Le strategie per ridurre l’ ansia che generano ansia: i safety behaviors.

Chi soffre di ansia sa bene che sia che si tratti di attacchi di panico, di agorafobia, di fobia sociale o di ansia generalizzata, l’ apprensione che caratterizza tali manifestazioni è talmente elevata che, per riuscire a tollerarla, la gran parte delle persone si vede costretta ad adottare comportamenti che possano, in qualche modo, generare sollievo.
safety-behaviorsI safety behaviors (cioè “comportamenti di sicurezza”) sono proprio le strategie che chi sperimenta ansia usa per proteggersi da un sentimento sgradevole o per prevenire le conseguenze temute impedendone la loro realizzazione.
La più grande manifestazione di safety behavior consiste nell’ evitare la situazione ansiogena, reazione che, sebbene nell’ immediato sia utile nel creare un senso di sollievo, col tempo non fa altro che peggiorare le cose in quanto non consente alla persona di vivere la circostanza temuta e le impedisce in questo modo di verificare che, contrariamente a quanto pensi, non c’è nulla di pericoloso in quella situazione e ciò inevitabilmente aumenta i suoi timori (molto spesso infondati tra l’ altro!).
Oltre all’ evitamento vero e proprio, esiste un’ ampia gamma di safety behaviors più “velati” e specifici a seconda del tipo di ansia sperimentata che hanno in comune la caratteristica di funzionare da “coperta di Linus”.
Nel caso dell’ ansia sociale, per esempio, il timore che gli altri colgano l’ imbarazzo derivante dal vivere una situazione collettiva può portare ad indossare maglioni a collo alto al fine di nascondere l’ arrossamento o la sudorazione che potrebbero derivarne, generando esattamente la conseguenza temuta.
Mettendo in atto queste strategie, oltre a favorire, in un certo senso, la “profezia che si auto-avvera”, il rischio maggiore è quello di non mettersi mai nella circostanza di poter verificare che le conseguenze temute difficilmente si realizzano, continuando a restare intrappolati in un circolo che peggiora la situazione.
Se solo chi prova ansia all’ idea di parlare in pubblico si desse la possibilità di farlo potrebbe infatti  accorgersi di riuscirci benissimo o potrebbe mettersi, in alternativa, nella condizione di realizzare che gli ascoltatori sono molto meno critici e oppositivi di quanto non pensasse.
Ciò permetterebbe ovviamente di ridurre l’ ansia ed aumentare la fiducia in sé.
La lista dei comportamenti di sicurezza è molto lunga e variegata e può includere, tra le tante, uso dell’ alcool per gestire l’ imbarazzo, portare sempre con sé una persona di fiducia o un ansiolitico, stare in disparte o in prossimità di vie di fuga….

Come rompere questo circolo vizioso?

La portata dell’ ansia sperimentata nelle situazioni temute è talmente grande che abbandonare questi comportamenti, solo apparentemente funzionali, può risultare davvero molto difficile per chi ne soffre.safety-behaviors3
Allo stesso tempo però, avendo la funzione di aiutare la persona a mantenere le proprie convinzioni errate circa le relazioni sociali e impedendole di scoprire cosa accadrebbe davvero in tali situazioni se non mettesse in atto tali comportamenti, eliminare i safety behaviors risulta indispensabile.
La sensazione è di solito quella di sentirsi “scoperti”, vulnerabili e al sicuro solo quando vengono adottate tali strategie quindi, l’ avvicinamento alla situazione o all’ oggetto temuto deve avvenire in modo graduale al fine di gestire l’ ansia. Generalmente, in un contesto terapeutico, una tecnica utilizzata a tal proposito consiste nell’ inserire i comportamenti di sicurezza all’ interno di una gerarchia allo scopo di abbandonarli progressivamente, rispettando i tempi di ognuno e passando così da una situazione di evitamento ad una di esposizione senza dover necessariamente ricorrere a comportamenti protettivi.

Riferimento Bibliografico:
– Antony M. M., Rowa K. (2010), Disturbo d’ ansia sociale. Giunti O.S. Organizzazioni Speciali – Firenze.

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Psicoterapeuta Firenze – “Vorrei iniziare una psicoterapia, ma….” – Cinque credenze errate che ostacolano il benessere psicologico.

Psicoterapeuta Firenze – 5 credenze errate che ostacolano il benessere psicologico

Psicoterapeuta Firenze – Sebbene negli ultimi anni siano stati abbattuti molti preconcetti relativi alla psicoterapia, primo tra tutti quello secondo il quale chi intraprende un percorso di questo tipo è pazzo, mi rendo conto di quanto, nonostante le persone siano estremamente affascinate dal mondo della psicologia, siano ancora poche quelle che decidono di rivolgersi ad uno psicoterapeuta per iniziare un percorso di crescita e cambiamento.

Mi pare che ciò sia legato, in buona parte, ad una serie di convinzioni errate che impediscono di rivolgersi ad uno specialista nei momenti di crisi o difficoltà psicologica o, semplicemente, per conoscere meglio le proprie modalità di funzionamento in alcune fasi di vita delicate.

Vorrei, in questa sede, “smontare” alcune di queste idee distorte che sento ripetere con particolare frequenza ma che sono prive di fondamento nonchè di ostacolo ad un percorso di crescita quale quello psicoterapeutico.

Ecco, di seguito, alcune convinzioni diffuse.

Credenza errata #1: “Posso cavarmela da solo” 

Questa idea molto frequente (quanto erronea) deriva probabilmente dalla credenza, ancora non del tutto abbandonata, che lo psicoterapeuta curi le persone “malate”.

Soffrire di un sintomo psicologico, in realtà, non significa essere “disturbato”, anzi.
Il sintomo indica che, in quella particolare fase di vita, si sta sperimentando una sofferenza che tenta di esprimersi attraverso un attacco di panico piuttosto che un’ abbuffata, per esempio.

Quando la sintomatologia periste troppo a lungo provocando un disagio significativo nella quotidianità, vuol dire che le proprie risorse non sono più sufficienti per affrontare la situazione; è in questi casi che lo psicoterapeuta può essere un valido alleato per dare parola al sintomo, comprenderne il significato ed affrontarlo.

Credenza errata #2: “Non ne ho bisogno

Questa convinzione errata è, in un certo senso, legata alla precedente.sintomi depressione, disturbo bipolare, psicologo firenze, psicoterapeuta firenze, ansia sintomi, ilaria visconti
Fatta la premessa che avvertire una problematica di pertinenza psicologica in una particolare fase di vita non significa essere disturbati, trovo infatti importante specificare che, contrariamente a quanto si pensi, non ci si rivolge allo psicoterapeuta solo quando si presenta un sintomo.

Ognuno presenta caratteristiche di personalità che possono talvolta minare la serenità della propria vita senza manifestarsi con un disturbo vero e proprio, ma provocando difficoltà individuali o relazionali che possono e devono essere comprese per migliorare la qualità della propria esistenza.

Credenza errata #3: “Per avere consigli posso rivolgermi ai miei amici

Gli amici sono figure di riferimento importanti ed è per questo che le loro opinioni ed i loro consigli hanno un ruolo di supporto estremamente rilevante e significativo per ognuno che, sebbene non escluda l’ intervento psicoterapeutico, possiede fini e modalità completamente diversi.

Lo psicoterapeuta non dà consigli ma aiuta, sulla base delle proprie conoscenze e competenze, ad acquisire consapevolezza sulle proprie dinamiche emotive, cognitive, relazionali e comportamentali al fine di comprenderle e, laddove necessario, modificarle; il rapporto che si instaura, pertanto, non è di natura amichevole ma ha fini terapeutici che lo rendono un rapporto professionale teso al benessere personale.

Credenza errata #4: “Costa troppo

Lo psicoterapeuta fornisce una prestazione professionale che, come tale, ha un costo variabile da professionista a professionista e che può essere richiesto già al momento del contatto telefonico.

In ogni caso ritengo che sia fondamentale, quando si sintomi depressione, disturbo bipolare, psicologo firenze, psicoterapeuta firenze, ansia sintomi, ilaria viscontidecide di intraprendere un percorso di crescita, considerare l’ investimento economico richiesto come un investimento su se stessi e sul proprio benessere che, come tale, dovrebbe essere considerato prioritario rispetto ad altri bisogni secondari su cui, spesso, si impiegano risorse economiche anche elevate.

Credenza errata #5: “Gli altri penseranno che sono debole

Personalmente sono convinta che la psicoterapia non sia per tutti.

Il percorso terapeutico non è di certo un percorso “rose e fiori”, anzi..richiede una grande capacità di mettersi in discussione, di tollerare la frustrazione e di conoscere parti di se stessi poco gradevoli, di imparare a prendere coscienza dei propri limiti ed a rapportarsi con i propri “fantasmi” interiori.

Per questo penso che chi decida di iniziare un cammino di questo tipo non solo non sia debole, ma presenti al contrario una grande forza d’ animo e coraggio di ridefinirsi.

Ovviamente esistono molte altre convinzioni errate che, sebbene tali, assumono un peso piuttosto rilevante nell’ impedire di intraprendere una psicoterapia, ho deciso di analizzare le presenti in questa sede perché sono, a mio avviso, tra le più diffuse.

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Quando lo specchio è un nemico: la Dismorfofobia.

Dato che la perfezione non appartiene a questo mondo, ogni essere umano presenta difetti fisici più o meno accentuati che, sebbene non graditi, vengono generalmente riconosciuti e accettati come peculiarità del proprio aspetto.
Esistono però circostanze in cui l’ insoddisfazione per il proprio corpo diventa talmente forte da minare la qualità della vita di chi la prova, trasformandosi in un vero e proprio sintomo che, in quanto tale,  genera una forte sofferenza.
In questi casi la preoccupazione per un difetto fisico, che viene in questi casi esagerato o addirittura immaginato, assume un importanza talmente grande da indurre chi lo sperimenta a trascorrere ore ed ore davanti allo specchio controllando incessantemente il proprio “difetto” o addirittura spingendolo ad eliminare ogni specchio dall’ ambiente in cui vive per evitare di doversi confrontare con il proprio supposto difetto.dismorfofobia2
Lo stress che consegue da questa non accettazione di sé è talmente forte da generare, talvolta, un’ angoscia così grande da spingere chi ne soffre a rivolgersi al chirurgo plastico con l’ intento di eliminarlo, sebbene risulti chiaro come ciò non può essere in grado di risolvere la problematica..

Di cosa si tratta?

Quando l’ insoddisfazione per il proprio aspetto si trasforma in un disgusto irragionevole o preoccupazione eccessiva per una parte del corpo per la quale si prova vera e propria avversione, ci si potrebbe trovare di fronte al Disturbo di Dismorfismo Corporeo (o Dismorfofobia).
Tale disturbo può essere definito come un sentimento soggettivo di bruttezza o come timore di un difetto fisico che il paziente considera evidente agli occhi degli altri, anche se per tutti il suo aspetto risulta essere del tutto normale.

Come si fa a distinguere la tendenza a percepire difetti nel proprio aspetto fisico da un vero è proprio disturbo?

Comprendere quando ci si trovi di fronte ad un vero e proprio disturbo risulta tutt’ altro che semplice in quanto i fattori soggettivi, tra cui canoni estetici e gusti individuali, giocano un ruolo fondamentale nel determinare come e perché una persona ritenga di essere o meno attraente. Nonostante questo, quando la lamentela è fatta in modo esagerato ed estremo per una deformità del tutto trascurabile, tale convinzione non cambia sulla base delle disconferme da parte degli altri ed è associata ad sentimenti di forte ansia e angoscia, ci sono buone ragioni per pensare che si tratti di un disturbo di pertinenza psicologica.

Quali sono le cause e quali i rimedi?

Sebbene le cause rispetto a questo disturbo non siano ancora del tutto chiare, stando ad alcune interpretazioni si può ipotizzare che (analogamente a quanto si verifica in problematiche quali ipocondria o disturbi somatici, di cui la disforfofobia può essere un sintomo), la causa vada ricercata in una difficoltà da parte di chi ne soffre di concentrare l’ attenzione su una determinata  sofferenza interiore che viene percepita troppo grande da sopportare, preferendo quindi (ovviamente senza esserne consapevole) spostare il dolore verso un disagio fisico, percepito come più tollerabile.
Il trattamento si pone pertanto come obiettivo quello di comprendere il significato che si dietro all’ avversione per il proprio corpo, cercando di far emergere, all’ interno di un contesto “protetto” quali quello psicoterapeutico questo disagio facendo in modo che l’ angoscia non prenda il sopravvento.

Riferimenti Bibliografici:

  • Davison&Neal (2004), Psicologia Clinica, seconda ed. it., Zanichelli Editore, Bologna.
  • Femi Oyebode (2009), SIMS Quarta Edizione – Introduzione alla psicopatologia descrittiva, Raffaello Cortina Editore, Milano.

 

 

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Il modo con cui affronti le avversità ti favorisce (o ti ostacola) nella loro riuscita.

Ogni giorno, ognuno si trova a dover gestire situazioni che lo obbligano a prendere scelte più o meno importanti nonchè a reagire a determinate circostanze. autoefficacia4Non tutte le persone si rapportano ai problemi (e quindi alla loro risoluzione) allo stesso modo: ci sono quelle che li affrontano di petto e quelle che si abbattono, quelle più ottimiste e quelle che tendono a vedere il bicchiere sempre mezzo vuoto, quelle che lottano per ottenere un risultato e quelle che si affidano alla fortuna.
Generalmente, purtroppo, non sono molte le persone che si rendono conto di quanto la percezione che si ha delle proprie capacità sia fondamentale nel determinare la riuscita o meno nella vita e nel migliorarne la  qualità. Si tende infatti a pensare che ci siano troppe variabili incontrollabili a determinare il corso degli eventi e sicuramente questa è una verità, ma è anche vero che chi è focalizzato sulle proprie risorse e sulla propria riuscita ottiene quasi sempre risultati migliori rendendo evidente quanto la variabile personale abbia un peso..ed anche piuttosto importante!

In cosa consiste tale “stile attribuzionale”?

Questa percezione di poter controllare o meno la propria esistenza viene definita, in psicologia, Locus of Control (LoC).
autoefficacia.jpgLe persone fermamente convinte di poter avere un controllo sugli eventi possiedono un LoC interno e, pensando di essere gli unici responsabili nel poter determinare importanti variazioni nella propria vita, canalizzano le loro energie sui propri atteggiamenti e comportamenti al fine di migliorarli, affrontarli e modificarli. Ciò li porta a porsi in modo vincente di fronte agli ostacoli: impegnandosi di più senza fermarsi o arrendersi mai, infatti, vivono le difficoltà come sfide che posso essere vinte (ed è ciò che generalmente avviene) con impegno, passione e dedizione.
Al contrario, tutti coloro che tendono a sentirsi passivi rispetto agli eventi, che reputano determinati non tanto dalla propria volontà, quanto da variabili esterne incontrollabili, paiono abbracciare quello che siamo soliti definire LoC esterno. Sono coloro che pensano che, indipendentemente dal proprio impegno, le cose andranno come devono andare, quindi tanto vale affidarsi al destino o alla fortuna, entità alle quali, indipendentemente da tutto, spetta la decisione finale.
Nella pratica chi abbraccia questo stile attribuzionale, non prende decisioni in modo indipendente, ma si affida alle altre persone così come ad entità astratte (“qualunque cosa io faccia, è il destino che decide”), di conseguenza tende a sviluppare un senso di impotenza che condiziona anche la motivazione nell’ intraprendere scelte e nel gestire la quotidianità e ancora più le difficoltà che la vita, in quanto tale, talvolta presenta.
Al contrario, una persona con Loc interno, ha grande fiducia nella capacità di cambiare la propria esistenza, attribuendosi l’ abilità di poter modificare gli eventi, ha un atteggiamento attivo che la spinge a ricercare continuamente soluzioni ai propri problemi e ciò, come si può facilmente comprendere, non può non incidere sull’ aspetto motivazionale che spinge ad agire.
Riuscire ad adottare una modalità di pensiero focalizzata sul LoC interno permette di ottenere con maggiori probabilità risultati importanti nel lavoro, nella gestione delle patologie, nel superamento di perdite e separazioni, ma non è tutto.autoefficacia3
Un aspetto su cui ritengo importante soffermare l’ attenzione è quello relativo al fatto che ciò che può sembrare un semplice modo di fronteggiare le avversità ha, in realtà, un enorme impatto psicologico e anche fisico in ognuno di noi.
È stato addirittura osservato, infatti, come persone con LoC interno possiedano maggiori risorse nel fronteggiare eventi spiacevoli come, ad esempio, una malattia ed è stato dimostrato come queste stesse persone riescano a tollerare meglio i trattamenti terapeutici e, talvolta, a guarire in misura molto superiore a chi ha un LoC esterno.
Tutto ciò non fa altro che confermare quanto corpo e mente siano due entità indiscindibili che si influenzano sempre in modo reciproco e, soprattutto, quanto un atteggiamento positivo alla vita è una buona “medicina” preventiva e curativa.

Riferimento Bibliografico:
– Zani B., Cicognani E. (2000), Psicologia della salute, Società Editrice il Mulino, Bologna.

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Come fronteggiare il dolore della perdita?

Nella vita si perde. Si perdono persone care, amori importanti, punti di riferimento essenziali, si perdono capacità, aspettative, speranze, si può perdere il lavoro.
È per questo che, sebbene la vita sia un’ avventura straordinaria caratterizzata da eventi lieti ed emozioni gioiose, quasi tutti sperimentano nel corso della propria esistenza eventi di vita che possono renderla anche molto dolorosa e l’ esperienza della perdita è una, forse la più difficile da superare, tra questi.
elaborare-perdita3La più grande manifestazione della perdita è senza dubbio il lutto, un tema fondamentale che tocca da vicino, prima o poi, tutti nel corso della propria esistenza. Elaborare un lutto è un processo molto lento e doloroso che prevede l’ accettazione di questo evento totalmente destabilizzante attraverso il superamento di alcune fasi individuate da Elisabeth Kübler-Ross e su cui mi soffermerò a breve.
Ritengo infatti fondamentale, prima, sottolineare il fatto che ogni perdita a cui si va incontro nella vita rappresenta un vero e proprio lutto, ovviamente più o meno grave, per chi lo vive.
elaborare-perdita2Che si tratti della separazione da un’ amante, della scoperta di una malattia, della perdita di una capacità o di un cambiamento repentino nella propria vita o nel proprio corpo, ciò che bisogna imparare a fare per affrontarlo è, prima di tutto, elaborare la sofferenza che ne deriva.
Penso infatti che ogni volta che si sperimenta una perdita si abbia la sensazione di aver lasciato andare via parti di sé ed è questo il motivo per cui consiglio di tener conto delle fasi di elaborazione del lutto, per sanare tutte quelle ferite emotive che, in un modo o nell’ altro, hanno a che fare con il vissuto della mancanza, in modo da poterle conoscere e affrontare in modo consapevole.

Quali sono le fasi che si attraversano solitamente per elaborare una perdita?

1. Negazione

La prima reazione, d’ impulso, consiste generalmente nel negare quanto sta avvenendo. Si tratta di un meccanismo difensivo che ha come scopo quello di “auto-tutelarsi”: prendere immediatamente coscienza del lutto provocherebbe un dolore talmente grande che negare la realtà, congelando momentaneamente le emozioni, si mostra, in certi casi, preferibile.

2. Rabbia

Col passare del tempo, subentra forte il bisogno di lasciarsi andare emotivamente ed è così che dal dolore arriva, intensa, la rabbia che è a sua volta un meccanismo di difesa. In questo caso, al fine di smorzare l’ angoscia, con cui si è ormai totalmente in contatto, è frequente sperimentare collera verso se stessi, verso gli altri, o verso altre entità (per esempio il destino) sebbene sia chiaro che ciò che spinge ad arrabbiarsi è la disperazione scaturita dall’ essere stati abbandonati, rivolgerla altrove è molto frequente.

3. Contrattazione

Si sperimenta adesso un senso di impotenza. Ci si rende conto che è giunto in momento di investire, di valutare la situazione e pensare ad un “piano” per poterla affrontare nel migliore dei modi. È questa la fase in cui viene realizzata la perdita e soprattutto la sua irreversibilità e questo porta a sperimentare un forte desiderio di riprendere in mano la propria vita.

4. Depressioneelaborare-perdita

Questa è una fase di resa vera e propria. Adesso ci si arrende alla situazione da un punto di vista sia emotivo che razionale di conseguenza alla concreta presa di coscienza relativa a ciò che è avvenuto. È proprio questo, infatti, il momento in cui viene veramente realizzato ciò che si è perso ed inevitabilmente la tristezza, la frustrazione e la depressione vera e propria prendono il sopravvento.

 5. Accettazione

La fase finale è quella che prevede l’ ammissione di quanto è avvenuto e coincide pertanto con la conclusione del processo di elaborazione. Arrivati a questo punto ci si sente pronti per ripartire senza mettere in atto meccanismi di difesa ma comprendendo, a tutti i livelli, ciò che è avvenuto, facendosene una ragione e ricominciando, pian piano a ricostruire la propria vita, focalizzandosi non più su ciò che si è perso, quanto più su tutto ciò che di buono è rimasto.

La perdita viene elaborata e quindi accettata completamente quando si attraversano tutte e cinque le fasi. Non è tanto importante l’ ordine con cui ciò avviene, quanto più che ogni fase venga fronteggiata e vissuta fino in fondo.
Essendo però un processo molto lungo, doloroso e delicato, può avvenire che chi lo vive trovi delle difficoltà nell’ affrontarlo, rimanendo bloccato in alcune fasi per periodi troppo lunghi, o passando da una fase all’ altra in maniera ciclica senza riuscire a rompere questo circolo di dolore cronico.
In queste circostanze è consigliabile rivolgersi ad un professionista al fine di comprendere le proprie dinamiche e tutti quei meccanismi che impediscono di elaborare completamente la perdita subita al fine di modificarli e tornare a sorridere.

Riferimento Bibliografico:
– Kubler-Ross E. On death and dying. Chicago, 1965. Tr. It., La morte e il morire. Cittadella, Assisi, 1976

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Sintomi depressione: malumore d’ Autunno, il Disturbo Affettivo Stagionale.

Sintomi depressione: malumore d’ Autunno, il Disturbo Affettivo Stagionale.

Sintomi depressione – È iniziato l’Autunno, la stagione in cui la natura si manifesta nei suoi colori più brillanti, nei suoi sapori e odori più intesi che riportano a contatto con la terra.

È il periodo in cui si abbandona il caldo torrido dell’ estate e ci si prepara al freddo inverno godendo ancora di qualche debole raggio di sole e, sebbene per molti questo periodo sia atteso con entusiasmo, per altri può essere difficile affrontarlo con la giusta carica.

Molto spesso, infatti, il passaggio da una stagione all’ altra (in particolare dall’ estate all’ autunno, ma anche dall’ inverno alla primavera) può essere accompagnato da una diminuzione del tono dell’ umore e da altri fastidiosi sintomi associati.

Si parla, in tali circostanze, di Disturbo Affettivo Stagionale, un malessere caratterizzato da una serie di modificazioni delle condizioni psicologiche e fisiche di chi ne soffre che si presentano soltanto in specifici periodi dell’ anno, scomparendo completamente in altri.

Come capire se ne stai soffrendo anche tu?

È importante, per prima cosa, partire dal presupposto che questo tipo di sintomatologia è collegato essenzialmente ad un’ alterazione del tono dell’ umore per lo più in senso depressivo.

sintomi depressione, disturbo bipolare, psicologo firenze, psicoterapeuta firenze, ansia sintomi, ilaria viscontiLa tristezza pertanto, sottoposta quotidianamente ad un’ oscillazione continua in risposta a tantissime condizioni fisiche e mentali, è una delle maggiori caratteristiche che contraddistingue questo disturbo, presentandosi in maniera pressoché costante.

Chi ne soffre, infatti, tende a percepire, solo nei cambi stagionali una serie di fastidi tra cui, i più diffusi sono malinconia, nervosismo ingiustificato, facilità al pianto e difficoltà di concentrazione.

Non solo, in autunno, la stanchezza diventa talmente eccessiva da tradursi in desiderio di dormire tutto il giorno, la spossatezza si fa talmente marcata da ridurre al minimo le attività quotidiane, evitando situazioni sociali e sperimentando un calo del desiderio sessuale.

Tutto ciò permette di risparmiare il più possibile le energie percepite come deboli, l’ unica cosa in aumento è l’ appetito, nello specifico di zuccheri e carboidrati.

Un comportamento, come è facile notare, molto simile a quello che presentano gli animali prima di prepararsi al letargo che, facendo scorte per l’ inverno, si chiudono nelle loro tane e si preparano a dormire per un lungo periodo.

Perchè mi capita?

Sebbene le cause di questo fastidio non siano ancora del tutto chiare, sulla base dell’ evidenza che il disturbo è più frequente nei Paesi in cui la quantità di luce è bassa, si pensa che una motivazione importante al cambio di umore sia determinata dalla scarsità delle ore giornaliere.

Nello specifico ciò potrebbe dipendere dall’ impatto che la luce ha sulla ghiandola pineale, una struttura presente nel cervello e che produce melatonina eliminando la serotonina, nota come l’ “ormone del buonumore” e favorendo, quindi, l’ emergere di un umore triste e depresso con i conseguenti sintomi associati.sintomi depressione, disturbo bipolare, psicologo firenze, psicoterapeuta firenze, ansia sintomi, ilaria visconti

Tale combinazione (aumento di melatonina/diminuzione di serotonina), inoltre, influenza gli “orologi interni” (ritmi circadiani), sincronizzati per rispondere prontamente ai cambiamenti nel ritmo di luce e buio presenti in ogni stagione, creando una sorta di “confusione interna” che genera disagio.

È comunque necessario tener presente del fatto che chi soffre di un disturbo depressivo già conclamato assiste, nei cambi stagionali, ad un peggioramento della sintomatologia.

Ciò può essere in grado di spiegare, almeno in parte, il motivo per cui non tutti risentono, a livello umorale, dei cambi stagionali: si può pertanto ipotizzare che chi li accusa presenti una personalità orientata in senso depressivo che lo rende particolarmente sensibile alle variazioni climatiche.

Cosa posso fare?

Un tipo di trattamento utile a ridurre il disagio provocato dal cambio di stagione è la Fototerapia (Light Therapy) che prevede l’ esposizione alla luce artificiale nei cambi stagionali al fine di riequilibrare il ritmo circadiano interno del corpo, favorendo in tal modo la produzione dell’ “ormone del buonumore” stimolata, nei mesi caldi, dai raggi solari.

Tuttavia, essendo una delle caratteristiche principali del disturbo un abbassamento del tono dell’ umore, una buona idea è sicuramente quella di affrontare l’ argomento all’ interno di un contesto psicoterapeutico.

Grazie all’ aiuto di un professionista, può essere così possibile comprendere ed elaborare le cause che stanno alla base dell’ umore depresso, dando loro un nuovo significato e potenziando le proprie risorse per fronteggiare tali periodo complessi sulla base di nuove consapevolezze. 

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Hai il diritto di dire NO senza sentirti in colpa!

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NO è una piccola parola monosillabica che racchiude in sé un significato talmente grande da essere spesso tremendamente difficile da pronunciare.
Dietro a questa parolina si celano infatti una serie di emozioni che spaziano dal timore di non accettazione al senso di colpa e ciò avviene anche perché nella nostra cultura tale parola è considerata esclusivamente in riferimento alla sua accezione negativa di indisponibilità, opposizione e rinuncia. 
Nel timore di deludere gli altri e di apparire come egoisti e poco accomodanti non ci si rende conto che spesso nel momento in cui si dice SI agli altri si sta dicendo NO a se stessi.
Col passare del tempo questa tendenza può determinare ripercussioni psicologiche legate all’ ansia e al senso di insoddisfazione generalizzato, per questo è importante capirne il significato al fine di modificare questa abitudine per molti quotidiana.

Quale debolezza si cela dietro alla difficoltà di dire NO..?

L’ incapacità a rispondere negativamente ad una richiesta è sicuramente, almeno in parte, legata ad una bassa autostima e quindi ad una errata valutazione del proprio valore personale.
Accondiscendere sempre alle richieste esterne denota insicurezza in quanto è una modalità che non tiene conto delle proprie priorità, ma le sacrifica sempre per privilegiare quelle altrui. Per non creare “problemi” quindi, anzichè esprimere il proprio punto di vista, si può decidere di accettare quello degli altri scegliendo di apparire, almeno nel proprio immaginario, particolarmente apprezzabili e amabili in quanto sempre disponibili e prodighi alle richieste altrui. 
Dire sempre di SI, in realtà, impedisce di esprimere i propri bisogni e desideri alle persone circostanti e di mostrare quali sono le proprie reali necessità.
Per questo la parola SI può diventare uno scudo dietro al quale nascondersi per sfuggire al giudizio negativo degli altri e grazie al quale celare la propria personalità per paura che possa non essere apprezzata.
Dietro questa difficoltà può pertanto nascondersi la paura di mostrarsi per ciò che si è realmente, ossia una persona con opinioni e desideri diversi da quelli degli altri e con esigenze che non necessariamente coincidono con quelle altrui, ma che non sono per questo meno importanti.
Ogni volta che il desiderio è quello di rispondere NO ad una richiesta ma si tende a rispondere affermativamente si fa un grande torto a quella parte di se stessi che avrebbe voglia di essere libera, di emergere e di essere amata in modo incondizionato, indipendentemente dall’ accettazione o meno delle regole altrui.
Ma, se anziché sentirsi in dovere di accogliere ogni richiesta, si iniziasse ad entrare nell’ ottica che dire NO è un diritto..? Dire NO esprime il diritto di scegliere, di esprimersi, di affermarsi, consolidarsi, distinguersi, implica il diritto di rispettarsi e di difendere la propria libertà.

Si può imparare a rispondere NO?

 SI, si può
Imparare a farlo presuppone diventare più assertivi e col tempo, allo stesso modo con cui si è acquisita l’ abitudine a soddisfare le richieste esterne, si può imparare ad invertire tale tendenza e mettere se stessi e le proprie esigenze al primo posto.
Ecco alcuni passaggi utili per “allenarsi”:no2

 -> È importante, per prima cosa, cambiare la forma mentis secondo la quale non si è obbligati ad essere sempre accondiscendenti ma si ha, al contrario, il diritto di scegliere ciò che ci fa stare bene. Questo passaggio è fondamentale perché autorizza se stessi a rifiutare una richiesta senza sentirsi in colpa.

-> È fondamentale non tergiversare, dicendo di NO con tono fermo e sicuro, guardando l’ interlocutore negli occhi.

-> Può essere d’ aiuto iniziare la frase con la parola NO e concluderla menzionando le proprie priorità. Per esempio: “No, purtroppo stasera ho già un altro impegno”.

 Apportare questa piccola abitudine alla comunicazione comporta dei grandi vantaggi a livello di soddisfazione personale e quindi di autostima, consente di sentirsi liberi di scegliere cosa fare senza sentirsi in dovere di dover dare spiegazioni e rende indipendenti e quindi non manipolabili dagli altri.

 
Riferimento Bibliografico:

  • Alberti L., Dinetto A., Manuale di addestramento affermativo, Bulzoni Ed., Roma, 1988

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– PROMOZIONE ESTIVA –

IL BENESSERE PSICOLOGICO NON VA IN VACANZA!

5 euro di sconto su ogni seduta dal 21 Giugno al 30 Agosto 2016

Psicologia Estate

D’ estate si tende ad allentare con i ritmi quotidiani ed a rompere le routine, posticipando la ripresa di un’ attività o l’ inizio di qualcosa di nuovo ai mesi autunnali.
Ogni momento, però, è quello giusto per iniziare a prendersi cura del proprio benessere psicologico, dare un senso ad un  sintomo o affrontare una problematica persistente.
Per questo, dal 21 Giugno al 30 Agosto è attiva, per chi ne fa richiesta, la Promozione Estiva “Il Benessere Psicologico non va in vacanza”, che consiste nella riduzione di 5 euro sul prezzo totale di ogni seduta (fino al 30 Agosto) per chiunque decida di inziare un percorso terapeutico nei mesi estivi.

È possibile richiedere un appuntamento telefonando al 339.6034157 o scrivendo una mail all’ indirizzo: doc.ilariavisconti@gmail.com

“L’estate ammorbidisce le linee che il crudele inverno mostrava”
                                                                                                  John Geddes

 

 

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Non ho fame eppure mangio..perchè??

dap1Mangiare è un’ attività quotidiana di cui nessun essere vivente può fare a meno.
Il corpo necessita di nutrimento, da un punto di vista biologico ma non solo..quando si compie l’ azione di mangiare si  intrecciano tra loro aspetti culturali, sociali, sensoriali e psicologici. In ogni luogo esistono cibi tipici che richiamano la storia di una certa civiltà e la classica tendenza a consumare cibo in compagnia rimanda ad un aspetto goliardico e spensierato strettamente collegato alla socializzazione, così come alcuni sapori hanno la capacità di riportare indietro nel tempo. Il desiderio di mangiare è infine collegato alla vasta e complessa sfera emotiva: alcune emozioni particolarmente intense possono togliere o aumentare l’ appetito come avviene quando si è particolarmente arrabbiati, tristi o, al contrario, felici.
Quando si affronta il tema dell’ alimentazione, pertanto, ci si addentra in un argomento molto vasto e complesso che non  riguarda esclusivamente patologie eclatanti quali l’ anoressia o la bulimia ma si riferisce anche a tendenze  caratteristiche di coloro che ricorrono al cibo quando si trovano a contatto con emozioni intense.

Ma che tipo di personalità si nasconde dietro a tali abitudini alimentari..?

Iniziamo dicendo intanto che ognuno, fin dalla dap2primissima infanzia, costruisce la sua modalità di conoscenza del mondo grazie alla quale impara ad entrare in relazione con sé stesso e con l’ambiente circostante, attribuendo in questo modo significati ai propri stati interni ed esterni.
Assume, a tal proposito, un’ importanza fondamentale il sistema di attaccamento, ossia la modalità usata dal neonato  per entrare in contatto fisico con le figure di accudimento al fine di stabilire una relazione tra sè e il genitore.
Capita di frequente che le persone che tendono a gestire le proprie emozioni attraverso il cibo abbiano sperimentato un attaccamento ambiguo, instabile e confuso con le proprie figure genitoriali le quali, spesso, sentendosi impreparate per affrontare il nuovo difficile ruolo di genitore, hanno sperimentato un’ ansia che hanno tentato di gestire entrando in relazione col piccolo attraverso un’ alimentazione eccessiva e rispondendo ad ogni tentativo di contatto del neonato attraverso il cibo.
Si stabilisce così un rapporto che crea una sorta di circolo vizioso in cui il bambino provoca incertezza nei propri genitori i quali, con le loro riposte basate esclusivamente sul nutrimento, generano a loro volta confusione in lui  che non capisce quando è sazio o meno tendendo, inevitabilmente, ad associare il nutrimento ad emozioni percepite come ingestibili.
Essendo da sempre abituato ad essere anticipato nelle proprie decisioni e nel dover essere focalizzato su ciò che gli altri provano, l’ ormai adolescente ha un’ immagine di sé poco definita dove l’ unica possibilità di scelta è data dalla decisione di mangiare.
dap3Il senso di incertezza che ne consegue impedisce di costruirsi un’immagine di sé definita e diventa così fondamentale l’ opinione degli altri con la conseguente paura del giudizio che lo obbliga alla continua ricerca dell’approvazione altrui. Quando non ottiene tale approvazione, la sensazione di vuoto interiore che ne deriva viene etichettata come fame e ciò gli consente di utilizzare le modalità conosciute in famiglia per risolvere i problemi, evitando di riflettere sulle emozioni. Ed è così che l’ alimentazione diventa una vera e propria strategia in cui le aspettative di rifiuto provocano sensazioni di vuoto che vengono colmate col cibo, anche quando non c’è un bisogno fisiologico di nutrimento.
In questo modo avviene che, nella gestione di emozioni intense, dalla tristezza, alla rabbia, alla gioia, alle quotidiane circostanze stressanti, si possa avvertire il bisogno di rivolgersi al cibo come unica modalità per tenere a bada un’ ansia percepita come insopportabile e incontenibile.
Ogni volta si abbia il dubbio che a scatenare il desiderio di cibo non sia una fame reale ma piuttosto una fame “nervosa” credo possa essere d’aiuto chiedersi a cosa sia riconducibile quel vuoto che si sta tentando (invano) di riempire mangiando. È infatti probabile che quella sensazione di mancanza sia riferibile alla paura di non essere amati, riconosciuti e penso che quel senso di fame ingiustificata possa essere un’ ottima occasione per provare a dare un nome a tutte quelle emozioni e sentimenti che si nascondono dietro al bisogno di sentirsi coccolati e accettati, dagli altri..ma soprattutto da se stessi.

Puoi approfondire l’ argomento leggendo un altro mio articolo sulla rivista psicologica on line PsicologiaOk.

Riferimento Bibliografico:
– Reda, M.A. (1986), Sistemi cognitivi complessi e psicoterapia, Carocci Editore. Roma

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