Perchè non tutte le persone gestiscono lo stress allo stesso modo?

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Lo stress è una reazione piuttosto familiare che riguarda tutti in quanto ognuno di noi, quotidianamente, ne fa esperienza.
Nonostante abbia un valore adattivo (per approfondire clicca qui) la percezione che ognuno ne fa nel momento in cui lo vive è generalmente sgradevole anche perché, quando persiste a lungo, può determinare una serie di tensioni e fastidi fino a trasformarsi in ansia vera e propria.
Sebbene esistano diversi fattori ambientali che possono determinare l’ insorgenza dello stress e che possono variare in base al livello di gravità (dalla morte di una persona cara alle seccature quotidiane) stabilire che cosa si caratterizza come un fattore stressante risulta più complesso di quanto non sembri.
Pare infatti che oltre a stimoli ritenuti negativi, anche avvenimenti positivi, come ad esempio l’ organizzazione di un matrimonio o la nascita di un figlio, possano generare una tensione ed un logoramento in quanto richiedono un processo di adattamento da parte dell’ individuo.
Inoltre, un altro aspetto fondamentale è relativo al fatto che le persone reagiscono con modalità molto diverse tra loro rispetto alle sfide a cui l’ esistenza le pone di fronte ed è per questo che dinanzi ad uno stesso evento stressante la reazione di due persone può anche essere molto diversa.

Perché l’ impatto di uno stesso evento può essere più o meno stressante a seconda di chi lo vive?

Secondo Lazarus è impossibile definire in maniera obiettiva quali siano gli eventi o situazioni che possano, di per sé, essere definiti stressanti; molto più importante è invece focalizzarsi sugli aspetti cognitivi dello stress. Ciò significa che non è tanto un evento ad essere stressante o meno, quanto la percezione che ognuno ha di poterlo o meno fronteggiare. In poche parole: se mi pongo di fronte ad una situazione avversa fiducioso di poterla destreggiare egregiamente, riuscirò a gestirla in maniera serena e tranquilla, al contrario, se il pensiero predominante è quello di sentirmi inadatto alla situazione, la vivrò con un forte carico emotivo, logorandomi.Stress

Una certa esperienza viene quindi vissuta stressante nel momento in cui la persona avverte un divario tra le richieste poste dalla situazione e le risorse che possiede per poterla affrontare. Solo nel momento in cui  sente di poterla gestire al meglio, lo stress è minimo; quando la sensazione di impotenza di fronte ad un evento dà la sensazione che sia insormontabile origina lo stress.
Ciò dimostra quanto l’ atteggiamento personale sia in grado di fare la differenza nel livello di stress che si sperimenta e questo ha un impatto fondamentale, anche sulla propria salute.

Quindi si può imparare a gestire lo stress?

Fortemente associato al concetto di stress ed alle modalità personali scelte per fronteggiarlo c’è quello di coping che si riferisce proprio alle strategie utilizzate per rapportarsi all’ evento avverso.
Questo processo implica un’ attività cognitiva che, di fronte all’ evento mette in atto una duplice valutazione; in particolare, quando si manifesta un evento stressante, le persone cercano di stabilire il significato e l’ impatto che questo può avere sul proprio benessere, in seguito viene messa in atto una “verifica” sugli effetti delle risposte ottenute sulla base dei cambiamenti messi in atto.
Numerosi studi dimostrano come esistano strategie più o meno adattive, soprattutto  in quanto la scelta dell’ una piuttosto che l’ altra, pare essere in grado di produrre un atteggiamento particolarmente vincente e, di conseguenza, più rilassante.
Se vuoi scoprire quali sono, clicca qui.

Riferimenti Bibliografici:
– Davison C., Neale, J. M. (2000), Psicologia Clinica. Zanichelli Editore Spa. Bologna.
– Zani B., Cicognani E. (2000), Psicologia della salute. Il Mulino, Bologna.

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Prendi le distanze dalle persone maleducate (e conserva la tua energia!) praticando l’ arte della gentilezza.

Viviamo immersi in una vita frenetica. Costantemente di corsa, oberati di impegni, stanchi e con la sensazione di avere sempre i minuti contati e l’ acqua alla gola, il nervosismo e la maleducazione sembrano essere all’ ordine del giorno.
Pare esserci sempre meno tempo per viversi nei panni dell’ altro, per fermarsi ad ascoltare e, soprattutto, per evitare di mettersi sulla difensiva.

maleducazione1Quante volte, nell’ arco di una normalissima giornata, capita di dover discutere per un parcheggio, di innervosirsi durante la fila al supermercato, di suscitare (talvolta senza neanche rendersene conto) l’ ira di qualcuno..?

Dinnanzi alla rabbia, si sa, la reazione più immediata è quella di comportarsi allo stesso modo di chi si ha di fronte, magari impuntandosi su un argomento, alzando la voce più forte e rispondendo male e ciò avviene, a maggior ragione, avviene quando si ha a che fare con persone maleducate. Anche in queste circostanze, infatti, la reazione automatica è quella di replicare in maniera speculare, lasciandosi coinvolgere dall’ ostilità manifestata da chi si ha di fronte, in un crescendo di urla ed espressioni colorite che solitamente  lasciano l’ amaro in bocca.
Quando ci si rapporta ad una persona maleducata è molto probabile che ci stia usando (come magari è abituata a fare quotidianamente) come una specie di capro espiatorio, facendo di noi la sua valvola di sfogo e, ponendosi in una posizione di sfida ed attacco, riuscendo a farci sentire in diritto di reagire in maniera aggressiva facendosi cadere, in un certo senso, nel suo “tranello” e finendo inevitabilmente per rovinarci la giornata.
In realtà, se una persona è maleducata, non è detto che la nostra risposta debba esserlo a sua volta, soprattutto se l’ obiettivo che si vuole raggiungere è quello di preservare la propria serenità. Ogni volta che si permette a qualcuno di generare un nervosismo dentro di noi si sta infatti dando a quella persona la possibilità di avere un potere sulla nostra tranquillità interiore, minandola.

Non si può decidere di non avere a che fare con persone ostili, ma come reagire alla provocazione è una decisione che spetta solo a noi stessi.

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Come imparare ad esprimere gentilezza quando è l’ ultima cosa che si ha voglia di fare?

 Ecco alcuni consigli pratici:

1 ⇒ Non giudicare. Allenati tu per primo a sviluppare empatia.

Se qualcuno si pone in maniera ostile, prova a dirti che forse ha avuto una brutta giornata e che, purtroppo, oggi sei tu a farne le spese, ma senza dimenticare di coltivare sempre un atteggiamento positivo sugli altri, anche quando il loro atteggiamento è fastidioso e maldisposto.
Ciò non cambierà ovviamente le cose ma modifica il tuo modo (sicuramente più sereno) di affrontarle.maleducazione3

2 ⇒ Esercitati ad essere gentile.

A volte l’ atteggiamento degli altri viene percepito come particolarmente indelicato perché siamo noi, per primi, che ci mettiamo sulla difensiva. Sforzati di non avere pregiudizi nei confronti degli altri e di pensare bene anziché male di qualcuno

3 ⇒ Chiedi spiegazioni, tranquillamente.

Hai mai provato, di fronte a qualcuno che sta alzando la voce senza un (apparente o meno) motivo, di chiedere, in massima tranquillità, perché lo sta facendo? Come mai è arrabbiato?
Così facendo, potresti riuscire a spiazzarlo, rompere il muro tra voi e aumentare le probabilità di iniziare una conversazione costruttiva, anziché continuare a perdere tempo..ed energie!

4 ⇒ Sii in grado di capire quando è il momento di lasciar stare.

A volte ci si trova di fronte a persone talmente rigide e ostinate, che mantenere la calma o un livello elevato di conversazione può essere davvero difficile. Sono queste le circostanze in cui la cosa migliore da fare è, dopo aver chiuso cortesemente la conversazione, andare via evitando di cadere nel tranello di discussioni inconcludenti o, peggio ancora, di situazioni aggressive rischiando di finire nei guai.

Riferimenti Bibliografici
– Hasson, G. (2016). Mindfulness, 100 esercizi per una vita più serena. Antonio Vallardi Editore, Milano.

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PROMOZIONE DI NATALE

– Sconto di 10€ per il periodo natalizio –

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Il periodo di Natale rappresenta una fase dell’ anno molto delicata che può nascondere diverse insidie.
Sebbene sia amato ed atteso con entusiasmo da molti, rappresenta per altri un momento forzato, caratterizzato da ansia e malumore che può determinare l’ esordio o l’ accentuazione di sentimenti negativi quali stress e tristezza.

La Dott.ssa Ilaria Visconti offre l’ opportunità di iniziare un percorso terapeutico con prezzo ridotto per la durata del periodo natalizio (da mercoledì 21 dicembre 2016 a Giovedì 5 Gennaio 2017) presso il suo studio di Firenze, zona Coverciano.

È possibile fissare un appuntamento contattandola telefonicamente al 339.6034157 (preferibilmente orario pasti) o tramite mail all’ indirizzo: doc.ilariavisconti@gmail.com

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Sopravvivere al Natale: quando le feste generano ansia e tristezza.

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Al di là del significato canonico legato al Natale in termini spirituali questa festività, considerata forse la più importante dell’ anno nelle culture occidentali, racchiude in sé, ad oggi, una serie di significati e di valori che riguardano e investono tutti indipendentemente dal credo religioso.
L’ atmosfera natalizia incarna una serie di accezioni che rimandano al senso di unità, di calore, di vicinanza, bontà e, a tratti, buonismo che, anche nel caso in cui mal si sposino con la situazione reale, tutti sentono l’ onere di dover adottare rischiando di scontrarsi spesso con sensazioni sgradevoli legate per lo più all’ ansia ed alla depressione.
Lo stress natalizio parte da circa metà novembre, con le prime pubblicità, le canzoncine e le vetrine allestite inizia a farsi strada il pensiero di “cosa regalare e a chi”; a questo si aggiunge l’ ideale di famiglia perfetta che gusta un pranzo perfetto, con i suoi membri perfetti, nella propria casa perfetta e da questo momento in poi, per molti, ciò che dovrebbe essere vissuto con leggerezza e tranquillità d’ animo può trasformarsi in un vero e proprio incubo.Ansia Depressione Natale2.jpg

Nello specifico, la frenesia legata ai regali può generare una serie di angosce collegate per lo più a mancanza di soldi, timore di non fare bella figura, sentirsi in obbligo di fare dei presenti, doversi imbattere in file interminabili e corse dell’ ultimo minuto trasformando anche il tempo libero in qualcosa di impegnativo e simile ad un vero e proprio lavoro.
D’ altra parte, invece, l’ ideale collegato al Natale, di famiglia felice, riunita e sorridente entra spesso in contrasto con la realtà di molte persone che non ha una famiglia “all’ altezza di tali aspettative” e che finiscono inevitabilmente  per sentirsi inadeguate, insoddisfatte e ancora più sole, obbligate a doversi fingere felici perché “È Natale”.
Questi aspetti, che possono sembrare assurdi per tutti coloro che si sentono perfettamente in linea con la magia ed il calore del Natale, possono essere fonte di grande sofferenza e frustrazione per chi vorrebbe invece eliminare questo periodo dal calendario.

Come sopravvivere ai giorni delle festività natalizie?

⇒ Distingui la realtà dalla finzione ⇐ 

Come premesso il Natale è, per molti aspetti ormai, una festa commerciale e pertanto i modelli proposti dai media hanno l’ obiettivo di invogliare all’ acquisto, rimandando l’ idea della famiglia felice che si fa regali costosi in una location eccezionale. Tenere conto di questo aspetto è fondamentale per abbassare le aspettative, tornare con i piedi per terra e realizzare che la perfezione non esiste, né nella propria famiglia, né nelle altre..

⇒ Rompi la tradizione ⇐

Sebbene sia Natale si può decidere di fare qualcosa di diverso dal solito. Si può prediligere una gita fuori porta, una giornata in un centro benessere, un’ attività di volontariato..è un giorno di festa internazionale, ma il modo in cui festeggiarlo puoi sceglierlo tu.

⇒ Non sentirti in obbligo ⇐

Se non senti il bisogno di fare e ricevere regali..evita di farlo. La sensazione di doverlo fare e di sentirsi in dovere di giustificarsi nel caso in cui non se ne abbia intenzione fa parte della smania commerciale al regalo più bello. Via, quindi, ogni senso di colpa: chi ti conosce e ti vuole bene sa come dimostri il tuo affetto in altri modi, tutti i giorni dell’ anno.

 ⇒ Stai con chi ti fa stare bene ⇐

La famiglia non è solo quella “biologica”, ma è fatta anche di persone amiche o conoscenti che hanno il pregio di farti sentire a proprio agio. Se la tua famiglia è lontana (fisicamente o emotivamente) o assente puoi scegliere di passarlo a casa di amici, colleghi, parenti lontani, ciò che conta è che, ovunque tu lo trascorra, ti senta a casa.

 ⇒ Rispetta i tuoi bisogni ⇐

Per ultimo, ma non certo per ordine di importanza, fai ciò che ti senti di fare. Spezza le convinzioni, gli obblighi, le aspettative tue e di chi ti sta intorno rispetto a questo periodo di festa. Non sentirti obbligato a fingere, a mostrare ciò che non provi e fingerti per ciò che non sei. Sii libero di passare queste giornate particolari come ti fa stare bene, senza vincoli e costrizioni.

Il Natale è una festività talmente radicata nella nostra cultura da non poter essere ovviamente eliminata e di conseguenza è necessario che chi non la vive a cuor leggero impari a conviverci. Spero che questo articolo possa aver fornito qualche spunto di riflessione nonché qualche consiglio pratico per imparare a rompere qualche schema e aprire la propria mente a nuove ed alternative soluzioni e stati d’ animo.

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Quando lo specchio è un nemico: la Dismorfofobia.

Dato che la perfezione non appartiene a questo mondo, ogni essere umano presenta difetti fisici più o meno accentuati che, sebbene non graditi, vengono generalmente riconosciuti e accettati come peculiarità del proprio aspetto.
Esistono però circostanze in cui l’ insoddisfazione per il proprio corpo diventa talmente forte da minare la qualità della vita di chi la prova, trasformandosi in un vero e proprio sintomo che, in quanto tale,  genera una forte sofferenza.
In questi casi la preoccupazione per un difetto fisico, che viene in questi casi esagerato o addirittura immaginato, assume un importanza talmente grande da indurre chi lo sperimenta a trascorrere ore ed ore davanti allo specchio controllando incessantemente il proprio “difetto” o addirittura spingendolo ad eliminare ogni specchio dall’ ambiente in cui vive per evitare di doversi confrontare con il proprio supposto difetto.dismorfofobia2
Lo stress che consegue da questa non accettazione di sé è talmente forte da generare, talvolta, un’ angoscia così grande da spingere chi ne soffre a rivolgersi al chirurgo plastico con l’ intento di eliminarlo, sebbene risulti chiaro come ciò non può essere in grado di risolvere la problematica..

Di cosa si tratta?

Quando l’ insoddisfazione per il proprio aspetto si trasforma in un disgusto irragionevole o preoccupazione eccessiva per una parte del corpo per la quale si prova vera e propria avversione, ci si potrebbe trovare di fronte al Disturbo di Dismorfismo Corporeo (o Dismorfofobia).
Tale disturbo può essere definito come un sentimento soggettivo di bruttezza o come timore di un difetto fisico che il paziente considera evidente agli occhi degli altri, anche se per tutti il suo aspetto risulta essere del tutto normale.

Come si fa a distinguere la tendenza a percepire difetti nel proprio aspetto fisico da un vero è proprio disturbo?

Comprendere quando ci si trovi di fronte ad un vero e proprio disturbo risulta tutt’ altro che semplice in quanto i fattori soggettivi, tra cui canoni estetici e gusti individuali, giocano un ruolo fondamentale nel determinare come e perché una persona ritenga di essere o meno attraente. Nonostante questo, quando la lamentela è fatta in modo esagerato ed estremo per una deformità del tutto trascurabile, tale convinzione non cambia sulla base delle disconferme da parte degli altri ed è associata ad sentimenti di forte ansia e angoscia, ci sono buone ragioni per pensare che si tratti di un disturbo di pertinenza psicologica.

Quali sono le cause e quali i rimedi?

Sebbene le cause rispetto a questo disturbo non siano ancora del tutto chiare, stando ad alcune interpretazioni si può ipotizzare che (analogamente a quanto si verifica in problematiche quali ipocondria o disturbi somatici, di cui la disforfofobia può essere un sintomo), la causa vada ricercata in una difficoltà da parte di chi ne soffre di concentrare l’ attenzione su una determinata  sofferenza interiore che viene percepita troppo grande da sopportare, preferendo quindi (ovviamente senza esserne consapevole) spostare il dolore verso un disagio fisico, percepito come più tollerabile.
Il trattamento si pone pertanto come obiettivo quello di comprendere il significato che si dietro all’ avversione per il proprio corpo, cercando di far emergere, all’ interno di un contesto “protetto” quali quello psicoterapeutico questo disagio facendo in modo che l’ angoscia non prenda il sopravvento.

Riferimenti Bibliografici:

  • Davison&Neal (2004), Psicologia Clinica, seconda ed. it., Zanichelli Editore, Bologna.
  • Femi Oyebode (2009), SIMS Quarta Edizione – Introduzione alla psicopatologia descrittiva, Raffaello Cortina Editore, Milano.

 

 

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Il modo con cui affronti le avversità ti favorisce (o ti ostacola) nella loro riuscita.

Ogni giorno, ognuno si trova a dover gestire situazioni che lo obbligano a prendere scelte più o meno importanti nonchè a reagire a determinate circostanze. autoefficacia4Non tutte le persone si rapportano ai problemi (e quindi alla loro risoluzione) allo stesso modo: ci sono quelle che li affrontano di petto e quelle che si abbattono, quelle più ottimiste e quelle che tendono a vedere il bicchiere sempre mezzo vuoto, quelle che lottano per ottenere un risultato e quelle che si affidano alla fortuna.
Generalmente, purtroppo, non sono molte le persone che si rendono conto di quanto la percezione che si ha delle proprie capacità sia fondamentale nel determinare la riuscita o meno nella vita e nel migliorarne la  qualità. Si tende infatti a pensare che ci siano troppe variabili incontrollabili a determinare il corso degli eventi e sicuramente questa è una verità, ma è anche vero che chi è focalizzato sulle proprie risorse e sulla propria riuscita ottiene quasi sempre risultati migliori rendendo evidente quanto la variabile personale abbia un peso..ed anche piuttosto importante!

In cosa consiste tale “stile attribuzionale”?

Questa percezione di poter controllare o meno la propria esistenza viene definita, in psicologia, Locus of Control (LoC).
autoefficacia.jpgLe persone fermamente convinte di poter avere un controllo sugli eventi possiedono un LoC interno e, pensando di essere gli unici responsabili nel poter determinare importanti variazioni nella propria vita, canalizzano le loro energie sui propri atteggiamenti e comportamenti al fine di migliorarli, affrontarli e modificarli. Ciò li porta a porsi in modo vincente di fronte agli ostacoli: impegnandosi di più senza fermarsi o arrendersi mai, infatti, vivono le difficoltà come sfide che posso essere vinte (ed è ciò che generalmente avviene) con impegno, passione e dedizione.
Al contrario, tutti coloro che tendono a sentirsi passivi rispetto agli eventi, che reputano determinati non tanto dalla propria volontà, quanto da variabili esterne incontrollabili, paiono abbracciare quello che siamo soliti definire LoC esterno. Sono coloro che pensano che, indipendentemente dal proprio impegno, le cose andranno come devono andare, quindi tanto vale affidarsi al destino o alla fortuna, entità alle quali, indipendentemente da tutto, spetta la decisione finale.
Nella pratica chi abbraccia questo stile attribuzionale, non prende decisioni in modo indipendente, ma si affida alle altre persone così come ad entità astratte (“qualunque cosa io faccia, è il destino che decide”), di conseguenza tende a sviluppare un senso di impotenza che condiziona anche la motivazione nell’ intraprendere scelte e nel gestire la quotidianità e ancora più le difficoltà che la vita, in quanto tale, talvolta presenta.
Al contrario, una persona con Loc interno, ha grande fiducia nella capacità di cambiare la propria esistenza, attribuendosi l’ abilità di poter modificare gli eventi, ha un atteggiamento attivo che la spinge a ricercare continuamente soluzioni ai propri problemi e ciò, come si può facilmente comprendere, non può non incidere sull’ aspetto motivazionale che spinge ad agire.
Riuscire ad adottare una modalità di pensiero focalizzata sul LoC interno permette di ottenere con maggiori probabilità risultati importanti nel lavoro, nella gestione delle patologie, nel superamento di perdite e separazioni, ma non è tutto.autoefficacia3
Un aspetto su cui ritengo importante soffermare l’ attenzione è quello relativo al fatto che ciò che può sembrare un semplice modo di fronteggiare le avversità ha, in realtà, un enorme impatto psicologico e anche fisico in ognuno di noi.
È stato addirittura osservato, infatti, come persone con LoC interno possiedano maggiori risorse nel fronteggiare eventi spiacevoli come, ad esempio, una malattia ed è stato dimostrato come queste stesse persone riescano a tollerare meglio i trattamenti terapeutici e, talvolta, a guarire in misura molto superiore a chi ha un LoC esterno.
Tutto ciò non fa altro che confermare quanto corpo e mente siano due entità indiscindibili che si influenzano sempre in modo reciproco e, soprattutto, quanto un atteggiamento positivo alla vita è una buona “medicina” preventiva e curativa.

Riferimento Bibliografico:
– Zani B., Cicognani E. (2000), Psicologia della salute, Società Editrice il Mulino, Bologna.

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“Hai il diritto di..” – Il Codice dei Diritti Assertivi.

Ho ribadito più volte l’ importanza di imparare ad essere assertivi.
Sebbene infatti spesso non sia comprensibile nell’ immediato quanto la difficoltà di esprimere i propri bisogni e desideri in maniera adeguata possa avere ripercussioni anche piuttosto forti sulla propria salute psicologica (nonchè fisica!), nei fatti la qualità della vita varia molto tra coloro che sanno esprimersi e coloro che tentennano nel farlo.
Per acquisire questa importante competenza, risulta fondamentale rimuovere false credenze, ristrutturare alcune convinzioni e correggere certe errate informazioni che vengono date per “buone” guidando il comportamento in una direzione che può essere, in realtà, distorta.
Ecco perché risulta importante conoscere quello che viene definito come “Codice dei Diritti Assertivi”, una specie di regolamento, caratterizzato da serie di imperativi tesi a focalizzare l’ attenzione sul proprio essere, chiarendo quelli che sono i diritti di ognuno che, troppo spesso, vengono  lasciati in disparte, per soddisfare le esigenze altrui o, al contrario, usati in maniera esclusiva, non tenendo conto degli altri.

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“IL CODICE DEI DIRITTI ASSERTIVI”

1. IL GIUDICE SUPREMO DEL TUO COMPORTAMENTO SEI TU STESSO
2. HAI IL DIRITTO DI NON DARE SPIEGAZIONI E SCUSE PER IL TUO COMPORTAMENTO
3. HAI IL DIRITTO DI GIUDICARE SE TOCCA A TE TROVARE LA SOLUZIONE PER I PROBLEMI DEGLI ALTRI
4. HAI IL DIRITTO DI CAMBIARE OPINIONE
5. HAI IL DIRITTO DI FARE SBAGLI
6. HAI IL DIRITTO DI DIRE “NON SO”
7. HAI IL DIRITTO DI PRESCINDERE DAL BENVOLERE DEGLI ALTRI, QUANDO HAI A CHE FARE CON LORO
8. HAI IL DIRITTO DI PRENDERE DECISIONI ILLOGICHE
9. HAI IL DIRITTO DI DIRE “NON CAPISCO”
10. HAI IL DIRITTO DI DIRE “NON MI RIGUARDA”
11. HAI IL DIRITTO DI DIRE “NO” SENZA SENTIRTI IN COLPA

Concentrarsi su questi principi, permette di acquisire una maggiore consapevolezza circa quelli che sono i confini tra sé e gli altri, limitando sentimenti comuni quali senso di colpa, timore di esprimersi e di essere giudicati e raggiungendo un maggiore livello di libertà e sicurezza personale, nel rispetto degli altri.

Riferimento Bibliografico:

  • Alberti L., Dinetto A., Manuale di addestramento affermativo, Bulzoni Ed., Roma, 1988
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Scopri il valore adattivo dello stress..e usalo a tuo vantaggio!

Chiunque fa quotidianamente esperienza dello stress a diversi livelli di intensità, dalla coda nel traffico al mattino, all’ essere respinto ad un esame, ai lutti e alle catastrofi.stress1
Nel linguaggio comune tale termine viene per lo più definito con accezioni negative e ciò è comprensibile se si tiene conto del fatto che, oltre ad essere inevitabilmente collegato a sensazioni spiacevoli a livello psico-fisico, quando diventa eccessivo e costante, può trasformarsi in ansia o panico e determinare anche  patologie a livello fisico.
In pochi sanno, però, che il termine stress significa originariamente “spinta”, “pressione”, “insistenza” indicando, in tal senso, la risposta fisiologica che ogni organismo mette in atto in seguito all’ insorgenza di una richiesta effettuata nei suoi confronti rendendo stressante anche un evento positivo come può essere il matrimonio che richiede comunque un processo di adattamento da parte dell’ organismo.
Ma, per quanto possa sembrare paradossale, senza una giusta dose di stress non saremmo in grado di ottenere buone prestazioni (non studieremmo abbastanza per un esame, non ci alleneremmo abbastanza per una gara, non ci impegneremmo per ottenere una promozione lavorativa..) ed ecco così che l’ accezione di stress come spinta assume un nuovo e importante significato che non può essere non preso in considerazione.
L’ organismo tende sempre a ricercare l’ equilibrio e ogni volta che un evento nuovo ha un impatto su di lui,  questa armonia tende a “vacillare” permettendogli di rimettersi in piedi o, al contrario, di cadere sulla base della sua capacità di reagire agli eventi.
stress2È a questo punto che lo stress può essere considerato “buono” (eustress) trasformandosi in un importante alleato o, viceversa, nocivo alla salute fisica e mentale.
Ogni volta che si fa esperienza di un evento stressante l’ organismo, secondo Selye, attraversa tre fasi di risposta allo stimolo: una prima fase di allarme, una fase di mobilitazione tesa ad affrontare la minaccia ed una fase finale di esaurimento  (quando il tentativo di resistenza allo stimolo perdura troppo a lungo).
Nel fronteggiare la minaccia assume grande importanza lo stile di coping adottato da ognuno, ossia l’ insieme di strategie utilizzate per affrontare un problema o per gestire le emozioni che esso produce. Esistono due tipi di strategie adattive di reazioni agli eventi nuovi: quelle focalizzate sul problema e quelle focalizzate sull’ emozione.
L’ individuo che privilegia strategie centrate sul problema, tende ad intraprendere azioni tese a risolvere concretamente e rapidamente le avversità o a ricercare comunque informazioni che ne facilitino la soluzione. Tale modalità è tipica di coloro che hanno bisogno di ricercare soluzioni pratiche e organizzate, può esserne d’ esempio lo studente che pianifica lo studio in modo da tenere il passo con le lezioni durante l’ anno accademico riuscendo così a ridurre la pressione quando l’ esame si avvicina.
Chi usa strategie centrate sull’ emozione, invece, tende a sforzarsi di ridurre le reazioni emozionali negative allo stress utilizzando diverse modalità tra cui, per esempio, distogliere la mente dal problema, rilassandosi e cercando conforto sugli altri.
Entrambe le modalità sono ritenute valide, ma solo se l’ individuo è in grado di svilupparle entrambe acquisendo la capacità di alternarle a seconda delle situazioni di vita. Di fronte al turbamento emotivo di dover superare una prova d’ esame, per esempio, adottare un coping emotivo decidendo di distrarsi facendo una corsa o ascoltando musica può essere una buona strategia, al fine di ridurre lo stress, discorso analogo però, non può essere fatto nel caso in cui si venga a conoscenza della possibilità di essere stati colpiti da una patologia, situazione che richiede piuttosto un “piano d’ azione” per poter fare tempestivamente esami clinici al fine di ottenere una diagnosi precoce, abbracciando uno stile di coping centrato sul problema.
Esistono numerose evidenze che dimostrano che l’ unica strategia di coping che, in quanto non adattiva, può portare col tempo al perdurare della fase di esaurimento, è quella basata sulla fuga/evitamento che si verifica ogni qual volta la persona, posta di fronte ad una situazione problematica, anziché fronteggiarla, attenda che scompaia, facendo finta che non esista.
L’ essere umano possiede una quantità di risorse talmente elevata che, talvolta, è il primo a non rendersi conto delle sue potenzialità. Ognuno dovrebbe invece ricordare che la tendenza a ritrovare un equilibrio è insita dentro di sé, e che lo stress non è un nemico ma, al contrario, un indicatore che segnala di aver raggiunto il limite al di là del quale, anziché esaurirsi, diventa necessario trovare la soluzione migliore per fronteggiarlo..e superarlo!

Puoi approfondire l’ argomento leggendo un altro mio articolo sulla rivista psicologica on line PsicologiaOk

Riferimento Bibliografico:
– Davison&Neal (2004), Psicologia Clinica, seconda ed. it., Zanichelli Editore, Bologna.

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– PROMOZIONE ESTIVA –

IL BENESSERE PSICOLOGICO NON VA IN VACANZA!

5 euro di sconto su ogni seduta dal 21 Giugno al 30 Agosto 2016

Psicologia Estate

D’ estate si tende ad allentare con i ritmi quotidiani ed a rompere le routine, posticipando la ripresa di un’ attività o l’ inizio di qualcosa di nuovo ai mesi autunnali.
Ogni momento, però, è quello giusto per iniziare a prendersi cura del proprio benessere psicologico, dare un senso ad un  sintomo o affrontare una problematica persistente.
Per questo, dal 21 Giugno al 30 Agosto è attiva, per chi ne fa richiesta, la Promozione Estiva “Il Benessere Psicologico non va in vacanza”, che consiste nella riduzione di 5 euro sul prezzo totale di ogni seduta (fino al 30 Agosto) per chiunque decida di inziare un percorso terapeutico nei mesi estivi.

È possibile richiedere un appuntamento telefonando al 339.6034157 o scrivendo una mail all’ indirizzo: doc.ilariavisconti@gmail.com

“L’estate ammorbidisce le linee che il crudele inverno mostrava”
                                                                                                  John Geddes

 

 

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Riduci l’ ansia smantellando 4 falsi miti!

Riuscire a dire ciò che si prova, comunicare bisogni o palesare pensieri è tutt’ altro che semplice, soprattutto perché tali azioni sono molto spesso associate a sentimenti di ansia.
La motivazione principale alla base della mancanza di assertività, pare essere quella legata ad una scarsa autostima, che porta ad assumere un atteggiamento inibitorio, reprimendo i propri desideri, o, al contrario, imponendosi agli altri in maniera violenta, non riconoscendone i valori e le necessità.
assertività3Entrambe le modalità risultano essere disadattive e generano frustrazione, insicurezza, senso di colpa, isolamento ed ansia che, a lungo andare, rischiano di minare ulteriormente la stima in se stessi e generano risentimenti e nervosismo che sfociano spesso in somatizzazioni di ogni tipo.
Oltre al senso di valore personale, però, tra le ragioni che rendono difficile comunicare in maniera assertiva, assumono un ruolo molto importante i fattori culturali.
Può infatti avvenire che, nel corso del tempo, vengano trasmessi valori e ideali che, sebbene funzionali e coerenti in contesti passati, risultino inadeguati in quelli attuali ed essendo mantenuti all’ interno di un contesto sociale modificato generano incongruenze sia a livello ideologico che morale. E proprio per adeguarsi a questi modelli ormai superati, alcune persone tendono a modificare o addirittura rinnegare l’ espressione di sé, andando incontro a conflitti interiori e ansia.
A tal proposito Ellis ha individuato quattro opinioni errate, rinominate “miti”, che hanno una grande influenza nel generare comportamenti anassertivi.

Vediamo quale ti appartiene, in che modo devia il tuo pensiero..e come puoi affrontarlo!

1. Mito della modestia: La cultura Occidentale tende a trasmettere l’ idea che la modestia sia una virtù e ciò rende spesso molto difficile vivere e accettare in modo sereno i propri meriti e pregi e rende incapaci di rispondere ai complimenti o a parlare positivamente di sé. Al contrario, ciò favorisce lo svilupparsi di un’ immagine negativa di se stessi che, da una parte, nega ogni lode, dall’ altra giustifica le critiche nei propri confronti.
Il concentrarsi dell’ individuo sugli aspetti peggiori della propria personalità, può innescare sentimenti d’ ansia e depressione rendendo l’ adesione a questo valore estremamente controproducente.

Soluzione: Bisogna imparare a riconoscere e valorizzare le proprie qualità, a parlare di sé e dei propri aspetti positivi agli altri. Per iniziare, ogni volta che ci viene rivolto un complimento, anziché minimizzarlo, può essere una buona idea sorridere e rispondere “Grazie”, in questo modo, infatti, accettiamo una lusinga e la interiorizziamo, valorizzando noi stessi.

2. Mito del vero amico: L’ amicizia è un valore molto rilevante nella nostra cultura, tanto che spesso ci si aspetta che l’ altro sia in grado di anticipare e comprendere i nostri pensieri, desideri e aspettative, senza che ci sia bisogno di esprimerlo. E quando ciò non avviene si sviluppa spesso la convinzione che la gente si approfitti di noi o che non ci dia, comunque, la giusta considerazione reagendo con atteggiamenti di chiusura (tipici del passivo) o, al contrario, con atteggiamenti di difensiva (tipici dell’ aggressivo).

Soluzione: Per quanto un legame possa essere stretto, basato su conoscenza e affetto reciproco, nessuno al mondo, possiede la capacità di conoscere i nostri pensieri, a meno che non siamo noi a comunicarglieli. Inoltre, non meno importante, bisogna anche tener conto del fatto che ognuno di noi fa riferimento ad una  “gerarchia di valori” che non è valida per tutti allo stesso modo e, di conseguenza, ciò che per noi è molto importante non lo è per chi ci sta di fronte. Per questi motivi, per evitare inutili incomprensioni, fraintendimenti e delusioni, l’ unica soluzione è quella di esprimere sempre ciò che ci aspettiamo dall’ altro e ciò di cui avremmo bisogno.

3. Il mito dell’ ansia: Nella nostra società prevale ancora oggi la convinzione per cui le persone sicure di sé e “tutte d’ un pezzo”per poter contare sulla piena padronanza di loro stesse, non possono mostrarsi mai in ansia in quanto questo trasmetterebbe agli altri un’ immagine di persona debole e vulnerabile che non è accettabile.assertività2
Si tratta ovviamente di un mito.
Ansia non è sinonimo di fragilità, anzi esprime uno stato di attivazione che, fino a certi livelli, è fisiologico ed ha persino un valore adattivo in quanto migliora la performance. Diventa invece disadattiva quando è in eccesso e ciò succede ad ogni tentativo di sfuggire a questa sensazione, nascondendola agli altri.

Soluzione: Sebbene possa sembrare paradossale, esprimere apertamente agli altri la propria tensione, anziché sforzarsi di reprimerla, è un’ ottima strategia per ridurla e ciò permette di esprimere in modo tranquillo le emozioni, pensieri e sentimenti.

4. Mito dell’ obbligo: È forse il mito più diffuso che, per certi aspetti, è antagonista al “Mito del vero amico”.
Il mito dell’ obbligo consiste nella tendenza a sentirsi, da un lato, incapaci di rifiutare un piacere ad un amico e, dall’ altro, a vivere ogni richiesta propria come un’ imposizione fatta agli altri.
Se nel primo caso, quindi, si agisce perché ci si sente obbligati a farlo, nell’ altro non si agisce in quanto non si vuole obbligare gli altri a fare qualcosa per noi stessi. Ne consegue che chi aderisce a questo mito tende a proiettare la responsabilità della frustrazione che prova sugli altri, portandolo a concludere di essere incompreso e non considerato, provando sfiducia, isolamento e diffidenza nei confronti degli altri.

Soluzione: Un buon compromesso è quello di accondiscendere alle richieste altrui solo quando siano compatibili con i propri impegni o bisogni e concedersi, al tempo stesso, la libertà di avanzare, senza farsi prendere dai sensi di colpa, richieste agli amici; un rapporto interpersonale soddisfacente si basa sul dare e ricevere, mettendo al primo posto le proprie esigenze.

assertivitàOgnuno di questi miti racchiude dentro di sé una serie di idee preconcette e stereotipate che influenzano moltissimo la messa in atto di comportamenti disfunzionali; pertanto riconoscere queste false credenze è il primo passo fondamentale per correggere tali informazioni errate che, in maniera più o meno diretta, minano la serena gestione delle relazioni nella loro quotidianità.

Riferimento Bibliografico:
-Alberti L., Dinetto A., Manuale di addestramento affermativo, Bulzoni Ed., Roma, 1988

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