“Hai il diritto di..” – Il Codice dei Diritti Assertivi.

Ho ribadito più volte l’ importanza di imparare ad essere assertivi.
Sebbene infatti spesso non sia comprensibile nell’ immediato quanto la difficoltà di esprimere i propri bisogni e desideri in maniera adeguata possa avere ripercussioni anche piuttosto forti sulla propria salute psicologica (nonchè fisica!), nei fatti la qualità della vita varia molto tra coloro che sanno esprimersi e coloro che tentennano nel farlo.
Per acquisire questa importante competenza, risulta fondamentale rimuovere false credenze, ristrutturare alcune convinzioni e correggere certe errate informazioni che vengono date per “buone” guidando il comportamento in una direzione che può essere, in realtà, distorta.
Ecco perché risulta importante conoscere quello che viene definito come “Codice dei Diritti Assertivi”, una specie di regolamento, caratterizzato da serie di imperativi tesi a focalizzare l’ attenzione sul proprio essere, chiarendo quelli che sono i diritti di ognuno che, troppo spesso, vengono  lasciati in disparte, per soddisfare le esigenze altrui o, al contrario, usati in maniera esclusiva, non tenendo conto degli altri.

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“IL CODICE DEI DIRITTI ASSERTIVI”

1. IL GIUDICE SUPREMO DEL TUO COMPORTAMENTO SEI TU STESSO
2. HAI IL DIRITTO DI NON DARE SPIEGAZIONI E SCUSE PER IL TUO COMPORTAMENTO
3. HAI IL DIRITTO DI GIUDICARE SE TOCCA A TE TROVARE LA SOLUZIONE PER I PROBLEMI DEGLI ALTRI
4. HAI IL DIRITTO DI CAMBIARE OPINIONE
5. HAI IL DIRITTO DI FARE SBAGLI
6. HAI IL DIRITTO DI DIRE “NON SO”
7. HAI IL DIRITTO DI PRESCINDERE DAL BENVOLERE DEGLI ALTRI, QUANDO HAI A CHE FARE CON LORO
8. HAI IL DIRITTO DI PRENDERE DECISIONI ILLOGICHE
9. HAI IL DIRITTO DI DIRE “NON CAPISCO”
10. HAI IL DIRITTO DI DIRE “NON MI RIGUARDA”
11. HAI IL DIRITTO DI DIRE “NO” SENZA SENTIRTI IN COLPA

Concentrarsi su questi principi, permette di acquisire una maggiore consapevolezza circa quelli che sono i confini tra sé e gli altri, limitando sentimenti comuni quali senso di colpa, timore di esprimersi e di essere giudicati e raggiungendo un maggiore livello di libertà e sicurezza personale, nel rispetto degli altri.

Riferimento Bibliografico:

  • Alberti L., Dinetto A., Manuale di addestramento affermativo, Bulzoni Ed., Roma, 1988
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Se ti innamori sempre di “Peter Pan”, forse soffri della “Sindrome di Wendy”.

“Wendy balza giù dal letto per correre a stringere tra le braccia Peter, ma lui si scosta; pur senza saperne la ragione, lui sa che deve scostarsi.”

Si parla di Sindrome di Peter Pan per riferirsi a quella tendenza presente negli uomini che, al pari del famoso personaggio di James M. Barrie si mostrano restii a crescere ed assumersi le proprie responsabilità. Proprio per la diffusione di questo fenomeno, che riguarda ormai un numero piuttosto notevole di uomini, negli ultimi anni si è assistito ad un crescente interesse rispetto al profilo psicologico del moderno Peter Pan.
La stessa enfasi, però, non sempre viene posta su tutte quelle donne “Wendy” che si innamorano di “Peter” immaturi e infantili finendo molto spesso “intrappolate” in una relazione squilibrata che non può che generare, a lungo andare, sofferenza.
Le donne Wendy possiedono caratteristiche generalmente opposte a quelle degli uomini Peter ma, nonostante questo, tale incastro che a colpo d’ occhio potrebbe sembrare complementare, risulta essere in realtà tossico in quanto totalmente sproporzionato. Cerchiamo di capire come.

                                                     Chi è Wendi?

Wendy è una bambina di circa dieci anni totalmente dedita e prodiga agli altri con un senso di responsabilità che, se sebbene possa sembrare un pregio, può non esserlo per una bimba così piccola che prova piacere, piuttosto che a giocare e divertirsi con gli altri ragazzini della sua età, a cucinare, cucire, accudire gli altri anziché mettere i propri bisogni al primo posto. La sua coscienziosità e serietà sono talmente forti ed il suo bisogno di accudire, proteggere e compiacere gli altri così intenso da comportarsi nei confronti del suo partner, come una mamma piuttosto che come una fidanzata.wendy3
Ed è così che le donne Wendy, sebbene siano ormai adulte, perpetuano questa loro tendenza con i propri uomini, proteggendoli dai loro conflitti interiori e cedendo a tutti i loro capricci con un atteggiamento di comprensione e accoglimento materno che le allontana, seppur inconsapevolmente, dal ruolo di fidanzate rendendole più “crocerossine” che compagne. Succede quindi che, nella convinzione che in quell’ “uomo/bambino” ci sia un partner potenzialmente meraviglioso, tutto quello che una donna Wendy può fare per non essere respinta è, nella sua mente, quella di esser sempre presente e impeccabile, paziente e premurosa, tollerando ogni strumentalizzazione infantile del proprio partner e sentendosi, anzi, rassicurata dal fatto che lui dipenda da lei.

Cosa si nasconde dietro al comportamento di Wendy?

Il bisogno di prendersi cura e sentirsi quindi indispensabile per gli altri corrisponde ad un bisogno di affetto: rendendosi amabile Wendy pensa di ridurre le probabilità di venire abbandonata dal partner, evenienza che la terrorizza in quanto la metterebbe strettamente in contatto con tutte le sue insicurezze e vulnerabilità più profonde.wendy
Ogni volta che accudisce qualcuno, la donna Wendy sta cercando di curare una ferita interiore di non accettazione, di vuoto interiore e di bassa autostima derivanti, con buone probabilità, dall’ attaccamento genitoriale.
Può darsi che la piccola Wendy sia stata abituata a credere che l’ amore debba essere conquistato e condizionato da comportamenti e gesti riempitivi e l’ idea quindi di essere semplicemente amata “senza riserve” non è contemplata nella sua mente bisognosa di continue conferme.

 Trasformarsi in Campanellino

Oltre alle donne Wendy, anche le donne “Campanellino” sono attratte dagli uomini Peter Pan ma, a differenza delle prime, ricercano dal partner spontaneità e crescita reciproca all’ interno di un rapporto ed è per questo che quando tali aspetti vengono meno la donna Campanellino, con un battito d’ ali, vola via..wendy2
L’ uomo Peter Pan intrappolato nell’ Isola-che-non-c’è sceglie generalmente una Wendy, incapace com’ è di fare a meno delle sue coccole e della sua comprensione e sarà proprio lei, col suo comportamento accondiscendente, a tenerlo al riparo dalla sua immaturità.
Quando però, lo stesso Peter Pan farà ritorno all’ Isola-che-non-c’è, è molto probabile che si metterà in cerca di una Campanellino con cui trascorrere la vita. A quel punto, infatti, ciò di cui Peter avrà bisogno sarà un amore maturo e adulto e sarà proprio questo tipo di donna ad attivare tutti quei “muscoli emotivi” che lui non sapeva neanche di avere.
In maniera analoga, se Wendy imparasse a sfruttare la carica grande di energia che giace dentro di sé ed iniziasse a dedicare a se stessa anziché agli altri le sue infinite risorse, potrebbe diventare una Campanellino che, stanca di fare da madre al suo uomo e desiderosa di essere un’ amante ad ogni effetto, potrebbe abbandonare quel partner che non la soddisfa andando alla ricerca di ciò di cui ha bisogno: un uomo vero che la ami incondizionatamente.

Riferimenti Bibliografici:

-Barrie, J. M. (1992), Peter Pan, il bambino che non voleva crescere. Universale Economica Feltrinelli (2008)
– Kiley, D. (1985), Gli uomini che hanno paura di crescere. Rizzoli Editore.

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– PROMOZIONE ESTIVA –

IL BENESSERE PSICOLOGICO NON VA IN VACANZA!

5 euro di sconto su ogni seduta dal 21 Giugno al 30 Agosto 2016

Psicologia Estate

D’ estate si tende ad allentare con i ritmi quotidiani ed a rompere le routine, posticipando la ripresa di un’ attività o l’ inizio di qualcosa di nuovo ai mesi autunnali.
Ogni momento, però, è quello giusto per iniziare a prendersi cura del proprio benessere psicologico, dare un senso ad un  sintomo o affrontare una problematica persistente.
Per questo, dal 21 Giugno al 30 Agosto è attiva, per chi ne fa richiesta, la Promozione Estiva “Il Benessere Psicologico non va in vacanza”, che consiste nella riduzione di 5 euro sul prezzo totale di ogni seduta (fino al 30 Agosto) per chiunque decida di inziare un percorso terapeutico nei mesi estivi.

È possibile richiedere un appuntamento telefonando al 339.6034157 o scrivendo una mail all’ indirizzo: doc.ilariavisconti@gmail.com

“L’estate ammorbidisce le linee che il crudele inverno mostrava”
                                                                                                  John Geddes

 

 

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Trasforma la realtà con il pensiero: la “Profezia che si Autoavvera”.

Qual è la percezione che hai di te stesso e delle tue capacità?
Focalizzàti come siamo nel dare peso a ciò che gli altri dicono o pensano di noi, può succedere che ci sfugga di tener conto del parere più importante di tutti: il nostro. Eppure l’ immagine che ognuno ha di se stesso e delle proprie capacità è in grado di modificare gli eventi quotidiani, in modo positivo o, al contrario, negativo.
Ciò non avviene peProfeziachesiautoavverar magia o per merito di energie cosmiche, ma grazie (o a causa) di un processo psicologico noto come “Profezia che si autoavvera”.
Come già detto più volte ognuno costruisce la propria realtà tramite schemi acquisiti dall’ esperienza e su questa base seleziona e classifica le informazioni esterne che tendono a mantenersi, dando così un significato ben preciso sia a se stesso che al mondo che lo circonda….e a comportarsi di conseguenza..!
La “profezia che si autoavvera”, introdotta dal sociologo Merton, prende spunto da un famoso teorema di Thomas secondo il quale Se gli uomini definiscono certe situazioni come reali, esse sono reali nelle loro conseguenze.

Ma come è possibile che ciò avvenga..?

L’ opinione che abbiamo di noi stessi e la modalità con cui leggiamo il comportamento altrui influenza in modo impareggiabile il nostro modo di porci.
Se per un qualsiasi motivo supponiamo di non piacere alla persona che abbiamo di fronte, con buone probabilità tenderemo ad avere un atteggiamento ostile, sospettoso e di chiusura che, sebbene messo in atto per tutelarci, non farà altro che incoraggiare negli altri quell’ esclusione tanto temuta, confermando effettivamente il timore di fondo, in questo caso di non essere apprezzati da quella persona, lasciandoci incastrati in una trappola mentale.
Se, al contrario, il pensiero è aperto e ben predisposto verso l’ esterno, permette di avere un’ opinione di se stessi positiva, di persone ben accolte nei contesti sociali e apprezzate dagli altri; allo stesso modo un atteggiamento sorridente e disponibile fungerà da calamita e stimolerà simpatia nei nostri confronti.
In entrambi i casi la “profezia” si è avverata, e ciò è dipeso solo ed esclusivamente da noi stessi e dal nostro modo di interpretare il mondo.
Questa predizione non riguarda solo le relazioni sociali, ma si estende ad ogni contesto di vita.
In ambito affettivo, ad esempio, la situazione classica in cui si verifica tale meccanismo è quella relativa all’ infedeltà: molto più spesso di quanto si pensi, infatti, un partner eccessivamente geloso, che cerca continuamente indizi circa l’ adulterio dell’ altro, diventa talmente morboso, possessivo e ossessionato dal timore di essere tradito da spingere il coniuge a cercare serenità altrove, tradendolo realmente.
La stessa dinamica si applica al lavoro o allo studio, ogni volta che ci si convince di non poter raggiungere un traguardo, di non aver abbastanza tempo per consegnare un elaborato, di non potersi classificare in una graduatoria..stiamo gettando le basi per far sì che la profezia tanto temuta si avveri..!

Come sfruttare la “Profezia che si Autoavvera” a nostro vantaggio”..?

Appare subito evidente quanto le nostre convinzioni abbiano una grande responsabilità nel costruire e modificare la realtà, quindi tanto vale farne un punto di forza.

La prima cosa da fare è quella di prendere consapevolezza circa le convinzioni prevalenti nei vari ambiti di vita. Come mi sento nei contesti sociali? Quali opinioni penso che gli altri abbiano di me? Come valuto le mie doti lavorative? Mi fido del mio partner? Come trovo il mio aspetto fisico?


Convertire ogni risposta negativa in positiva. Ad esempio: “Nei contesti sociali provo disagio” inNei contesti sociali sono perfettamente a mio agio; “Penso che gli altri mi trovino insicuro e noioso” in Gli altri pensano che io sia divertente e solare; “Lavorativamente parlando non sono particolarmente capace, quindi non riceverò alcuna promozione” in “Sono una persona seria, capace ed affidabile sul lavoro, pertanto merito quella promozione e così via..

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Passare dal pensiero all’ azione iniziando a comportarsi effettivamente come se si fossero già assimilate le caratteristiche della persona che si vuole diventare.
Se voglio risultare simpatico agli altri, una buona idea è quella di sorridere di più, per esempio.

 Attribuirsi la responsabilità delle proprie azioni e sposare la convinzione di avere un ruolo attivo nel costruire la propria vita è un presupposto vincente, sebbene molto spesso svalutato o non considerato, per affrontare la quotidianità in maniera più serena e mettersi in discussione, al fine di diventare ciò che vorremmo essere.
Tramutare la realtà attraverso il pensiero, non significa fare un rituale magico, vuol dire piuttosto diventare coscienti del fatto che la bacchetta magica..siamo noi stessi..! 😉

Riferimento Bibliografico:
-Merton R. K. (1968). Teoria e struttura sociale. Bologna, Il Mulino.

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Riduci l’ ansia smantellando 4 falsi miti!

Riuscire a dire ciò che si prova, comunicare bisogni o palesare pensieri è tutt’ altro che semplice, soprattutto perché tali azioni sono molto spesso associate a sentimenti di ansia.
La motivazione principale alla base della mancanza di assertività, pare essere quella legata ad una scarsa autostima, che porta ad assumere un atteggiamento inibitorio, reprimendo i propri desideri, o, al contrario, imponendosi agli altri in maniera violenta, non riconoscendone i valori e le necessità.
assertività3Entrambe le modalità risultano essere disadattive e generano frustrazione, insicurezza, senso di colpa, isolamento ed ansia che, a lungo andare, rischiano di minare ulteriormente la stima in se stessi e generano risentimenti e nervosismo che sfociano spesso in somatizzazioni di ogni tipo.
Oltre al senso di valore personale, però, tra le ragioni che rendono difficile comunicare in maniera assertiva, assumono un ruolo molto importante i fattori culturali.
Può infatti avvenire che, nel corso del tempo, vengano trasmessi valori e ideali che, sebbene funzionali e coerenti in contesti passati, risultino inadeguati in quelli attuali ed essendo mantenuti all’ interno di un contesto sociale modificato generano incongruenze sia a livello ideologico che morale. E proprio per adeguarsi a questi modelli ormai superati, alcune persone tendono a modificare o addirittura rinnegare l’ espressione di sé, andando incontro a conflitti interiori e ansia.
A tal proposito Ellis ha individuato quattro opinioni errate, rinominate “miti”, che hanno una grande influenza nel generare comportamenti anassertivi.

Vediamo quale ti appartiene, in che modo devia il tuo pensiero..e come puoi affrontarlo!

1. Mito della modestia: La cultura Occidentale tende a trasmettere l’ idea che la modestia sia una virtù e ciò rende spesso molto difficile vivere e accettare in modo sereno i propri meriti e pregi e rende incapaci di rispondere ai complimenti o a parlare positivamente di sé. Al contrario, ciò favorisce lo svilupparsi di un’ immagine negativa di se stessi che, da una parte, nega ogni lode, dall’ altra giustifica le critiche nei propri confronti.
Il concentrarsi dell’ individuo sugli aspetti peggiori della propria personalità, può innescare sentimenti d’ ansia e depressione rendendo l’ adesione a questo valore estremamente controproducente.

Soluzione: Bisogna imparare a riconoscere e valorizzare le proprie qualità, a parlare di sé e dei propri aspetti positivi agli altri. Per iniziare, ogni volta che ci viene rivolto un complimento, anziché minimizzarlo, può essere una buona idea sorridere e rispondere “Grazie”, in questo modo, infatti, accettiamo una lusinga e la interiorizziamo, valorizzando noi stessi.

2. Mito del vero amico: L’ amicizia è un valore molto rilevante nella nostra cultura, tanto che spesso ci si aspetta che l’ altro sia in grado di anticipare e comprendere i nostri pensieri, desideri e aspettative, senza che ci sia bisogno di esprimerlo. E quando ciò non avviene si sviluppa spesso la convinzione che la gente si approfitti di noi o che non ci dia, comunque, la giusta considerazione reagendo con atteggiamenti di chiusura (tipici del passivo) o, al contrario, con atteggiamenti di difensiva (tipici dell’ aggressivo).

Soluzione: Per quanto un legame possa essere stretto, basato su conoscenza e affetto reciproco, nessuno al mondo, possiede la capacità di conoscere i nostri pensieri, a meno che non siamo noi a comunicarglieli. Inoltre, non meno importante, bisogna anche tener conto del fatto che ognuno di noi fa riferimento ad una  “gerarchia di valori” che non è valida per tutti allo stesso modo e, di conseguenza, ciò che per noi è molto importante non lo è per chi ci sta di fronte. Per questi motivi, per evitare inutili incomprensioni, fraintendimenti e delusioni, l’ unica soluzione è quella di esprimere sempre ciò che ci aspettiamo dall’ altro e ciò di cui avremmo bisogno.

3. Il mito dell’ ansia: Nella nostra società prevale ancora oggi la convinzione per cui le persone sicure di sé e “tutte d’ un pezzo”per poter contare sulla piena padronanza di loro stesse, non possono mostrarsi mai in ansia in quanto questo trasmetterebbe agli altri un’ immagine di persona debole e vulnerabile che non è accettabile.assertività2
Si tratta ovviamente di un mito.
Ansia non è sinonimo di fragilità, anzi esprime uno stato di attivazione che, fino a certi livelli, è fisiologico ed ha persino un valore adattivo in quanto migliora la performance. Diventa invece disadattiva quando è in eccesso e ciò succede ad ogni tentativo di sfuggire a questa sensazione, nascondendola agli altri.

Soluzione: Sebbene possa sembrare paradossale, esprimere apertamente agli altri la propria tensione, anziché sforzarsi di reprimerla, è un’ ottima strategia per ridurla e ciò permette di esprimere in modo tranquillo le emozioni, pensieri e sentimenti.

4. Mito dell’ obbligo: È forse il mito più diffuso che, per certi aspetti, è antagonista al “Mito del vero amico”.
Il mito dell’ obbligo consiste nella tendenza a sentirsi, da un lato, incapaci di rifiutare un piacere ad un amico e, dall’ altro, a vivere ogni richiesta propria come un’ imposizione fatta agli altri.
Se nel primo caso, quindi, si agisce perché ci si sente obbligati a farlo, nell’ altro non si agisce in quanto non si vuole obbligare gli altri a fare qualcosa per noi stessi. Ne consegue che chi aderisce a questo mito tende a proiettare la responsabilità della frustrazione che prova sugli altri, portandolo a concludere di essere incompreso e non considerato, provando sfiducia, isolamento e diffidenza nei confronti degli altri.

Soluzione: Un buon compromesso è quello di accondiscendere alle richieste altrui solo quando siano compatibili con i propri impegni o bisogni e concedersi, al tempo stesso, la libertà di avanzare, senza farsi prendere dai sensi di colpa, richieste agli amici; un rapporto interpersonale soddisfacente si basa sul dare e ricevere, mettendo al primo posto le proprie esigenze.

assertivitàOgnuno di questi miti racchiude dentro di sé una serie di idee preconcette e stereotipate che influenzano moltissimo la messa in atto di comportamenti disfunzionali; pertanto riconoscere queste false credenze è il primo passo fondamentale per correggere tali informazioni errate che, in maniera più o meno diretta, minano la serena gestione delle relazioni nella loro quotidianità.

Riferimento Bibliografico:
-Alberti L., Dinetto A., Manuale di addestramento affermativo, Bulzoni Ed., Roma, 1988

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Come vivi le relazioni? Dipende dal tuo modello di attaccamento..

Ognuno di noi, fin da piccolo, stabilisce un rapporto significativo con una figura d’ attaccamento, solitamente la madre, sulla base del quale si strutturano la personalità e le relazioni affettive future. partner1
È proprio attraverso queste esperienze precoci che il bambino costruisce una rappresentazione interna di se stesso e dell’ altro grazie alla quale impara ad interpretare le informazioni provenienti dal mondo esterno e sviluppa una specie di “copione” circa le sue modalità relazionali.
Gli schemi emotivi e comportamentali dell’ attaccamento hanno un valore adattivo in quanto si sono sviluppati nel tempo per garantire la sopravvivenza della specie. I due poli di questo processo sono la vicinanza fisica e l’ esplorazione dell’ ambiente: quando il piccolo percepisce un pericolo attiva tutta una serie di comportamenti (per esempio piangere o urlare) che producono la vicinanza della figura d’ attaccamento, mettendolo in salvo, rassicurandolo; qualora essa sia assente o se il bambino la percepisce tale, svilupperà “ansia da separazione”.
Un famoso esperimento compiuto da Mary Ainsworth e noto come Strange Situation (caratterizzato appunto dall’ allontanamento e riavvicinamento della madre alternato alla relazione del bimbo con un estraneo) ha permesso di individuare tre fondamentali stili di attaccamento che, come detto, caratterizzano la prima relazione della vita, strutturano la personalità e influenzano le modalità relazionali future.

Vediamo quali sono e in che modo influenzano le relazioni.

L’ attaccamento sicuro si sviluppa in tutti i bambini che hanno avuto una madre sensibile ai loro bisogni, pronta a correre in aiuto qualora ne abbiano fatto richiesta.
La mamma di un bimbo sicuro non ha mai impedito o limitato l’ esplorazione dell’ ambiente circostante trasmettendo al figlio la certezza della sua disponibilità, anche quando non può essere fisicamente presente.
Il bimbo comprende di poter contare su di lei perché è in grado di consolarlo e proteggerlo ogni  volta ne abbia bisogno e ciò gli permette di costruirsi un’ immagine di Sé come persona amabile, degna di essere confortata e apprezzata ed una rappresentazione interna degli altri come affidabili, presenti e pronti ad aiutarlo nel momento del bisogno.

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Proprio questa sicurezza acquisita nel periodo dell’ infanzia lo porta, da adulto, ad avere un ruolo attivo nella scelta del partner, selezionando solo coloro che sono in grado di amarlo davvero e tenendo lontane tutte quelle persone che possono frustrarlo nella sua certezza di essere amato e accettato.
Un adulto con attaccamento sicuro tende a scegliere partners “validi” e difficilmente incappa in relazioni “tossiche”, essendo alla ricerca di fiducia e accettazione dell’ altro; quando ciò avviene, tende a chiuderle in tempi rapidi e senza troppa sofferenza in quanto non gratificato da una relazione non in linea con le sue aspettative.

L’ attaccamento (insicuro) evitante è presente nei bambini che, anziché essere accolti nella normale richiesta di affetto e attenzione, durante l’ infanzia hanno sperimentato rifiuto. Le madri che incoraggiano tale modalità di attaccamento, tendono ad essere piuttosto insensibili ai segnali emessi dal figlio ed a scoraggiare o addirittura rifiutare il contatto fisico quando il bambino richiede protezione, favorendo in lui sentimenti di ansia e paura.
La percezione del bambino sarà quella di essere solo al mondo e non tutelato e, di conseguenza, l’ adulto che si sviluppa a partire da questa esperienza si costruisce una rappresentazione di Sé come persona non accettata e indegna, traendone la conclusione di non essere meritevole d’ amore. Dal suo punto di vista gli altri sono considerati persone ostili, non presenti, da cui non aspettarsi niente se non delusione e esclusione.
Da queste basi si genera, solitamente, la convinzione di potersi fidare solo di se stessi e delle proprie risorse (percepite comunque limitate data la scarsa autostima), pertanto chiedere aiuto nei momenti di difficoltà risulta del tutto superfluo.partener3
Evitare di esporre le proprie emozioni o controllarle nella loro espressione diventa la strategia privilegiata da chi ha sviluppato un attaccamento evitante; impedire agli altri di conoscere il proprio mondo emotivo permette infatti di evitare l’ esposizione ad eventuali rifiuti che verrebbero vissuti come conferme alla convinzione di non avere alcun valore. A livello di legame affettivo tale atteggiamento è tipico in coloro che vivono svariate relazioni senza concedersi mai all’ altro ad un livello intimo e profondo e stabilendo soltanto rapporti superficiali e privi di valore emotivo, anche a lungo termine.

L’ attaccamento (insicuro) ambivalente si sviluppa nei bambini che hanno la percezione di avere una madre imprevedibile in quanto, in seguito alle normali richieste di affetto e accudimento, ha reagito talvolta accorrendo ai segnali di paura del figlio, consolandolo, altre volte, mostrandosi indifferente a tali richieste. La difficoltà che i bambini con attaccamento ambivalente tendono a sviluppare, è quella di essere incapaci di regolare le loro emozioni mostrando, a loro volta, scarsa chiarezza nell’ esprimere i propri sentimenti.
partner4La percezione di Sé che si sviluppa a partire da tali modalità relazionali è quella di persona vulnerabile che non ricerca mai aiuto dagli altri in quanto considerati inaffidabili e incostanti. Un adulto che ha vissuto questo tipo di esperienza, da grande, andando alla continua ricerca di conferme al proprio valore, tende a mettere in atto una serie di strategie tese ad ottenere un controllo sugli altri allo scopo di renderli maggiormente prevedibili. Nelle relazioni, pertanto, la tendenza è quella di esprimere in maniera esagerata i propri sentimenti con emozioni intense ed esplosive (come ad esempio gelosia e possessività), costringendo, in modi più o meno impliciti, la persona amata ad essere sempre e ininterrottamente presente e prodiga di attenzioni che, però, non sono mai abbastanza.

Emerge chiaramente come la modalità con cui si sviluppa il legame di attaccamento sia uno dei fattori che assume un ruolo importante nello sviluppo della personalità dell’ individuo, plasmando il suo modo di relazionarsi agli altri e al mondo.
Sebbene tali esperienze affettive precoci tendano a mantenersi piuttosto stabili nel tempo, non si può non tenere conto del fatto che lo stesso legame di attaccamento è legato anche ad aspetti cognitivi che portano gli individui a interiorizzare certi “schemi”, riproponendoli poi nel tempo. Di conseguenza, conoscere e comprendere le dinamiche del proprio stile di attaccamento, permette di modificare certe esperienze precoci “distorte” e di dare nuovi significati alle proprie emozioni.

Riferimento Bibliografico:
– Fonzi, A. (2001). “Manuale di psicologia dello Sviluppo”, Giunti Editore.

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Amore dopo Amore

Tempo verràamarsi
in cui, con esultanza,
saluterai te stesso arrivato
alla tua porta, nel tuo proprio specchio,
e ognuno sorriderà al benvenuto dell’altro
e dirà: Siedi qui. Mangia.
Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io.
Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
a se stesso, allo straniero che ti ha amato
per tutta la tua vita, che hai ignorato
per un altro e che ti sa a memoria.
Dallo scaffale tira giù le lettere d’amore,
le fotografie, le note disperate,
sbuccia via dallo specchio la tua immagine.
Siediti. È festa: la tua vita è in tavola.

Derek Walcott

*****

Per accettare se stessi è necessario compiere un percorso dentro di sè, alla scoperta di sè.
È necessario spogliarsi delle proprie paure, osservare le proprie ombre allo specchio e anche, perchè no, non riconoscersi nell’ immagine che si vede riflessa.
Soltanto mettendosi in discussione e prendendo coscienza dei propri limiti è possibile scoprire le proprie “parti oscure” e integrarle all’ immagine di sè, arrivando ad un’ accettazione completa e consapevole di ciò che siamo..iniziando, finalmente, ad essere felici.

 

 

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4 convinzioni errate che ti rendono prigioniero di te stesso.

Oggi vorrei proporre una riflessione…

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Spesso, ammettere che la gran parte delle cose dipenda da noi stessi, spaventa più che pensare che non possiamo fare niente per cambiare le cose.
E allora, anzichè assumersi la responsabilità dei propri bisogni, desideri, delle proprie scelte e decisioni, tendiamo a pensare che queste dipendano da qualcos’ altro diverso da noi..che si tratti di altre persone, di entità o di destino.
Ciò riesce indubbiamente ad “alleggerire” il carico interiore, allontanando la responsabilità di ciò che avviene, ma contribuisce alla costruzione di una gabbia dalla quale, col tempo, diventa difficile liberarsi.
Non bisogna mai dimenticare che la gran parte delle cose avviene grazie a noi stessi e smetterla di raccontarsi bugie è il primo passo per sentirsi liberi.

Ecco 4 convinzioni frequenti ma errate che impediscono di prendere in mano le redini della propria vita.

“IO DEVO”: è ovvio che all’ interno dei contesti e microcontesti sociali in cui quotidianamente si vive, ognuno abbia dei doveri da rispettare.
Frequentemente però il giudice interno può essere talmente rigido e severo da impedire di considerare le alternative alle situazioni “doverose”.
Sei sicuro, per esempio, di dover necessariamente pulire casa dopo una durissima giornata di lavoro..? Davvero non puoi farlo domani? Devi proprio accollarti ogni impegno lavorativo? Sei certo di non poter chiedere a qualcun altro..?
Ogni volta che dici a te stesso “devo farlo”, prendi coscienza del fatto che, in realtà, fare ciò che fai è una scelta soltanto tua e quindi di qualunque cosa si tratti la fai perché vuoi, non perché devi. Se non è così..impara a delegare.

“NON POSSO”: Un proverbio africano che trovo molto carino (e ovviamente veritiero!) cita: “Se una cosa la vuoi, una strada la trovi. Se una cosa non la vuoi, una scusa la trovi”.
È esattamente così. Ogni volta che diciamo agli altri o a noi stessi di “non poter” far qualcosa..in realtà non lo vogliamo davvero, altrimenti, nonostante le indubbie difficoltà, il modo di fare ciò che si desidera, si trova sempre.
Così come non siamo obbligati a DOVERE fare qualcosa, abbiamo la libertà di scegliere cosa POTER fare.

“MI CAPITA”: In generale ogni meccanismo ricorrente dipende da noi stessi. Se tutte le persone pensano una determinata cosa riguardo a noi, o tendono ad adottare uno stesso comportamento nei nostri confronti, per quanto sia faticoso da accettare, è estremamente probabile che siamo noi stessi ad alimentare queste convinzioni e azioni negli altri.
E se questo capita di frequente e noi non facciamo nulla per impedirlo, significa che lasciamo che ciò avvenga. Porsi delle domande, mettersi in discussione, cercare di capire per cambiare è il primo passo per fare in modo che certe cose sgradevoli non accadano più.

“HO PAURA”: Quando abbiamo paura, siamo talmente concentrati su ciò che blocca, toglie il respiro e paralizza che difficilmente siamo in grado di comprendere che proprio dietro a quel timore si nasconda, inconsciamente, un forte desiderio.
Impariamo a farla parlare quella paura e, anziché farci togliere il respiro da lei, permettiamole di esprimersi e di dirci di cosa abbiamo bisogno.

Prendere decisioni, presuppone delle perdite e questo è ciò che più spaventa, ma vale la pena attraversare la paura piuttosto che rischiare di rimanere schiavi delle proprie “non scelte”..

 

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“Ho paura di ammalarmi, di morire, di amare, di soffrire..perchè ho paura di tutto?” – La personalità fobica.

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La paura è un’ emozione che, attivando uno stato di allerta, è in grado di ridurre i rischi di pericolo ed è, pertanto, protettiva..nelle giuste dosi!
Quando però diventa la modalità principale con cui ci si relaziona alle persone e agli eventi, assume un’ accezione totalmente diversa in quanto, facendo sperimentare il mondo come pericoloso, impedisce alla persona di viverlo serenamente, generando ansie, ipocondrie e fobie.
È importante comprendere che la realtà circostante non viene vissuta e interpretata da tutti allo stesso modo, al contrario ognuno elabora e dà un senso al mondo esterno e alle situazioni che lo caratterizzano sulla base della propria capacità di organizzare le informazioni che possiede. Ciò spiega in parte perché, di fronte ad una situazione analoga, la lettura che le persone ne fanno è spesso diversa come, di conseguenza, è diverso il modo di rapportarsi ad essa e fronteggiarla.
Questa lettura del mondo si definisce già a partire dai primi anni di vita, sulla base di tutti quei messaggi e atteggiamenti che i genitori mostrano al figlio di fronte alle situazioni quotidiane.
fobie 2L’ adulto fobico è stato, con buone probabilità, un bambino che ha avuto genitori che, anziché rassicurarlo rispetto alle naturali paure infantili hanno fatto intendere al piccolo che aprirsi al mondo allontanandosi dalle fonti protettive può essere molto pericoloso.
Non avendo superato tali paure naturali (naturali perché hanno una funzionalità adattiva come, ad esempio, la paura dell’ estraneo) la tendenza che si attiva già dalla tenera età è quella di essere particolarmente sensibile agli eventi pericolosi e ai messaggi allarmistici, alimentati dal genitore che, con un atteggiamento generalmente iperprotettivo ed ipercontrollante, trasmette preoccupazione e apprensione rispetto a situazioni vissute come estranee ed imprevedibili.
Il bambino inizia così a strutturare un’ immagine di sé come persona debole e vulnerabile, sia da un punto di vista fisico che psicologico che lo spinge, talvolta, a mettere in atto comportamenti “manipolatori” per cercare di controllare gli eventi, al fine di limitarne la dannosità.
Ed è così che col trascorrere del tempo quello che ormai è diventato un adolescente, ha interiorizzato e quindi fatte proprie le modalità controllanti tipiche dei genitori. Spesso può apparire agli occhi degli altri come una persona estroversa e sicura di sé, in realtà lo è nella misura in cui riesce ad essere un leader e a mettersi quindi nella condizione di poter scegliere persone e situazioni rassicuranti, in quanto l’ idea di potersi trovare in circostante potenzialmente sconosciute o in compagnia di persone pericolose genera un’ ansia eccessiva.
fobiaQuesta importante necessità di controllo, si ritrova anche all’ interno delle relazioni amorose nelle quali la paura delle critiche, di palesare le proprie debolezze e, in generale, di provare un eccessivo coinvolgimento (che viene associato a perdita di controllo) porta la persona coinvolta ad avere un atteggiamento da “Don Giovanni” (o, se preferiamo, da “Peter Pan”). Nel momento in cui la relazione viene vissuta come costrittiva o si ha il timore di venire abbandonati sceglie infatti di terminare il rapporto assicurandosi però, al momento del distacco, di avere “le spalle coperte” da altre relazioni tese a sostituire le precedenti perché l’ idea di rimanere solo lo rende eccessivamente vulnerabile e quindi spaventato.
L’ organizzazione fobica è tipica quindi delle personalità caratterizzata da ansia. Che si tratti di un’ ansia generalizzata, di attacchi di panico, di fobie specifiche o ipocondrie, alla base, di solito, c’è la percezione di un mondo vissuto come pericoloso dal quale difendersi per non esserne minacciati e feriti.
La persona con tendenze fobiche vive serenamente fino a quando riesce ad ottenere contemporaneamente la protezione totale da parte di persone sicure e la libertà di evitare certi doveri costrittivi che “tolgono il respiro” riuscendo, in questo modo, ad esplorare situazioni nuove rimanendo all’ interno di un contesto “protetto”. Il sintomo tende a presentarsi nel momento in cui si teme un possibile abbandono da parte delle persone percepite come “base sicura” ed infatti le situazioni in cui la personalità fobica si sente mancare il terreno sotto i piedi sono quelle che prevedono cambiamenti e modificazioni di vita imminenti, quali separazioni, perdita del lavoro o lutti, per esempio.
In queste circostanze (ma non solo), rivolgersi ad un professionista potrebbe essere di grande aiuto per conoscere le dinamiche tipiche della propria personalità, al fine di poterne diventare consapevole e quindi modificarle per crearne di più adattive.

Riferimenti Bibliografici:
– Reda, M.A. (1986), Sistemi cognitivi complessi e psicoterapia, Carocci Editore. Roma

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