Provare disagio nelle situazioni sociali: quando la timidezza si trasforma in ansia.

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Certe situazioni sociali, come sostenere una conversazione, incontrare nuove persone, telefonare a qualcuno o partecipare ad una festa, possono generare timidezza nella gran parte delle persone in quanto espongono alla relazione con gli altri, con la conseguente possibilità di venire osservati e, talvolta, giudicati.
Generalmente, i benefici che derivano da queste circostanze sono superiori agli svantaggi quindi l’ idea di conoscere persone nuove, divertirsi e trascorrere serenamente il proprio tempo sono ritenute motivazioni valide per affrontare il leggero imbarazzo iniziale e decidere di cominciare una nuova esperienza, in tranquillità.
Quando però tali esitazioni si trasformano in timori talmente grandi da generare vera e propria ansia al punto da compromettere la qualità della vita a livello personale e relazionale può darsi che siamo di fronte ad una situazione nota come “ansia sociale”.
Si parla di ansia sociale quando la leggera preoccupazione relativa alle situazioni sociali o a quelle in cui è richiesta una performance si trasforma in vera e propria paura e pare essere determinata in buona parte dalla tendenza ad interpretare certe situazioni in maniera distorta. Nello specifico, anziché essere vissute come divertenti e stimolanti, tali circostanze sono lette come minacciose e imbarazzanti, condizionando il modo di vivere se stessi e la propria capacità di relazionarsi a chi sta di fronte.
Il bisogno di fare a tutti i costi una buona impressione agli altri, collegata all’ insicurezza circa la possibilità di poterci riuscire, porta l’ individuo a formulare una serie di convinzioni su se stesso sminuenti e, vista la tendenza a focalizzare l’ attenzione su di sé anziché osservare le risposte degli altri, non si concentra sui riscontri (generalmente positivi) provenienti dall’ esterno, ma solo sulle proprie convinzioni distorte che non fanno che ridurre ulteriormente l’ autostima.

Quali sono le convinzioni controproducenti di chi soffre di “ansia sociale”?

ansia-socialeTra le credenze, le supposizioni e le regole errate alla base del pensiero di chi soffre di ansia sociale alcuni esempi sono: “Sono stupido/a”, “Se gli altri si accorgono che faccio un errore penseranno che sono un fallito/a”, “Devo apparire sempre perfetto/a”.
Avere pensieri così forti e negativi su se stessi e su come ci si deve comportare nelle situazioni sociali aumenta inevitabilmente l’ ansia in quelle circostanze, generando un circolo vizioso che spinge l’ individuo ad evitare tali situazioni sia impedendo a se stesso di mettersi alla prova che non dandosi la possibilità di dimostrarsi che gli esiti tanto temuti possono anche non verificarsi. Se solo riuscisse a trovare il coraggio di parlare in pubblico, per esempio, chi soffre di ansia sociale, potrebbe rimanere piacevolmente stupido dal realizzare di essere perfettamente in grado di farlo; l’ ansia però, in queste circostanze, è talmente paralizzante, da impedire di mettersi alla prova.

Quali sono le soluzioni?

Esistono una serie di tecniche, derivanti dall’ approccio cognitivo comportamentale, che possono essere utili per sbloccare la situazione.

  • Psico-educazione. Istruire le persone che soffrono di ansia sociale relativamente alla natura della propria agitazione è utile per metterle a conoscenza e rassicurarle relativamente alle sensazioni sgradevoli che stanno provando.ansia-sociale-1
  • Strategie cognitive. Dato che una delle cause principali dell’ ansia sociale è la presenza di pensieri distorti, risulta utile aiutare la persona a focalizzarsi su di essi e, soprattutto, sul modificarli in “positivo, aprendo la mente ad alternative meno ansiogene e giudicanti.
  • Esposizione. Per ridurre la paura è fondamentale confrontarsi direttamente con ciò che si cerca di evitare; ogni volta che avviene un confronto con ciò che si teme e si realizza che non succede nulla di nocivo, l’ ansia tende a ridursi automaticamente. Sebbene questa tecnica sia fondamentale è anche quella a più alto contenuto emotivo, pertanto è importante che l’ esposizione avvenga gradualmente.
  • Tecniche di rilassamento. Le tecniche di rilassamento quali il Training Autogeno, per esempio, risultano di grande aiuto per abbassare la soglia di ansia generale e sono particolarmente utili in prossimità dell’ esposizione.

Ritengo che l’ uso di tali tecniche sia molto utile per aiutare la persona a sbloccarsi di fronte a certe situazioni sociali riducendo il livello d’ ansia ed imparando ad aprirsi al mondo.
Nonostante questo, osservando la problematica secondo un approccio comparato, ritengo che, affinchè l’ individuo possa raggiungere benefici a lungo termine sia essenziale approfondire il lavoro terapeutico focalizzando l’ attenzione sulle motivazioni alla base delle proprie insicurezze e timori, analizzandole e comprendendole al fine di prenderne coscienza e realizzando così una crescita personale.

Riferimento Bibliografico:
– Antony M. M., Rowa K. (2010), Disturbo d’ ansia sociale. Giunti O.S. Organizzazioni Speciali – Firenze.

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“Con la mente posso”….il Training Autogeno.

Siamo abituati ad andare di corsa.
La fretta, nella nostra società, è uno stile di vita.
Ci si sveglia presto e si inizia la giornata di furia

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per andare a lavorare, una piccola pausa pranzo e si riparte..fino a sera. E poi a casa c’è da fare altro, da cucinare, da pulire, da sistemare noie burocratiche ed organizzare la giornata di domani.
Sì, perchè quando il nostro corpo finalmente si ferma, non è detto che la nostra mente sia in grado di fare altrettanto.
Sono pochi coloro che riescono a concedersi, quotidianamente, uno spazio per sè..uno spazio di “stop”, una dimensione esclusiva in cui i rumori, le preoccupazioni, il cellulare, vengono tenuti lontani per stare concentrati solo ed esclusivamente su se stessi.
E quei pochi sanno quanto, per un buon benessere psico-fisico, questo sia a dir poco fondamentale.
Il corpo e la mente sono due entità talmente collegate tra di loro che non è possibile agire sull’ una senza influenzare anche l’ altra e ciò è particolarmente comprensibile da chi soffre di disturbi psico-somatici: quando la mente vive un disagio che non riesce a tirar fuori, il corpo parla per lei esprimendosi in tanti modi e mai casuali.
Su questo principio si basa il Training Autogeno, una delle tecniche di rilassamento più conosciute che, oltre ad avere un vastissimo campo di applicazione (dall’ induzione di uno stato di calma al miglioramento di disturbi psico-somatici, dalla preparazione al parto allo smettere di fumare) possiede il grande vantaggio di poter essere applicata, una volta appresa, in totale autonomia.
Gli esercizi mentali proposti determinano modificazioni a livello corporeo, le quali sono a loro volta in grado di influenzare il mondo interiore di chi lo pratica, generando uno stato di quiete.
Ho avuto modo di conoscere questa tecnica (il Training Autogeno Classico di Shultz) durante il mio iter formativo, negli anni del tirocinio post-laurea e, da subito, mi ha affascinata.
L’ idea di poter, grazie alla mia mente, “evadere” dallo stress quotidiano per trovarmi immersa in situazioni piacevoli e desiderabili è stato, da subito, motivo di grande interesse e curiosità da parte mia, grazie al quale ho potuto approfondire l’ argomento in modo autonomo.
La scelta del mio percorso di specializzazione, la Psicoterapia Comparata, è stata un’ ulteriore incentivo1429621872c1743b38b173fa626cd11ae954e41ed4 ad arricchire la metodica in quanto ho potuto comprendere l’ importanza e l’ efficacia di integrarla con altre tecniche affini, in particolare l’ ipnosi Ericksoniana, il Rilassamento Progressivo di Jacobson e alcuni principi di PNL (Programmazione Neuro Linguistica) grazie ai quali un metodo già efficace può essere reso ancora più completo e adatto alle esigenze personali di ognuno, rendendolo applicabile sia all’ interno di un percorso di gruppo, che individualmente con esercizi “ritagliati” sulle esigenze e le richieste del paziente.
Sebbene non ci siamo abituati, imparare a conoscersi meglio e a prendersi cura di sè, entrando in contatto con un ormai poco noto senso di distensione sia fisico che mentale, è possibile, richiede soltanto motivazione, costanza..e desiderio di andare controcorrente..!

Puoi approfondire l’ argomento leggendo un altro mio articolo sulla rivista psicologica on line PsicologiaOK.

Riferimenti Bibliografici:
– Granata, G. (1999). Pnl: La Programmazione Neurolinguistica, Giovanni De Vecchi Editore Spa, Milano.
– Hoffman, B. H. (1980) Manuale di Training Autogeno, Casa editrice Astrolabio – Ubaldini Editore, Roma.

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