agli osservatori; di conseguenza, certi aspetti del proprio fisico mal trascurati o non valorizzati vengono valutati dagli altri e possono provocare distacco o, al contrario, approvazione.

• Contatto oculare •

Si dice che gli occhi siano lo specchio dell’ anima, probabilmente a ribadire il concetto che, se può essere relativamente semplice mentire con le parole, diventa molto più complesso farlo attraverso lo sguardo.
Il contatto oculare possiede infatti particolari potenzialità espressive tanto da essere spesso molto difficile da sostenere, rimandando agli altri una grande quantità di informazioni circa le emozioni che si stanno sperimentando. La tendenza a rifuggire il rapporto faccia a faccia guardando altrove o evitare la sguardo altrui, rimanda insicurezza ed imbarazzo, al contrario, uno sguardo fisso e costante può essere percepito come fastidioso fino a diventare propriamente minaccioso e, pertanto, aggressivo e violento.

• Mimica facciale •

La mimica facciale è, in un certo senso, un complemento al contatto oculare. Ci si riferisce, nello specifico, ad ogni variazione espressiva a livello delle sopracciglia, degli occhi, della bocca e delle guance.non-verbale
Ti sei mai chiesto cose stai comunicando a chi ti sta di fronte semplicemente muovendo un sopracciglio..?
Sebbene la gran parte della responsabilità espressiva dipenda dalla bocca, infatti, ogni movimento di muscoli del viso contribuisce a trasmettere importanti informazioni su ciò che si sta pensando o provando. Ciò è confermato, per esempio, dal fatto che esprimere verbalmente felicità corrugando la fronte determina confusione in chi ascolta proprio a causa della contraddizione tra linguaggio verbale e non verbale essendo diffusa la tendenza, generalmente, a credere a ciò che diciamo col volto piuttosto che con la voce.

• Spazio sociale •

Come occupi lo spazio a tua disposizione? Come e quanto ti fai notare? Che posizione assumi di fronte agli altri?non-verbale3
Tutti questi aspetti relativi allo spazio fisico e alla tua modalità privilegiata di occuparlo, forniscono un grandissimo numero di indicazioni relative a ciò che sei. Chi occupa, per esempio, poco spazio quasi a chiudersi su se stesso, si distanzia nelle situazioni sociali o limita il contatto fisico, sta dicendo, spesso senza neanche saperlo, che si trova in difficoltà, in imbarazzo, in una situazione in cui non è a proprio agio.

• Tono della voce •

Questo aspetto si riferisce ad una ricchezza praticamente illimitata di variazioni e modulazioni che permettono di esprimere una vastissima varietà di concetti con valori e significati anche molto diversi tra loro.
Una stessa osservazione può risultare fatta in modo prepotente o pacato a seconda del tono della voce scelto. In genere, parlare a voce alta rimanda ad una tonalità minatoria o comunque litigiosa, sulla difensiva così come, al contrario, parlare a bassa voce, in modo lento ed incerto trasmette agli altri un forte senso di insicurezza e disagio.

• Gestualità •

La gestualità è una modalità molto utilizzata anche perché possiede, potremmo dire, una duplice funzione; da una non-verbale2parte è un vero e proprio codice che, addirittura, sostituisce l’ espressività verbale (basti pensare a segnali quali “ok” o “time-out”), dall’ altro costituisce un importante rinforzo a ciò che si sta esprimendo a parole.
Anche il modo di gesticolare rimanda molte informazioni agli altri relative al proprio stato emotivo: usare i gesti in maniera eccessiva, per esempio, fa trasparire agli altri un’ ipereccitazione che viene, generalmente, interpretata come ansia.

Il tema del linguaggio non verbale è un argomento estremamente vasto che, nonostante la sua presenza costante nella quotidianità di tutti, non viene spesso preso in considerazione con l’ importanza che meriterebbe.
Non bisogna dimenticare che ognuno di noi ha un’ innata capacità ad interpretarlo e, al tempo stesso, un’ impossibilità nel nasconderlo essendo legato ad aspetti innati ed istintivi. Per questo, imparare a conoscerlo meglio può fornire delle importanti chiarimenti nella comprensione di se stessi e degli altri.

Riferimento Bibliografico:
– Alberti L., Dinetto A., Manuale di addestramento affermativo, Bulzoni Ed., Roma, 1988

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Quando lo specchio è un nemico: la Dismorfofobia.

Dato che la perfezione non appartiene a questo mondo, ogni essere umano presenta difetti fisici più o meno accentuati che, sebbene non graditi, vengono generalmente riconosciuti e accettati come peculiarità del proprio aspetto.
Esistono però circostanze in cui l’ insoddisfazione per il proprio corpo diventa talmente forte da minare la qualità della vita di chi la prova, trasformandosi in un vero e proprio sintomo che, in quanto tale,  genera una forte sofferenza.
In questi casi la preoccupazione per un difetto fisico, che viene in questi casi esagerato o addirittura immaginato, assume un importanza talmente grande da indurre chi lo sperimenta a trascorrere ore ed ore davanti allo specchio controllando incessantemente il proprio “difetto” o addirittura spingendolo ad eliminare ogni specchio dall’ ambiente in cui vive per evitare di doversi confrontare con il proprio supposto difetto.dismorfofobia2
Lo stress che consegue da questa non accettazione di sé è talmente forte da generare, talvolta, un’ angoscia così grande da spingere chi ne soffre a rivolgersi al chirurgo plastico con l’ intento di eliminarlo, sebbene risulti chiaro come ciò non può essere in grado di risolvere la problematica..

Di cosa si tratta?

Quando l’ insoddisfazione per il proprio aspetto si trasforma in un disgusto irragionevole o preoccupazione eccessiva per una parte del corpo per la quale si prova vera e propria avversione, ci si potrebbe trovare di fronte al Disturbo di Dismorfismo Corporeo (o Dismorfofobia).
Tale disturbo può essere definito come un sentimento soggettivo di bruttezza o come timore di un difetto fisico che il paziente considera evidente agli occhi degli altri, anche se per tutti il suo aspetto risulta essere del tutto normale.

Come si fa a distinguere la tendenza a percepire difetti nel proprio aspetto fisico da un vero è proprio disturbo?

Comprendere quando ci si trovi di fronte ad un vero e proprio disturbo risulta tutt’ altro che semplice in quanto i fattori soggettivi, tra cui canoni estetici e gusti individuali, giocano un ruolo fondamentale nel determinare come e perché una persona ritenga di essere o meno attraente. Nonostante questo, quando la lamentela è fatta in modo esagerato ed estremo per una deformità del tutto trascurabile, tale convinzione non cambia sulla base delle disconferme da parte degli altri ed è associata ad sentimenti di forte ansia e angoscia, ci sono buone ragioni per pensare che si tratti di un disturbo di pertinenza psicologica.

Quali sono le cause e quali i rimedi?

Sebbene le cause rispetto a questo disturbo non siano ancora del tutto chiare, stando ad alcune interpretazioni si può ipotizzare che (analogamente a quanto si verifica in problematiche quali ipocondria o disturbi somatici, di cui la disforfofobia può essere un sintomo), la causa vada ricercata in una difficoltà da parte di chi ne soffre di concentrare l’ attenzione su una determinata  sofferenza interiore che viene percepita troppo grande da sopportare, preferendo quindi (ovviamente senza esserne consapevole) spostare il dolore verso un disagio fisico, percepito come più tollerabile.
Il trattamento si pone pertanto come obiettivo quello di comprendere il significato che si dietro all’ avversione per il proprio corpo, cercando di far emergere, all’ interno di un contesto “protetto” quali quello psicoterapeutico questo disagio facendo in modo che l’ angoscia non prenda il sopravvento.

Riferimenti Bibliografici:

  • Davison&Neal (2004), Psicologia Clinica, seconda ed. it., Zanichelli Editore, Bologna.
  • Femi Oyebode (2009), SIMS Quarta Edizione – Introduzione alla psicopatologia descrittiva, Raffaello Cortina Editore, Milano.

 

 

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Il modo con cui affronti le avversità ti favorisce (o ti ostacola) nella loro riuscita.

Ogni giorno, ognuno si trova a dover gestire situazioni che lo obbligano a prendere scelte più o meno importanti nonchè a reagire a determinate circostanze. autoefficacia4Non tutte le persone si rapportano ai problemi (e quindi alla loro risoluzione) allo stesso modo: ci sono quelle che li affrontano di petto e quelle che si abbattono, quelle più ottimiste e quelle che tendono a vedere il bicchiere sempre mezzo vuoto, quelle che lottano per ottenere un risultato e quelle che si affidano alla fortuna.
Generalmente, purtroppo, non sono molte le persone che si rendono conto di quanto la percezione che si ha delle proprie capacità sia fondamentale nel determinare la riuscita o meno nella vita e nel migliorarne la  qualità. Si tende infatti a pensare che ci siano troppe variabili incontrollabili a determinare il corso degli eventi e sicuramente questa è una verità, ma è anche vero che chi è focalizzato sulle proprie risorse e sulla propria riuscita ottiene quasi sempre risultati migliori rendendo evidente quanto la variabile personale abbia un peso..ed anche piuttosto importante!

In cosa consiste tale “stile attribuzionale”?

Questa percezione di poter controllare o meno la propria esistenza viene definita, in psicologia, Locus of Control (LoC).
autoefficacia.jpgLe persone fermamente convinte di poter avere un controllo sugli eventi possiedono un LoC interno e, pensando di essere gli unici responsabili nel poter determinare importanti variazioni nella propria vita, canalizzano le loro energie sui propri atteggiamenti e comportamenti al fine di migliorarli, affrontarli e modificarli. Ciò li porta a porsi in modo vincente di fronte agli ostacoli: impegnandosi di più senza fermarsi o arrendersi mai, infatti, vivono le difficoltà come sfide che posso essere vinte (ed è ciò che generalmente avviene) con impegno, passione e dedizione.
Al contrario, tutti coloro che tendono a sentirsi passivi rispetto agli eventi, che reputano determinati non tanto dalla propria volontà, quanto da variabili esterne incontrollabili, paiono abbracciare quello che siamo soliti definire LoC esterno. Sono coloro che pensano che, indipendentemente dal proprio impegno, le cose andranno come devono andare, quindi tanto vale affidarsi al destino o alla fortuna, entità alle quali, indipendentemente da tutto, spetta la decisione finale.
Nella pratica chi abbraccia questo stile attribuzionale, non prende decisioni in modo indipendente, ma si affida alle altre persone così come ad entità astratte (“qualunque cosa io faccia, è il destino che decide”), di conseguenza tende a sviluppare un senso di impotenza che condiziona anche la motivazione nell’ intraprendere scelte e nel gestire la quotidianità e ancora più le difficoltà che la vita, in quanto tale, talvolta presenta.
Al contrario, una persona con Loc interno, ha grande fiducia nella capacità di cambiare la propria esistenza, attribuendosi l’ abilità di poter modificare gli eventi, ha un atteggiamento attivo che la spinge a ricercare continuamente soluzioni ai propri problemi e ciò, come si può facilmente comprendere, non può non incidere sull’ aspetto motivazionale che spinge ad agire.
Riuscire ad adottare una modalità di pensiero focalizzata sul LoC interno permette di ottenere con maggiori probabilità risultati importanti nel lavoro, nella gestione delle patologie, nel superamento di perdite e separazioni, ma non è tutto.autoefficacia3
Un aspetto su cui ritengo importante soffermare l’ attenzione è quello relativo al fatto che ciò che può sembrare un semplice modo di fronteggiare le avversità ha, in realtà, un enorme impatto psicologico e anche fisico in ognuno di noi.
È stato addirittura osservato, infatti, come persone con LoC interno possiedano maggiori risorse nel fronteggiare eventi spiacevoli come, ad esempio, una malattia ed è stato dimostrato come queste stesse persone riescano a tollerare meglio i trattamenti terapeutici e, talvolta, a guarire in misura molto superiore a chi ha un LoC esterno.
Tutto ciò non fa altro che confermare quanto corpo e mente siano due entità indiscindibili che si influenzano sempre in modo reciproco e, soprattutto, quanto un atteggiamento positivo alla vita è una buona “medicina” preventiva e curativa.

Riferimento Bibliografico:
– Zani B., Cicognani E. (2000), Psicologia della salute, Società Editrice il Mulino, Bologna.

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Ecco 4 tipologie di persone che ti tolgono energia senza che tu te ne accorga!

Ognuno di noi possiede caratteristiche di personalità che, in maniera più o meno diretta, hanno un impatto negativo sugli altri. Per certe persone però tali modalità di rapportarsi sono costanti e possono provocare sofferenza, oltre che in loro stessi, anche negli altri.
Le modalità con cui interagiscono sono simili a quelle dei vampiri che si nutrono e si rinforzano del sangue delle loro vittime solo che, anziché cibarsi di plasma, si alimentano di energie ed è per questo che, nel linguaggio comune, vengono chiamati vampiri emotivi.
Le caratteristiche dei vampiri emotivi sono tantissime, in questo articolo vorrei focalizzare l’ attenzione su quattro quadri di personalità che, quando si presentano con caratteristiche particolarmente rigide e persistenti, possono nuocere, ovviamente loro malgrado, a chi sta loro vicino.

L’ INSTABILE

instabileAlcune personalità, sono caratterizzate da instabilità in diversi ambiti della propria vita: nelle relazioni interpersonali, nell’ umore e nell’ immagine di sé tanto da passare bruscamente da un’ emozione all’ altra, in un’ altalenanza di emozioni generalmente ingestibile per sè e per gli altri.
Essendo spesso tendente alla polemica, irritabile e sarcastica, la convivenza con chi ha una strutturazione di personalità caratterizzata da incertezza costante risulta faticosa sebbene sia, al tempo stesso, difficilissimo prenderne le distanze in quanto, non sopportando l’ idea di restare sola, fa di tutto per ottenere l’ attenzione da parte degli altri, facendo in certi casi ricorso anche a ricatti emotivi.

COME PROSCIUGA ENERGIA: L’ altalena emotiva creata dagli sbalzi d’ umore intensi e imprevedibili, non può che generare un senso di confusione e frustrazione a chi gli sta vicino che ha la sensazione di non essere mai all’ altezza delle sue aspettative.
Non essendo in grado di garantire stabilità e tranquillità alle persone con cui si rapporta, la percezione degli altri può essere quella di essere sempre “in difetto” e di conseguenza, stabilire un legame soddisfacente può essere davvero molto difficile.

 L’ ATTORE 

vampiri-emotivi-4Il “vampiro attore” è caratterizzato da un bisogno impellente di ricevere attenzione dagli altri ed è per questo che risulta eccessivo in tutto: dall’ aspetto fisico ai comportamenti esagerati e teatrali. Sebbene ecceda nel modo di porsi e di raccontarsi, in genere le sue emozioni tendono a rimanere piuttosto superficiali perché difficilmente ha interesse a togliere la maschera che indossano costantemente e mostrarsi per ciò che è realmente.
Chi abbraccia questo tipo di personalità tende ad essere estremamente provocante, manipolando in modo seduttivo gli altri, alla continua ricerca di bisogno di approvazione.

COME PROSCIUGA ENERGIA: Dando l’ impressione di avere sentimenti forti e profondi che si dimostrano però effimeri e superficiali ad un’ osservazione più attenta, la “vittima”, una volta essersi lasciata convincere di essere unica e speciale, può rendersi conto che non c’è effettivamente spazio per lei sperimentando un forte senso di solitudine in quanto l’ unica cosa che preme alla persona istrionica è conquistare e mantenere il centro dell’ attenzione non tenendo mai conto degli altri.

L’ EGOCENTRICO

vampiri-emotivi-5Chi ha ha un’ idea grandiosa di sé e delle proprie capacità, sebbene nasconda in genere una forte fragilità, tende ad essere percepito dagli agli come arrogante, invidioso ed approfittatore.
Ciò che più caratterizza il vampiro egocentrico è l’ assoluta assenza di empatia e di rispetto per le emozioni di chi gli sta intorno; totalmente incapace di mettersi nei panni altrui, infatti, ne calpesta spesso i sentimenti senza provare il minimo pentimento o dispiacere.

COME PROSCIUGA ENERGIA: L’ egocentrico tende a non avere spazio per nessuno se non per se stesso. Riluttante ad ascoltare, comprendere e accogliere i bisogni di chi gli sta di fronte, tende a far sentire inferiore chiunque gli stia accanto, sminuendolo e ridicolizzandolo nutrendosi del suo senso di inadeguatezza per sentirsi più forte.

IL SOTTOMESSO

vampiri-emotivi-6La persona che manca totalmente di sicurezza e fiducia in sé, tende a lasciare ogni scelta relativa alla propria vita ed alla propria quotidianità nelle mani altrui. È sempre d’ accordo su tutto, non ha mai un’ opinione personale, un’ interesse, un’ iniziativa indipendente. Nel momento in cui perde un punto di riferimento ha bisogno di trovarne subito un altro che sia in grado di gestire la sua esistenza cosa che, da solo, non è minimamente in grado di fare.

COME PROSCIUGA ENERGIA: A differenza degli altri tre, prevalentemente focalizzati su se stessi, questo “vampiro” concentra la propria vita focalizzandola sugli altri; ciò lo porta a succhiare energia richiedendo un’ eccessiva responsabilità alle persone che gli stanno intorno ed a fare leva, non di rado, sui loro sensi di colpa.

Sebbene in questa sede abbia deciso di focalizzarmi su quelle che ritengo essere quattro categorie piuttosto frequenti di “vampiri emotivi”, non bisogna dimenticare che ne esistono tantissime altre con cui, ognuno di noi, si rapporta quotidianamente e che condividono tra loro alcune caratteristiche comuni, tra cui la tendenza ad essere esperti manipolatori ed avere, in generale, un atteggiamento molto pessimista e rigido.

Riferimento Bibliografico:
– Davison C., Neale, J. M. (2000), Psicologia Clinica. Zanichelli Editore Spa. Bologna.

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Come fronteggiare il dolore della perdita?

Nella vita si perde. Si perdono persone care, amori importanti, punti di riferimento essenziali, si perdono capacità, aspettative, speranze, si può perdere il lavoro.
È per questo che, sebbene la vita sia un’ avventura straordinaria caratterizzata da eventi lieti ed emozioni gioiose, quasi tutti sperimentano nel corso della propria esistenza eventi di vita che possono renderla anche molto dolorosa e l’ esperienza della perdita è una, forse la più difficile da superare, tra questi.
elaborare-perdita3La più grande manifestazione della perdita è senza dubbio il lutto, un tema fondamentale che tocca da vicino, prima o poi, tutti nel corso della propria esistenza. Elaborare un lutto è un processo molto lento e doloroso che prevede l’ accettazione di questo evento totalmente destabilizzante attraverso il superamento di alcune fasi individuate da Elisabeth Kübler-Ross e su cui mi soffermerò a breve.
Ritengo infatti fondamentale, prima, sottolineare il fatto che ogni perdita a cui si va incontro nella vita rappresenta un vero e proprio lutto, ovviamente più o meno grave, per chi lo vive.
elaborare-perdita2Che si tratti della separazione da un’ amante, della scoperta di una malattia, della perdita di una capacità o di un cambiamento repentino nella propria vita o nel proprio corpo, ciò che bisogna imparare a fare per affrontarlo è, prima di tutto, elaborare la sofferenza che ne deriva.
Penso infatti che ogni volta che si sperimenta una perdita si abbia la sensazione di aver lasciato andare via parti di sé ed è questo il motivo per cui consiglio di tener conto delle fasi di elaborazione del lutto, per sanare tutte quelle ferite emotive che, in un modo o nell’ altro, hanno a che fare con il vissuto della mancanza, in modo da poterle conoscere e affrontare in modo consapevole.

Quali sono le fasi che si attraversano solitamente per elaborare una perdita?

1. Negazione

La prima reazione, d’ impulso, consiste generalmente nel negare quanto sta avvenendo. Si tratta di un meccanismo difensivo che ha come scopo quello di “auto-tutelarsi”: prendere immediatamente coscienza del lutto provocherebbe un dolore talmente grande che negare la realtà, congelando momentaneamente le emozioni, si mostra, in certi casi, preferibile.

2. Rabbia

Col passare del tempo, subentra forte il bisogno di lasciarsi andare emotivamente ed è così che dal dolore arriva, intensa, la rabbia che è a sua volta un meccanismo di difesa. In questo caso, al fine di smorzare l’ angoscia, con cui si è ormai totalmente in contatto, è frequente sperimentare collera verso se stessi, verso gli altri, o verso altre entità (per esempio il destino) sebbene sia chiaro che ciò che spinge ad arrabbiarsi è la disperazione scaturita dall’ essere stati abbandonati, rivolgerla altrove è molto frequente.

3. Contrattazione

Si sperimenta adesso un senso di impotenza. Ci si rende conto che è giunto in momento di investire, di valutare la situazione e pensare ad un “piano” per poterla affrontare nel migliore dei modi. È questa la fase in cui viene realizzata la perdita e soprattutto la sua irreversibilità e questo porta a sperimentare un forte desiderio di riprendere in mano la propria vita.

4. Depressioneelaborare-perdita

Questa è una fase di resa vera e propria. Adesso ci si arrende alla situazione da un punto di vista sia emotivo che razionale di conseguenza alla concreta presa di coscienza relativa a ciò che è avvenuto. È proprio questo, infatti, il momento in cui viene veramente realizzato ciò che si è perso ed inevitabilmente la tristezza, la frustrazione e la depressione vera e propria prendono il sopravvento.

 5. Accettazione

La fase finale è quella che prevede l’ ammissione di quanto è avvenuto e coincide pertanto con la conclusione del processo di elaborazione. Arrivati a questo punto ci si sente pronti per ripartire senza mettere in atto meccanismi di difesa ma comprendendo, a tutti i livelli, ciò che è avvenuto, facendosene una ragione e ricominciando, pian piano a ricostruire la propria vita, focalizzandosi non più su ciò che si è perso, quanto più su tutto ciò che di buono è rimasto.

La perdita viene elaborata e quindi accettata completamente quando si attraversano tutte e cinque le fasi. Non è tanto importante l’ ordine con cui ciò avviene, quanto più che ogni fase venga fronteggiata e vissuta fino in fondo.
Essendo però un processo molto lungo, doloroso e delicato, può avvenire che chi lo vive trovi delle difficoltà nell’ affrontarlo, rimanendo bloccato in alcune fasi per periodi troppo lunghi, o passando da una fase all’ altra in maniera ciclica senza riuscire a rompere questo circolo di dolore cronico.
In queste circostanze è consigliabile rivolgersi ad un professionista al fine di comprendere le proprie dinamiche e tutti quei meccanismi che impediscono di elaborare completamente la perdita subita al fine di modificarli e tornare a sorridere.

Riferimento Bibliografico:
– Kubler-Ross E. On death and dying. Chicago, 1965. Tr. It., La morte e il morire. Cittadella, Assisi, 1976

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Rompi le rigidità e impara ad essere flessibile.

Ognuno di noi sviluppa, nel corso degli anni, una personalità che guida le scelte, le relazioni e le modalità di rispondere agli eventi quotidiani in un modo che lo caratterizza.
Esistono, a questo proposito, personalità strutturate in modi molto diversi tra loro per cui, se alcuni sentono il bisogno di dipendere dalle persone circostanti, altre sono interessate più alle apparenze che a stabilire relazioni ad un livello profondo, altri ancora si relazionano in maniera aggressiva, così come ci sono persone timide che preferiscono evitare del tutto le relazioni sociali.
Tra tutte, una particolarmente rigida che limita la percezione del mondo e quindi di sé stessi e degli altri, è la personalità ossessiva.
Questa personalità caratterizza l’ individuo perfezionista che si preoccupa di osservare in maniera scrupolosa, nei minimi dettagli, regole, orari e via dicendo. È presente negli individui orientati più al dovere che al piacere, che presentano difficoltà a prendere decisioni (perché temono di sbagliare) così come ad organizzare il proprio tempo (per timore di concentrarsi sulla cosa sbagliata).
Ciò incide frequentemente sulle relazioni sociali che risultano talvolta scadenti in quanto, essendo ostinati e inflessibili, pretendono che tutto venga fatto secondo le proprie regole.
Tutte queste caratteristiche di inflessibilità e durezza determinano una chiusura che difficilmente non provoca una sofferenza ed è per questo che rompere gli schemi può essere un allenamento estremamente produttivo per chi tende ad avere una modalità di rapportarsi a se stesso o agli altri in maniera intransigente.

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Ecco alcuni consigli per allenarsi alla flessibilità:

  • Aprirsi al nuovo. Sicuramente la prima cosa da fare è quella di imparare a lanciarsi in nuove esperienze. Che si tratti di un nuovo taglio di capelli, di provare un nuovo piatto o tentare un’ impresa mai vissuta, cimentarsi in qualcosa di nuovo è sicuramente un ottimo modo per iniziare a rompere una rigidità.

  • Accettare il presupposto che esistano punti di vista diversi dal proprio. Spesso chi ha una personalità orientata in maniera ossessiva, tende ad avere una chiusura mentale che rende difficile accettare idee e opinioni diversi dalla propria. Cercare di cogliere il punto di vista dell’ altro, per quanto diverso dal proprio, è un modo corretto per allenare la mente a “vedere più in là del proprio naso”.
  • Concedersi di “sbagliare” ogni tanto. Si può, a volte, non essere puntuali, cenare sul divano o rimandare una mansione onerosa ad un momento successivo; rompere le regole può essere un esercizio indispensabile per chi è abituato a rispettarle sempre.
  • Rompere col passato. Per le personalità ossessive può essere molto difficile svincolarsi dal passato perché il futuro viene vissuto come un’ incertezza che, inevitabilmente, spaventa in quanto non può essere controllato. Ecco perché chiudere i circoli, che si tratti di rapporti poco sani, di situazioni che non danno soddisfazione o vecchie ferite, diventa un obiettivo fondamentale per chi tende ad essere caratterizzato da rigidità.
  • Cogliere le sfumature. La tendenza tipica di ragionare per categorie estreme (buono/cattivo, giusto/sbagliato, bello/brutto..) è deviante oltre che scorretta, perché impedisce di cogliere tutte le sfumature intermedie di cui è fatta la vita. Può essere d’ aiuto entrare nell’ ottica che tra il bianco ed il nero ci sono tanti tantissimi colori che, solitamente, caratterizzano la gran parte delle situazioni.
  • Essere curiosi. Solo così si può entrare in contatto con nuovi mondi, nuovi modi, nuove verità.

Riferimento Bibliografico:

  • Davison C., Neale, J. M. (2000), Psicologia Clinica. Zanichelli Editore Spa. Bologna.
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Sistemare i cassetti..per fare ordine dentro di Sè!

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Ti è mai capitato di sentire il forte bisogno di sistemare la stanza, la casa, l’ auto?
Di buttare via vecchi oggetti, disporre in modo diverso l’ arredo, di mettere ordine tra armadi e cassetti o di stracciare con soddisfazione carte inutili?
Sebbene pulire e riordinare gli spazi quotidiani sia una necessità di routine (vissuta talvolta come doverosa e fastidiosa) spesso, dietro questa esigenza, si nasconde un vero e proprio desiderio di fare pulizia dentro di sé, liberandosi di alcuni pesi e facendo, così, spazio al nuovo.
È proprio questo il motivo per cui ordinare fisicamente gli oggetti può talvolta essere un mezzo tramite il quale si tenta di disciplinare il proprio Sé. In particolare, quando si presenta il desiderio di dare via vecchi vestiti, si decide di pulire angoli dove di solito non si arriva o si resetta il pc, è probabile che ciò che spinge all’ azione sia proprio il bisogno di cambiare noi stessi.
Avviene quindi che i movimenti che si compiono nel mettere a posto si riflettano metaforicamente nella dimensione psicologica permettendo di “spolverare” al proprio interno, eliminando i residui accumulati nel tempo.
Ogni volta che si percepisce questo bisogno, si entra in contatto con quella parte di sé governata dall’ archetipo di Estia; è proprio la sua attivazione, infatti, che consente di stabilire un legame con i valori personali, mettendo a fuoco ciò che è significativo a livello personale.
Grazie a questa prospettiva interiore, con cui si entra in contatto anche con l’ azione del riordinare, è possibile fare chiarezza in mezzo alla grande varietà di stimoli che si presentano costantemente ai nostri sensi, generando talvolta confusione.
Ecco perché svolgere mansioni di questo tipo permette di esperire un senso di armonia interiore, facilitando la concentrazione e determinando un vero e proprio nutrimento per l’ anima.

Come si può imparare ad entrare in contatto con questa parte di sé?

Alcune persone (quelle che hanno, appunto, particolarmente sviluppato in sé l’ archetipo Estia), sentono il bisogno di immergersi spontaneamente in una dimensione di solitudine e contemplazione, allo scopo di  “ritrovarsi”; sono pertanto in grado di “rinnovare il proprio guardaroba” ogni volta che ne sentono il  bisogno, trovando una nuova logica alla sistemazione delle cose e mostrandosi aperte a riordinare le idee con una certa ciclicità.
Per altre, “aprire le finestre” e dare aria agli armadi può risultare meno istintivo ma non per questo meno importante o realizzabile.spolverare-dentro-di-se
Entrare in contatto con la parte più “estiana” di sé (parte ovviamente presente nelle donne ma anche negli uomini) presuppone innanzi tutto la capacità di sapersi ritagliare spazio e tempo per dedicarsi alla cura del proprio ambiente, e quindi di sé.
Ogni gesto compiuto per fare ordine deve essere vissuto come un’ opportunità per liberare la mente, svuotarla dai pensieri e riempirla di energia positiva.
È importante svolgere un compito alla volta, dedicando tutto il tempo che occorre all’ esecuzione di quella determinata incombenza, lasciandosi assorbire come se si stesse eseguendo una cerimonia, sperimentando un senso di libertà e tranquillità ad ogni singolo movimento.
In questo modo si può riuscire a raggiungere un buon livello di pace interiore tramite il quale è possibile  soffocare il “chiacchierio” della mente che troppo frequentemente impedisce di concentrarsi rendendo così possibile ascoltare quelli che sono i reali bisogni ordinando le idee e trovare la spinta per realizzare un cambiamento.

Riferimento Bibliografico:
– Bolen J. S. (1984), Le Dee dentro la donna, Casa Editrice Astrolabio-Ubaldini Editore, Roma, 1991.

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Sintomi depressione: malumore d’ Autunno, il Disturbo Affettivo Stagionale.

Sintomi depressione: malumore d’ Autunno, il Disturbo Affettivo Stagionale.

Sintomi depressione – È iniziato l’Autunno, la stagione in cui la natura si manifesta nei suoi colori più brillanti, nei suoi sapori e odori più intesi che riportano a contatto con la terra.

È il periodo in cui si abbandona il caldo torrido dell’ estate e ci si prepara al freddo inverno godendo ancora di qualche debole raggio di sole e, sebbene per molti questo periodo sia atteso con entusiasmo, per altri può essere difficile affrontarlo con la giusta carica.

Molto spesso, infatti, il passaggio da una stagione all’ altra (in particolare dall’ estate all’ autunno, ma anche dall’ inverno alla primavera) può essere accompagnato da una diminuzione del tono dell’ umore e da altri fastidiosi sintomi associati.

Si parla, in tali circostanze, di Disturbo Affettivo Stagionale, un malessere caratterizzato da una serie di modificazioni delle condizioni psicologiche e fisiche di chi ne soffre che si presentano soltanto in specifici periodi dell’ anno, scomparendo completamente in altri.

Come capire se ne stai soffrendo anche tu?

È importante, per prima cosa, partire dal presupposto che questo tipo di sintomatologia è collegato essenzialmente ad un’ alterazione del tono dell’ umore per lo più in senso depressivo.

sintomi depressione, disturbo bipolare, psicologo firenze, psicoterapeuta firenze, ansia sintomi, ilaria viscontiLa tristezza pertanto, sottoposta quotidianamente ad un’ oscillazione continua in risposta a tantissime condizioni fisiche e mentali, è una delle maggiori caratteristiche che contraddistingue questo disturbo, presentandosi in maniera pressoché costante.

Chi ne soffre, infatti, tende a percepire, solo nei cambi stagionali una serie di fastidi tra cui, i più diffusi sono malinconia, nervosismo ingiustificato, facilità al pianto e difficoltà di concentrazione.

Non solo, in autunno, la stanchezza diventa talmente eccessiva da tradursi in desiderio di dormire tutto il giorno, la spossatezza si fa talmente marcata da ridurre al minimo le attività quotidiane, evitando situazioni sociali e sperimentando un calo del desiderio sessuale.

Tutto ciò permette di risparmiare il più possibile le energie percepite come deboli, l’ unica cosa in aumento è l’ appetito, nello specifico di zuccheri e carboidrati.

Un comportamento, come è facile notare, molto simile a quello che presentano gli animali prima di prepararsi al letargo che, facendo scorte per l’ inverno, si chiudono nelle loro tane e si preparano a dormire per un lungo periodo.

Perchè mi capita?

Sebbene le cause di questo fastidio non siano ancora del tutto chiare, sulla base dell’ evidenza che il disturbo è più frequente nei Paesi in cui la quantità di luce è bassa, si pensa che una motivazione importante al cambio di umore sia determinata dalla scarsità delle ore giornaliere.

Nello specifico ciò potrebbe dipendere dall’ impatto che la luce ha sulla ghiandola pineale, una struttura presente nel cervello e che produce melatonina eliminando la serotonina, nota come l’ “ormone del buonumore” e favorendo, quindi, l’ emergere di un umore triste e depresso con i conseguenti sintomi associati.sintomi depressione, disturbo bipolare, psicologo firenze, psicoterapeuta firenze, ansia sintomi, ilaria visconti

Tale combinazione (aumento di melatonina/diminuzione di serotonina), inoltre, influenza gli “orologi interni” (ritmi circadiani), sincronizzati per rispondere prontamente ai cambiamenti nel ritmo di luce e buio presenti in ogni stagione, creando una sorta di “confusione interna” che genera disagio.

È comunque necessario tener presente del fatto che chi soffre di un disturbo depressivo già conclamato assiste, nei cambi stagionali, ad un peggioramento della sintomatologia.

Ciò può essere in grado di spiegare, almeno in parte, il motivo per cui non tutti risentono, a livello umorale, dei cambi stagionali: si può pertanto ipotizzare che chi li accusa presenti una personalità orientata in senso depressivo che lo rende particolarmente sensibile alle variazioni climatiche.

Cosa posso fare?

Un tipo di trattamento utile a ridurre il disagio provocato dal cambio di stagione è la Fototerapia (Light Therapy) che prevede l’ esposizione alla luce artificiale nei cambi stagionali al fine di riequilibrare il ritmo circadiano interno del corpo, favorendo in tal modo la produzione dell’ “ormone del buonumore” stimolata, nei mesi caldi, dai raggi solari.

Tuttavia, essendo una delle caratteristiche principali del disturbo un abbassamento del tono dell’ umore, una buona idea è sicuramente quella di affrontare l’ argomento all’ interno di un contesto psicoterapeutico.

Grazie all’ aiuto di un professionista, può essere così possibile comprendere ed elaborare le cause che stanno alla base dell’ umore depresso, dando loro un nuovo significato e potenziando le proprie risorse per fronteggiare tali periodo complessi sulla base di nuove consapevolezze. 

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“Hai il diritto di..” – Il Codice dei Diritti Assertivi.

Ho ribadito più volte l’ importanza di imparare ad essere assertivi.
Sebbene infatti spesso non sia comprensibile nell’ immediato quanto la difficoltà di esprimere i propri bisogni e desideri in maniera adeguata possa avere ripercussioni anche piuttosto forti sulla propria salute psicologica (nonchè fisica!), nei fatti la qualità della vita varia molto tra coloro che sanno esprimersi e coloro che tentennano nel farlo.
Per acquisire questa importante competenza, risulta fondamentale rimuovere false credenze, ristrutturare alcune convinzioni e correggere certe errate informazioni che vengono date per “buone” guidando il comportamento in una direzione che può essere, in realtà, distorta.
Ecco perché risulta importante conoscere quello che viene definito come “Codice dei Diritti Assertivi”, una specie di regolamento, caratterizzato da serie di imperativi tesi a focalizzare l’ attenzione sul proprio essere, chiarendo quelli che sono i diritti di ognuno che, troppo spesso, vengono  lasciati in disparte, per soddisfare le esigenze altrui o, al contrario, usati in maniera esclusiva, non tenendo conto degli altri.

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“IL CODICE DEI DIRITTI ASSERTIVI”

1. IL GIUDICE SUPREMO DEL TUO COMPORTAMENTO SEI TU STESSO
2. HAI IL DIRITTO DI NON DARE SPIEGAZIONI E SCUSE PER IL TUO COMPORTAMENTO
3. HAI IL DIRITTO DI GIUDICARE SE TOCCA A TE TROVARE LA SOLUZIONE PER I PROBLEMI DEGLI ALTRI
4. HAI IL DIRITTO DI CAMBIARE OPINIONE
5. HAI IL DIRITTO DI FARE SBAGLI
6. HAI IL DIRITTO DI DIRE “NON SO”
7. HAI IL DIRITTO DI PRESCINDERE DAL BENVOLERE DEGLI ALTRI, QUANDO HAI A CHE FARE CON LORO
8. HAI IL DIRITTO DI PRENDERE DECISIONI ILLOGICHE
9. HAI IL DIRITTO DI DIRE “NON CAPISCO”
10. HAI IL DIRITTO DI DIRE “NON MI RIGUARDA”
11. HAI IL DIRITTO DI DIRE “NO” SENZA SENTIRTI IN COLPA

Concentrarsi su questi principi, permette di acquisire una maggiore consapevolezza circa quelli che sono i confini tra sé e gli altri, limitando sentimenti comuni quali senso di colpa, timore di esprimersi e di essere giudicati e raggiungendo un maggiore livello di libertà e sicurezza personale, nel rispetto degli altri.

Riferimento Bibliografico:

  • Alberti L., Dinetto A., Manuale di addestramento affermativo, Bulzoni Ed., Roma, 1988
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