“Mi capita sempre che..”. Come rompere i circoli viziosi.

circolo-viziosoOgni comportamento è guidato da tendenze inconsce presenti in ognuno di noi originate nell’ infanzia, e non solo..
Ogni azione è talmente abituale da diventare automatica e non sempre siamo in grado di comprendere quanto condizioni la nostra personalità nonchè le nostre relazioni con altri. E sono proprio queste modalità che ci portano a ripetere sempre gli stessi schemi, spesso disfunzionali, per cui ci innamoriamo sempre della stessa tipologia di persona, o reagiamo sempre allo stesso modo di fronte ad un evento stressante (per esempio scappando) oppure scateniamo negli altri una solita reazione nei nostri confronti.
A noi sembra di non fare nulla per determinare certe circostanze ma è importante prendere atto, per prima cosa, che almeno in buona parte questi eventi e reazioni dipendono proprio da noi stessi.
Quando certe situazioni sembrano riproporsi costantemente creando dei veri e propri circoli viziosi da cui pare impossibile uscire, si hanno due possibilità: continuare a pensare di essere sfortunati e destinati a non incontrare mai la persona giusta o a non rimanere simpatici a nessuno, per esempio, oppure ci si può chiedere perché le cose vadano così.
Prendersi la responsabilità delle proprie azioni, rendendole note alla coscienza, è quindi il primo passo da compiere se vogliamo rompere quegli schemi, quei circolo viziosi che ci condizionano “nostro malgrado”.

Ma come?

Mettersi in discussione. Non si possono apportare cambiamenti senza mettersi in gioco. Ciò determina la necessità di rendere più deboli e flessibili certe convinzioni radicate, cosa tutt’ altro che semplice in quanto richiede di abbandonare alcune certezze che sono state capisaldi fino a quel momento.
Per esempio il pensiero: “Tutti si approfittano della mia disponibilità”, potrebbe essere sostituito con: “Mi sto forse rendendo troppo disponibile e accomodante?” determinando un cambio di percezioni, da “Gli altri sono cattivi” a “Decido io a chi prestare il mio aiuto”.

Riflettere sulle critiche. Quando gli altri muovono una critica, una reazione molto frequente è quella di ribattere, anche un po’ risentiti. In realtà, se una commento esterno ci tocca è molto probabile che sia “azzeccato”, ossia che abbia toccato un aspetto di noi che non ci piace, ma che ci appartiene. Mettersi in gioco significa anche cercare di controllare una parte di sé permalosa e usare la critica in modo costruttivo, come motivo di crescita personale.
Per esempio, se un’ amica ci fa notare che ci innamoriamo sempre di uomini infantili perchè siamo un po’ troppo “crocerossine”, potremmo provare a cambiare un po’ atteggiamento.

Provare a dare un senso ai sogni. Come già spiegato in precedenza, l’ inconscio è sempre un passo avanti rispetto alla coscienza la quale tende però a metterlo a tacere. Provare a tradurre ciò che sta cercando di esprimere attraverso i simboli può offrire spunti di riflessione molto più validi di quanto non si pensi.

Cercare parallelismi tra il comportamento attuale e le dinamiche del passato. In genere ci relazioniamo agli altri seguendo delle modalità che ci sono note, modalità che si sono strutturate a partire dagli scambi avuti nell’ infanzia con i propri genitori che tendono a riproporsi con le altre figure significative che incontriamo nel corso della vita. Capire come si sono strutturate offre l’ opportunità di dar loro un senso e quindi di modificarle, uno dei grandi obiettivi, tra l’ altro, di molti tipi di psicoterapie.

Desiderare uscire dai “circoli viziosi”. Può sembrare banale, ma non lo è. Accade molto spesso infatti che, sebbene tali dinamiche arrechino sofferenza e quindi il desiderio è quello di allontanarle, tendano a riproporsi proprio perché siamo noi stessi a non lasciarle andare. Per quanto fastidiose, infatti, sono modalità familiari senza le quali talvolta potremmo sentirci “persi” e quindi siamo noi stessi che, inconsciamente, le teniamo strette. Ecco perché è fondamentale, per rompere il circolo, essere motivati a farlo.

Concludo con una bellissima frase di Jung: “Rendi cosciente l’inconscio altrimenti sarà l’inconscio a guidare la tua vita e tu lo chiamerai destino” – C.G. Jung

Riferimento Bibliografico:
– Wacthel, P. L. (2000), “La comunicazione terapeutica”, Bollati Boringhieri Editore s.r.l., Torino.

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Lascia stare il tuo giudice interno e impara ad accettarTi.

“Smettere di combattere con se stessi, riuscire a perdonarsi ciò che causa dolore, non scegliere fra bene e male, non discriminare fra brutto e bello, ma cercare di comprendere passato e presente: in questo consiste il difficile processo dell’accettare se stessi.” – P. Wachtel

sestessi

Una delle preoccupazioni più ricorrenti in ognuno di noi è quella di non essere accettati dagli altri e spesso siamo talmente focalizzati su questo che non teniamo conto del fatto che, affinchè gli altri ci amino per quello che siamo, è fondamentale imparare, noi per primi, ad amarci.
Può sembrare scontato….ma non lo è.
Non è raro, infatti, che la valutazione che noi stessi facciamo della nostra persona sia molto più negativa rispetto a quella proveniente da chi ci sta intorno e questo di solito avviene perchè l’ unico a non accettare la nostra personalità o il nostro aspetto fisico è il proprio giudice interno, troppo spesso estremamente rigido.
Il giudice interno è quella vocina interiore che ha sempre da ridire qualcosa su ciò che pensiamo o facciamo, assomiglia al Grillo Parlante di Pinocchio, ha a che fare con la morale costruita nel corso della vita ed ha la caratteristica di essere spietato, distruttivo e generatore di sensi di colpa.
Tiene sempre sotto analisi la nostra persona, controlla ciò che facciamo e ci ricorda che potevamo sempre “fare di più”. Tanto più ha una percezione rigida delle cose (bello/brutto, giusto/sbagliato, buono/cattivo), tanto più crea sofferenza.
Siccome ci accompagna da sempre, non è molto semplice non ascoltarlo o fingere di non sentirlo perchè, per quanto sia cattivo e spesso sadico, non riusciamo a non credergli.
La prima cosa da fare è cercare di capire obiettivamente quali, tra tutte le cose che ci rimprovera, siano vere.
In quanto esseri umani nessuno è perfetto, ma tra avere delle imperfezioni ed essere totalmente fallimentari (sensazione che in molti, molti di più di quanti si pensi, sperimentano) c’è una grande differenza. Per quanto possa sembrare paradossale succede molto di frequente che le opinioni che gli altri abbiano su di noi siano molto più positive rispetto a quelle che ci attribuiamo noi stessi e quindi cercare di capire come ci percepisce chi ci sta intorno potrebbe essere un buon inizio per imparare ad essere più realistici e comprensivi con noi stessi.
Il secondo passo, che è quello più difficile, consiste nel prendere consapevolezza del fatto che proprio perchè siamo essere umani abbiamo dei difetti, dei limiti, degli aspetti di noi stessi che non apprezziamo ma dei quali, nonostante questo, ci rimane difficile sbarazzarci.
Molti aspetti del nostro ccondividilo_giorgia_come_saprei_girasole_cioccolata_spirito_libero_gocce_di_memoria_infinite_volte_se_stessiarattere e della nostra personalità possono essere smussati, resi più flessibili, permettendoci di vivere certe situazioni in modo più sereno, ma altri, sono talmente parti integranti di noi che rinunciarci significherebbe, in qualche modo, “denaturarci” ed è questa la situazione in cui la cosa più giusta da fare è quella di accettare ciò che siamo.
Jung parla di “ombre” per riferirsi a tutti quegli aspetti personali non graditi che, in quanto tali, fino a che restano inconsci si palesano nei sogni o nella  tendenza a vederli sulle altre persone.
Riuscire ad individuarli e, cosa ancora più complessa ma fondamentale, a riconoscerli come parti di noi è il passo essenziale per stare bene con sè stessi. Rendendoli consapevoli, infatti, acquistiamo la consapevolezza e ci prendiamo la responsabilità di ciò che siamo, dei propri limiti ma anche delle infinite risorse, imparando ad allontanare vissuti di rabbia e timore e a vivere, di conseguenza, in maniera più armonica e serena con se stessi e, inevitabilmente, con gli altri.

Riferimenti Bibliografici:
– Papadopoulos R. K. (2009), Manuale di Psicologia Junghiana, Moretti&Vitali Editori, Bergamo.
– Wachtel P. L. (1993), La comunicazione Terapeutica, Bollati Boringhieri editore s.r.l, Torino (2000)

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Quando la psicoterapia funziona, attenzione ai “complici”..

Qualunque sia il motivo per cui si decida di intraprendere un percorso terapeutico, l’ obiettivo che ci si aspetta è quello di ottenere un cambiamento.images6
Un cambiamento di abitudine, di atteggiamento, di comportamento, di pensiero, qualcosa che renda diversi e meglio “equipaggiati” nell’ affrontare la vita con nuove consapevolezze.
Ma cambiare, e questo non va mai dimenticato, spaventa.
La persona che inizia un percorso di crescita avendo una percezione di sé come individuo insicuro, ansioso o depresso si accorge, avanzando nel percorso terapeutico, come certe sue caratteristiche si stiano modificando ed inizia ad entrare in relazione con aspetti di sé che gli erano sconosciuti fino a quel momento.
Per quanto tale evoluzione sia adattiva e porti allo svilupparsi di un’ immagine di sé come persona sicura e serena, a volte la tendenza è quella di difendere a spada tratta l’ immagine di se stessi più familiare sebbene sconveniente, ossia quella che ci ha spinti a ricercare l’ aiuto di un professionista in quanto è quella l’ idea di noi in cui, per quanto ci crei sofferenza, ci riconosciamo.
Il percorso di cambiamento, già reso difficile da questi aspetti personali, si complica ulteriormente quando anche le persone significative che ci sono intorno diventano, loro malgrado, sabotatori del  nostro percorso di crescita.
Quelli che possiamo definire “complici” sono di solito familiari, amici o colleghi con cui interagiamo nella quotidianità e che hanno un ruolo cruciale, sebbene inconsapevole, nel mantenimento della problematica che si sta cercando di superare.
Ciò avviene perché ogni persona vive all’ interno di un contesto sociale ed ogni comportamento, che sia adattivo o meno, avviene sempre in relazione a qualcuno. I complici sono coloro che, in qualche modo, traggono un vantaggio secondario dal disturbo del soggetto in terapia ed è per questo che, sebbene non in maniera maligna, possono rappresentare un grave ostacolo alla guarigione.
Possiamo usare come esempio una situazione piuttosto frequente: una ragazza che, soffrendo di attacchi di panico, con buone probabilità tenderà a dipendere dagli altri, avrà paura a fare le cose da sola e chiederà sempre la vicinanza della persone significative. Per quanto i genitori o il fidanzato possano essere preoccupati per lei e vorrebbero vederla serena, è probabile che, nel momento in cui, una volta iniziata una psicoterapia, la stessa ragazza imparerà, gradualmente, a vivere senza il bisogno di appoggiarsi a loro, tutti tenderanno ad avere dei comportamenti che impediscono questa sua evoluzione. I genitori potrebbero provare la sensazione di sentirsi inutili e temere che la figlia, diventando indipendente, si allontani troppo da loro così come il fidanzato, vedendo la ragazza uscire serenamente a cena fuori con le amiche anche quando lui non c’è, potrebbe iniziare ad essere geloso e temere di essere abbandonato.
Sulla base di questi timori le persone significative che ruotano intorno alla persona sintomatica, potrebbero mettere in atto delle strategie per riportarla alla situazione di partenza, strategie che, con buonissima probabilità, sono le stesse che hanno portato allo svilupparsi della sintomatologia stessa (in questo caso, per esempio, la ragazza potrebbe avere attacchi di panico, perché i genitori, nel tentativo di proteggerla le hanno d sempre trasmesso implicitamente il messaggio che “il mondo è pericoloso”).
indexÈ chiaro come questa fase del processo terapeutico risulti particolarmente delicata ed essenziale per chi la vive. Ciò che si richiede adesso è di prendere consapevolezza di certi schemi che hanno guidato la propria esistenza fino a quel momento, comprendere come hanno influenzato la propria visione del mondo e, cosa più difficile, spezzarli per crearne di nuovi all’ interno di una cornice in cui le persone significative, anziché favorire questo processo, senza neanche accorgersene, tentano di ricondurre ai vecchi schemi problematici.
Divenire coscienti di questo e imparare a mettere dei confini tra sé e gli altri, è un passo fondamentale per comprendere il sintomo e farne un importante alleato.

Riferimento Bibliografico:
– Wacthel, P. L. (2000), “La comunicazione terapeutica”, Bollati Boringhieri Editore s.r.l., Torino.

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